Loss and damage: segnali di giustizia climatica dalla COP27

Approfondimento
Angela Zanoni
COP27

La COP27, tenutasi a Sharm el-Sheik dal 6 al 18 novembre, si è chiusa con l’annuncio di un nuovo fondo loss and damage per sostenere i paesi in via di sviluppo che affrontano le conseguenze del cambiamento climatico. Per capire perché vale la pena parlare di questo risultato, occorre entrare nel merito della corrente di pensiero della giustizia climatica. Secondo questa filosofia, un sistema giusto è dato dalla coesistenza di tre pilastri: giustizia procedurale, la possibilità di partecipazione aperta al processo decisionale; giustizia distributiva, ovvero una condivisione equa dei benefici e degli oneri del sistema; giustizia nel riconoscimento di diverse forme di identità ed emarginazione. Nel contesto della crisi climatica, questi pilastri non sussistono.

È noto come siano le regioni più ricche del mondo le responsabili dei più alti livelli di inquinamento. Per contro, sono gli stati del Sud del mondo a subire le maggiori conseguenze del surriscaldamento globale, pur avendone poca responsabilità.

Le strategie internazionali di contrasto al cambiamento climatico promanano in due direzioni. La prima via, la più auspicabile, è quella della mitigazione del riscaldamento globale. Agire in questo senso permetterebbe di riportare il pianeta a soglie di temperatura più basse, che storicamente si sono accompagnate a una minore frequenza di eventi climatici estremi e di calamità naturali. Dati raccolti dal dataset EM-DAT dell’Università di Leuven evidenziano un’impennata nel numero di disastri successivamente agli anni ’60, in corrispondenza dell’affermazione dell’economia di mercato su scala mondiale.

fondo loss and damage

La seconda strada è quella dell’adattamento a un ambiente naturale inevitabilmente mutato e più ostile. Questa impostazione prevede che le società si equipaggino di strumenti tecnici e conoscitivi in grado di prepararle agli eventi naturali più estremi, così da ridurre le probabilità che ne vengano stravolte. È evidente come entrambe queste vie necessitino di risorse di capitale umano e finanziario di cui più raramente i paesi in via di sviluppo dispongono: è questa la questione che determina l’ingiustizia climatica.

A peggiorare il divario di capacità di reazione al cambiamento climatico è il fatto che il Sud del mondo è più esposto- e sempre più esposto- agli estremi climatici. Gli stessi dati EM-DAT dimostrano che le regioni più colpite dalle calamità naturali nel 2021 sono stati l’Asia (124 eventi estremi tra sud-est asiatico e Asia meridionale) e il Sud America (52 eventi estremi). Il Sud del mondo ospita le aree che registrano un numero maggiore di persone colpite dai disastri naturali: l’Africa è il continente che ne conta di più, 11,3 milioni nel 2021.

fondo loss and damage

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Il tema della disparità nella distribuzione delle conseguenze del cambiamento climatico è stato centrale nei lavori della COP27. Le COP riuniscono i paesi firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e sono un’arena importante per decretare gli indirizzi strategici di sviluppo sostenibile a livello globale. In un’edizione precedente, la COP21, è stato adottato l’Accordo di Parigi, un documento in cui le parti si impegnavano a contenere l’innalzamento della temperatura globale sotto gli 1.5°C rispetto al periodo preindustriale, una soglia critica oltre la quale è difficile prevedere gli effetti del mutato contesto naturale sulla vita umana.

La COP27 si è aperta con l’amara constatazione che questo obiettivo sarà con tutta probabilità disatteso. Ad oggi la temperatura globale è aumentata già di 1.2°C, mentre gli obiettivi di riduzione delle emissioni presi dagli stati (NDCs, nationally determined contributions), che pure non erano stati considerati sufficientemente ambiziosi, sono stati largamente violati, cosicché ci si trova oggi in disavanzo per 23 GtCO2 e rispetto allo scenario di innalzamento della temperatura di 1.5°C. Si prevede che, qualora le politiche attualmente in vigore non vengano accompagnate da ulteriori azioni, l’aumento di temperatura ammonterebbe a 2,8°C entro la fine del ventunesimo secolo. L’attuazione degli scenari NDC ridurrebbe questo valore tra i 2,6°C e i 2,4°C.

A fronte di questi dati, sono stati comunque raggiunti risultati importanti, se non altro in ottica di cooperazione internazionale. Nel documento conclusivo della conferenza viene affermata la necessità di adottare una prospettiva di giustizia climatica nell’affrontare il surriscaldamento globale. A seguito di questa presa di coscienza, le parti delineano la volontà di costituire una forma di finanziamento in risposta alle perdite e ai danni collegati agli effetti avversi dei cambiamenti climatici (il cosiddetto loss and damage fund), a supporto dei paesi più vulnerabili. I dettagli finanziari di tale impegno, tuttavia, non sono ancora stati pubblicamente definiti.

Al di là del fondo, viene anche affermata l’intenzione di dare corpo istituzionale al Santiago Network, un’agenzia afferente alle Nazioni Unite che opererà da catalizzatore per gli attori economici in grado di fornire assistenza tecnica nelle aree più vulnerabili in caso di calamità naturali. Il network è stato creato nel corso della COP26 del 2021 e raggiungerà la piena operatività nel 2023, data entro la quale le parti si impegnano ad eleggere il paese che ne ospiterà il Segretariato.

Infine, in ottica di adattamento, si afferma la volontà di dare seguito all’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite, lanciato in occasione della Giornata Mondiale della Meteorologia del 2022, a proteggere tutti i cittadini della Terra attraverso sistemi di allerta precoce contro i fenomeni meteorologici estremi e i cambiamenti climatici entro i prossimi cinque anni; l’iniziativa è stata ribattezzata “Early Warnings for All“. Le ultime due misure saranno da portare avanti alla luce del paradigma della partecipazione aperta, che coinvolga tutti i portatori di interessi.

Il documento non omette la nota dolente: quella finanziaria. Durante le edizioni precedenti l’ultima, gli stati ricchi si erano a più riprese impegnati in un’ottica di compensazione. Ciò nonostante, la promessa di devolvere 100 miliardi di dollari a favore delle misure di mitigazione nei paesi del Sud del mondo entro il 2030 non è stata mantenuta. Considerando che per realizzare la transizione sostenibile a livello mondiale occorrerà mobilitare capitali per un valore tra i 4 e i 6 trilioni di dollari, e che spetterà in gran parte ai paesi sviluppati dispiegare tali risorse, non si può dire che gli accordi per il fondo loss and damage di Sharm el-Sheik prendano avvio sotto i migliori pronostici.

Alla chiusura della Conferenza, è doveroso riconoscere i passi avanti che la cooperazione internazionale ha compiuto verso una transizione giusta tramite l’introduzione del fondo loss and damage. Resta comunque doveroso chiedersi se si riuscirà, in questo caso, a superare le esitazioni e ad agire con la convinzione e la rapidità che l’urgenza del cambiamento climatico impongono.