Ricerca, dal Piano nazionale della scienza aperta una spinta per rendere l’Italia più attrattiva

Approfondimento
Eleonora Mazzoni

Lo scorso 15 giugno il ministero dell’Università e della Ricerca ha pubblicato il Piano nazionale della scienza aperta (Pnsa) che individua cinque assi di intervento anche a fronte delle nuove sfide dettate dai cambiamenti climatici e dalla pandemia: pubblicazioni scientifiche, valutazione della ricerca, partecipazione e apertura dei dati della ricerca sul Sars-Cov-2 e sul Covid-19. Il Piano è stato pubblicato in attuazione del decreto ministeriale del 28 febbraio 2022 e, insieme quello per le infrastrutture di ricerca (Pnir), completa il pacchetto dei piani nazionali richiamati dal Programma nazionale per la ricerca 2021-2027.

Il Piano arriva a seguito dell’adozione il 23 novembre 2021 da parte dell’Unesco della raccomandazione sulla scienza aperta, attraverso la quale gli Stati membri sono invitati ad adottare le misure appropriate (comprese quelle legislative) per darne attuazione. L’obiettivo è fornire un quadro internazionale per la politica e la pratica della scienza aperta che, in questa prospettiva, riconosca le differenze disciplinari e regionali, tenga conto della libertà accademica, degli approcci di genere e delle sfide specifiche per la ricerca nei diversi Paesi, contribuendo a ridurre i divari digitali, tecnologici e di conoscenza. La raccomandazione individua una definizione comune, valori condivisi, principi e standard a livello internazionale e propone una serie di azioni.

Come sottolineato dalla Commissione europea, l’accesso aperto è un elemento fondamentale delle politiche degli Stati membri che si prefiggono di assicurare una ricerca e un’innovazione responsabili mettendo i risultati a disposizione di tutti e favorendo la partecipazione della società. Inoltre, la condizione standard di finanziabilità della ricerca pubblica in Europa risiede nell’apertura ai risultati conseguiti, in termini di pubblicazioni ad accesso aperto, di dati, secondo piani di gestione (DMP—Data Management Plan) approvati.

La scienza aperta è infatti definita come un costrutto inclusivo che combina diversi interventi volti a rendere la conoscenza scientifica multilingue e apertamente disponibile, accessibile e riutilizzabile per tutti, al fine ultimo di aumentare le collaborazioni scientifiche e la condivisione di informazioni. Inoltre, deve favorire processi di creazione, valutazione e divulgazione della conoscenza scientifica a tutti gli attori della società. Comprende tutte le discipline, comprese le scienze di base e applicate, quelle naturali e sociali e le discipline umanistiche, e si basa sui seguenti pilastri chiave: conoscenza scientifica aperta, infrastrutture scientifiche aperte, comunicazione scientifica, coinvolgimento aperto degli attori sociali e dialogo aperto con altri sistemi di conoscenza.

In questo contesto il Pnsa è un documento programmatico che spinge l’Italia a garantire un accesso aperto agli strumenti di produzione della ricerca, a sostenere l’open-source dei codici di calcolo e ad assicurare a tutti i ricercatori l’accesso ai necessari servizi di calcolo per dotare la ricerca scientifica di uno strumento in più per continuare ad avanzare anche grazie alla capacità di creare reti di collaborazioni nazionali, internazionali e globali.

Vale la pena ricordare che l’Italia investe in ricerca solo l’1,3% del Prodotto interno lordo, a fronte dei principali concorrenti europei che raggiungono una percentuale di circa il 3%. La maggior parte degli investimenti proviene da privati (circa lo 0,9%). Per non parlare della ricerca biomedica, ambito in cui l’Italia investe intorno ai 3 miliardi di euro (sono 8 in Gran Bretagna), di cui il 40% sono pubblici e il 40% privati. Mentre solo il 10% provengono dal settore no profit e il 5% da finanziamenti internazionali. A un quadro ancora limitato dal punto di vista quantitativo e con una partecipazione marginale del settore pubblico, della ricerca indipendente e dell’attrazione internazionale, si aggiunge che spesso i finanziamenti pubblici sono “a pioggia” e cioè non a progetto o competitivi. In ultimo, ma non meno importante, l’alta qualità ed efficienza scientifica dei ricercatori italiani non si traduce in un’applicazione industriale e di mercato: questo è testimoniato dalla scarsa propensione alla registrazione di brevetti. Peraltro il nostro sistema di ricerca non è ancora tra i più attrattivi.

Secondo lo European Innovation Scoreboard (2021), che misura l’innovazione in Europa in base a diversi indicatori per quanto riguarda l’attrattività dei sistemi di ricerca (una categoria che quantifica la competitività di un Paese in termini di co-pubblicazioni scientifiche, pubblicazioni più citate e dottorandi stranieri), l’Italia presenta un punteggio di poco inferiore a 100, in linea con la media dell’Unione europea ma decisamente al di sotto di molti altre realtà come Paesi Bassi, Danimarca, Belgio e Francia. Le pubblicazioni scientifiche con collaborazioni internazionali sono poco più di 1.000 per milione di abitanti nel 2021, mentre nell’Ue sono state pubblicate 1.204 co-pubblicazioni scientifiche internazionali per milione di abitanti nello stesso anno. Eppure, quando si tratta di qualità, l’Italia è una eccellenza. Infatti il nostro Paese supera la media europea per quota di pubblicazioni scientifiche che rientrano tra il 10% di quelle più citate a livello mondiale (il dato italiano è oltre l’11% contro il 9,9% della media europea).

Scivoliamo quindi in coda per la capacità di ospitare progetti, di essere, appunto, attrattivi. E allora l’auspicio è che il Pnsa possa essere una spinta integrativa e di sistema alla partecipazione sempre più ampia dell’Italia alle reti internazionali della ricerca. Non solo, quindi, maggiori investimenti ma un cambio culturale che permetta ai risultati della ricerca di arrivare sempre più alle applicazioni sul campo.

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