Efficienza energetica degli edifici, ecco la situazione in Italia

Approfondimento
Domenico Salerno
efficienza

Il tema dell’efficienza energetica è sempre più sentito a livello europeo. Dal punto di vista economico, si tratta di uno strumento sia per rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento di energia che per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e di altri inquinanti. Per queste ragioni la Commissione negli ultimi anni ha alzato progressivamente l’asticella in questo campo ponendo obiettivi sempre più ambiziosi da raggiungere in tempi relativamente brevi.

L’ultima revisione della direttiva comunitaria sull’efficienza energetica, arrivata nell’ambito dello European Green Deal, ha fissato l’obiettivo di ridurre entro il 2030 il consumo finale di energia del 36% e quello primario del 39%. La Commissione ha inoltre riconosciuto un ruolo preminente all’efficienza energetica quale settore chiave per poter raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei in materia ambientale. Il 2030 Climate Target Plan ha innalzato l’obiettivo di riduzione di CO2 dal 40 al 55% rispetto ai livelli del 1990. Questo si traduce inevitabilmente nell’impegno per gli Stati membri di realizzare nuovi risparmi sul consumo finale di energia di almeno l’1,5% ogni anno dal 2024 al 2030.

In questo contesto, l’esecutivo Ue ha pubblicato, il 28 settembre dello scorso anno, una raccomandazione contenente orientamenti ed esempi per l’attuazione del principio “Energy Efficiency First”, delineando in particolare l’approccio da adottare, le tappe del processo decisionale e i principali soggetti coinvolti. In particolare, definisce il ruolo del settore pubblico, per il quale viene previsto un obbligo specifico di riduzione annua dei consumi dell’1,7% e di rinnovo sotto il profilo energetico (ogni anno) di almeno il 3% della superficie totale degli edifici di proprietà della pubblica amministrazione a tutti i livelli.

Connessa al tema dell’efficientamento edilizio è anche la Renovation Wave Strategy pubblicata lo scorso anno dalla Commissione europea, che pone l’obiettivo di raddoppiare i tassi di ristrutturazione nei prossimi dieci anni e incentivare lavori di riqualificazione che producano una maggiore efficienza e una riduzione delle emissioni di gas serra. Gli edifici sono responsabili di circa il 40% del consumo energetico dell’Ue e del 36% delle emissioni di gas serra derivanti dall’energia, ma solo l’1% viene sottoposto a una ristrutturazione che ne migliori le prestazioni da questo punto di vista ogni anno. Se venisse seguito questo programma, entro il 2030 35 milioni di edifici potrebbero essere ristrutturati e fino a 160.000 nuovi posti di lavoro verdi creati nel settore delle costruzioni.

LA SITUAZIONE ITALIANA

Secondo gli ultimi dati resi disponibili dall’Ispra, nel 2019 il consumo finale di energia in Italia si è attestato sui 113,3 megatep (Mtep), ovvero il 5,4% in meno rispetto all’inizio del millennio. Il settore più energivoro del Paese è quello dei trasporti (31,7%), che però ha diminuito i suoi consumi nel tempo. Al secondo posto c’è il residenziale (27,9%) che, insieme al comparto dei servizi, ha visto crescere il fabbisogno energetico, il primo del 15%, il secondo addirittura del 62%.

I consumi delle abitazioni sono in larga misura dovuti al riscaldamento (69%), all’uso di elettrodomestici (13%) e di acqua calda (11%). Sebbene l’aumento dei consumi del comparto registrato dal 2000 in poi possa essere parzialmente spiegato dalla maggior diffusione di dispositivi elettronici nelle case, un altro fattore che ha inciso in maniera rilevante è certamente l’incremento del numero di abitazioni (+4,6 Mtep). D’altro canto, i risparmi energetici dovuti a una maggiore efficienza degli immobili più recenti hanno quasi totalmente controbilanciato gli effetti dell’aumento del consumo energetico (-4,5 Mtep).

Per quanto riguarda le emissioni di CO2, nel 2019 hanno subito una riduzione del 19,4% (con circa 100 Mt in meno) a livello nazionale rispetto a quanto registrato nel 1990. La diminuzione ha riguardato un po’ tutti i settori, sebbene con tassi differenti. A fronte di una quota relativa delle emissioni industriali nettamente diminuita, è evidente invece l’incremento del contributo del settore dei servizi (+4 p.p.) e dei trasporti (+5 p.p.), mentre ha raggiunto un solo punto percentuale quello del comparto residenziale, che nel 2019 ha rappresentato il 12% delle emissioni complessive.

I DISPOSITIVI DI SMART HOME E L’ENERGY MANAGEMENT

Un importante contributo al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici può venire dai nuovi device di smart home. La categoria dei dispositivi intelligenti per la casa comprende varie tipologie di apparecchiature, tra cui gli elettrodomestici, i sistemi di sicurezza, quelli di illuminazione, di intrattenimento, di connettività e controllo e di energy management. Nel 2021, secondo i dati diffusi nel rapporto Digital Market Outlook di Statista (aggiornato a novembre scorso), il mercato dello smart home in Italia nel 2021 ha generato ricavi per oltre 755 milioni di euro, con una crescita del 48% rispetto all’anno precedente. Questa tendenza dovrebbe continuare nel 2022 facendo segnare un ulteriore +24,5% nel corso dell’anno.

