Il 17 giugno 2026 la Commissione europea ha pubblicato la quinta edizione dello State of the Digital Decade, e il dibattito si è acceso soprattutto sulle reti di nuova generazione e sulla corsa all’intelligenza artificiale. Molto meno rumore ha fatto un tema meno appariscente ma decisivo, quello delle competenze dei cittadini, senza le quali né le reti né gli algoritmi producono valore. Ha senso inseguire la frontiera tecnologica se una parte così ampia del Paese resta ancora fuori dalla porta d’ingresso?
I dati più recenti di Eurostat sulle competenze digitali, integrati con le elaborazioni dell’Ufficio di Statistica del Ministero dell’Università e della Ricerca sui dati dell’Anagrafe nazionale degli studenti e dei laureati permettono di guardare più a fondo quanto già emerso nell’analisi sul Decennio Digitale e raccontano una storia meno scontata di quanto ci si aspetterebbe. L’Unione si è data per il 2030 tre traguardi, ovvero almeno l’80% degli adulti con competenze digitali di base, 20 milioni di specialisti ICT e una convergenza tra i generi, che non sono semplici numeri da statistica ma la condizione per partecipare alla vita economica e sociale di un Paese sempre più digitale.
UN PAESE SOTTO LA MEDIA, MA NON CONDANNATO
I numeri partono da un dato noto. Nel 2025 il 54,3% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base, contro il 60,4% della media europea. Rispetto al 45,8% del 2023 il passo avanti è notevole, pari a 8,5 punti, quasi il doppio di quello europeo e il terzo più ampio dell’Unione dopo Danimarca e Irlanda, e fa risalire il Paese dal quintultimo al diciannovesimo posto su ventisette, davanti soltanto a otto Stati tra cui Slovacchia, Grecia, Polonia, Slovenia, Bulgaria e Romania. In testa ci sono i Paesi Bassi con l’83,6%, seguiti da Irlanda, Danimarca e Finlandia, gli unici quattro che hanno già superato la soglia dell’80% fissata per il 2030.

Per arrivare a quel traguardo l’Italia dovrebbe guadagnare quasi 26 punti da qui al 2030, contro i circa 20 richiesti all’Unione nel suo insieme, e al ritmo attuale le proiezioni di I-Com, contenute nel Rapporto ORES 2026, la fermerebbero al 63,5% nel 2030, con l’80% raggiunto solo nel 2039. Il ritardo, tuttavia, non è irreversibile, come dimostrano Spagna e Francia, già al 66,5% e al 65,7%, e perfino la Repubblica Ceca, che con il 70,5% supera di oltre dieci punti la media europea.
IL PROBLEMA NON È IN CIMA, MA IN FONDO
Il dato più sorprendente arriva guardando come si distribuiscono le competenze. In cima l’Italia non è affatto indietro, perché il 31,5% degli italiani ha competenze avanzate, esattamente come in Europa (31,4%). Il vuoto sta nel gradino intermedio, quello delle competenze di base, che riguarda il 22,8% dei nostri concittadini contro il 29,0% degli europei, e quei sei punti spiegano da soli l’intero ritardo. All’altro estremo la coda è più pesante, con il 4,5% della popolazione privo di qualsiasi competenza, a fronte del 2,5% in Europa, e un ulteriore 5,2% fermo a un livello limitato.

C’è poi un dato sulla dinamica che rafforza questa lettura. Il miglioramento dell’ultimo biennio è dovuto quasi interamente alle competenze avanzate, salite dal 23,5% al 31,5% e arrivate così ad allinearsi alla media europea, mentre il livello di base è rimasto sostanzialmente fermo (dal 22,2% al 22,8%) a fronte di una crescita europea dal 27,3% al 29,0%. Il divario su questo gradino si è dunque allargato da 5,1 a 6,2 punti.
In altre parole, l’Italia ha la stessa quota di cittadini con competenze avanzate della media europea, ma troppi che restano fermi ai gradini più bassi. Per chi disegna le politiche l’indicazione è chiara, perché puntare soltanto sull’eccellenza cambierebbe poco i numeri, mentre portare più persone oltre la soglia minima è la leva che sposta davvero l’indicatore.
GIOVANI E DONNE, DUE FRONTI APERTI
Si potrebbe pensare che il tempo faccia il suo lavoro e che il ricambio generazionale basti a colmare il divario. I dati dicono di no. Tra i 16 e i 24 anni solo il 68,5% degli italiani ha competenze almeno di base, contro il 74,6% della media europea, un risultato che vale il ventesimo posto, davanti soltanto a Bulgaria, Romania, Germania, Lussemburgo, Cipro, Lettonia e Slovenia. I nativi digitali, insomma, usano gli strumenti ma non sempre ne hanno la padronanza, e questo chiama in causa il ruolo della scuola nel trasformare l’abitudine in competenza.
Il copione si ripete nelle altre fasce, con un distacco dall’Europa che resta tra i cinque e i sei punti sia tra i 25 e i 54 anni (63,2% contro 68,6%) sia tra i 55 e i 74 (37,5% contro 42,6%). In quest’ultima fascia l’Italia risale al tredicesimo posto, ma solo perché in tutto il continente le competenze calano con l’età.
Il vero squilibrio riguarda le donne over 55. Fino ai 54 anni uomini e donne si equivalgono, e tra i più giovani sono addirittura le ragazze a fare meglio dei coetanei maschi, sia in Italia (70,6% contro 66,6%) sia in Europa. Dopo i 55 anni il quadro cambia, con le italiane che si fermano al 32,8%, oltre sei punti sotto la media europea delle loro coetanee (39,4%) e quasi dieci sotto gli uomini italiani (42,6%). È il valore più basso dell’intero quadro, e riguarda proprio chi rischia di più di restare escluso dai servizi pubblici digitali e dalla vita economica.