La tipologia di dispositivi smart che detiene la quota di mercato preponderante nel nostro Paese sono gli elettrodomestici, che lo scorso anno hanno generato ricavi per 292,8 milioni (il 39% del totale). Queste apparecchiature rappresentano la naturale evoluzione rispetto a quelli tradizionalmente presenti nelle case di ognuno di noi ma, rispetto ai loro antenati, porta in dote notevoli vantaggi non solo di natura funzionale ma anche in termini di minori consumi energetici. I nuovi elettrodomestici sono infatti in grado di ottimizzare le proprie funzionalità allineandole alle condizioni ambientali e alle abitudini di utilizzo degli utenti. Così facendo, ad esempio, la lavatrice si attiverà in automatico selezionando il lavaggio più efficiente nella fascia oraria meno costosa e il condizionatore avvierà il raffreddamento o la deumidificazione dell’ambiente per mantenere la temperatura costante evitando così di dover essere impostato al massimo della potenza per raffreddare o riscaldare i locali in poco tempo (ma con ingenti consumi).

Tra le apparecchiature intelligenti, quelle di energy management sono senza dubbio quelle che possono impattare maggiormente sulla riduzione dei consumi delle unità immobiliari. I sistemi di gestione energetica di nuova generazione forniscono agli utenti gli strumenti utili a monitorare e ottimizzare i propri utilizzi di energia. Appartengono a questa categoria, ad esempio, i termostati che si autoregolano in base al meteo e alla nostra presenza nell’abitazione. Il mercato italiano di questi dispositivi si è attestato lo scorso anno sui 74 milioni di euro e dovrebbe superare i 90 milioni entro la fine del 2022.

Se osserviamo questo segmento nel dettaglio, possiamo notare che il tasso di penetrazione più elevato tra i dispositivi per il controllo energetico intelligenti in Italia nel 2021 è quello registrato dai termostati, presenti nell’1,9% delle abitazioni, seguiti da quelli per il controllo dell’aria condizionata (1,2%). Le previsioni di Statista stimano che entro il 2026 la quota di tutte le tipologie di apparecchiature appartenenti a questa categoria dovrebbe aumentare notevolmente, raggiungendo il 5,8% per quanto riguarda i termostati, il 3,1% per i sistemi di controllo dell’aria condizionata, il 2,6% per i controlli dei radiatori, il 2,4% per le unità di multi-misurazione e lo 0,4% per i servizi di meteo smart.

Fonte: Statista

L’IMPATTO DELL’EFFICIENZA ENERGETICA SUL MERCATO IMMOBILIARE ITALIANO

In un momento storico come questo, in cui i prezzi dell’energia sono schizzati alle stelle a causa delle convergenze internazionali, è inevitabile che l’efficienza energetica degli edifici impatti in maniera notevole anche sul mercato immobiliare nazionale. Questa situazione è ben fotografata dall’ultima versione del rapporto annuale sull’andamento del mercato immobiliare urbano frutto della collaborazione tra la Federazione Italiana Agenti Immobiliari Professionali (Fiaip), l’Istituto per la Competitività (I-Com) ed Enea, presentata il 5 maggio scorso.

L’indagine, condotta su un campione di oltre 600 agenti immobiliari professionali, ha rilevato come, nonostante la percentuale di immobili appartenenti alla classe energetica G risulti ancora quella più interessata dalle compravendite immobiliari nel 2021, le preoccupazioni di chi acquista e chi vende rispetto all’efficienza energetica stiano diventando sempre più rilevanti. In base alle risposte fornite dagli agenti, il 60% degli acquirenti di immobili ha una percezione dell’importanza dell’efficienza energetica sufficiente, al contrario, solo il 22% ha una consapevolezza poco adeguata (20%) o addirittura insufficiente (2%). Il discorso è simile per quanto riguarda chi vende: l’81% di questi ha una percezione almeno sufficiente dell’importanza del tema.

Fonte: Osservatorio immobiliare nazionale settore urbano

Nonostante le determinanti principali nell’acquisto di un’abitazione (come l’ubicazione e la vicinanza ai servizi) rimangano anche nel 2021, l’efficienza energetica è entrata a far parte dei fattori che pesano maggiormente nella scelta dell’immobile. Secondo i partecipanti all’indagine, questo requisito risulta determinante per l’8,9% degli individui.

Fonte: Osservatorio immobiliare nazionale settore urbano

Infine, lo studio analizza come il Covid-19 abbia influenzato le decisioni di chi ha scelto di acquistare una casa nel 2021. Il 23,2% degli intervistati ha rilevato una maggiore attenzione dei potenziali acquirenti alle caratteristiche energetiche dell’immobile rispetto a prima della crisi pandemica. Questo cambiamento è probabilmente dovuto al maggior tempo passato dagli individui nelle proprie abitazioni nel corso degli ultimi due anni, fattore che ha inevitabilmente impattato sull’aumento della spesa energetica residenziale delle famiglie.

 

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Nato ad Avellino nel 1990. Ha conseguito una laurea triennale in “Economia e gestione delle aziende e dei servizi sanitari” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e successivamente una laurea magistrale in “International Management” presso la LUISS Guido Carli. Al termine del percorso accademico ha frequentato un master in “Export Management & International Business” presso la business school del Sole 24 Ore.

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