LA SCELTA DI STUDIO CHE FA LA DIFFERENZA
Il divario di genere si forma molto prima, tra i banchi dell’università. Secondo le elaborazioni I-Com sui dati dell’Ufficio di Statistica del MUR, nel 2025 i laureati in Informatica e Ingegneria dell’informazione rappresentano il 5,5% del totale dei laureati in Italia, con il 5,8% tra i laureati di primo livello o a ciclo unico e il 4,8% tra quelli di secondo livello. È una quota contenuta, in un contesto in cui la domanda di profili specialistici cresce rapidamente, e ciò che pesa davvero è la distanza tra uomini e donne.
Tra i laureati di primo livello o a ciclo unico l’11,1% degli uomini sceglie questi percorsi, contro appena il 2,0% delle donne, e nel secondo livello le quote sono del 9,1% e dell’1,8%. In entrambi i casi gli uomini sono più di cinque volte più presenti delle donne. Colpisce che accada mentre le giovani donne dimostrano competenze di base superiori ai coetanei, segno che la barriera non è l’esposizione alla tecnologia ma l’orientamento e la percezione delle opportunità professionali, che si formano molto prima dell’iscrizione. E il futuro non promette di meglio, perché tra gli immatricolati del 2025/2026 a Informatica e Tecnologie ICT le donne sono 1.567 contro 8.305 uomini, lo 0,8% delle nuove iscritte contro il 5,3% dei nuovi iscritti, sempre secondo il monitoraggio I-Com. In un’Europa che punta a 20 milioni di specialisti ICT, rinunciare a metà dei talenti è un lusso che nessuno può permettersi.

PERCHÉ LE COMPETENZE CONTANO ANCHE PER L’ECONOMIA
Le competenze non sono solo una questione di inclusione. Mettendo a confronto i Paesi europei, chi ha una popolazione più preparata tende ad avere anche una produttività oraria più alta, come mostrano Paesi Bassi, Danimarca e Finlandia, mentre in Bulgaria, dove le competenze di base sono tra le più basse, la produttività è appena il 59% della media europea. Il legame non è meccanico e spiega poco meno del 40% delle differenze tra i Paesi, perché Irlanda e Lussemburgo si staccano molto dalla tendenza per ragioni legate alla struttura delle loro economie, mentre Repubblica Ceca e Malta mostrano che competenze diffuse non bastano da sole.

L’Italia, con una produttività pari al 96,2% della media europea, sta circa undici punti sopra il livello che la sua dotazione di competenze lascerebbe prevedere. Non si può parlare di causa ed effetto, perché contano anche capitale, istituzioni e specializzazione produttiva, ma il messaggio è chiaro. Le competenze sono la condizione per far rendere davvero le tecnologie, a maggior ragione ora che l’intelligenza artificiale chiede a chi lavora capacità di uso critico e consapevole.
CONCLUSIONI
Il quadro che emerge racconta un’Italia che non manca di eccellenze digitali, ma che fatica a costruire una base solida di competenze condivise. Il ritardo si concentra in fondo alla piramide, attraversa tutte le generazioni, pesa soprattutto sulle donne più mature e si riflette in una presenza femminile ancora esigua nei percorsi specialistici, con possibili effetti anche sulla produttività.
Le strade da percorrere sono abbastanza chiare. Servono percorsi di alfabetizzazione di base mirati a chi parte più indietro, anche attraverso i luoghi di lavoro e i servizi di prossimità, programmi pensati per le donne over 55, un orientamento scolastico e universitario capace di ridurre lo squilibrio di genere nelle discipline informatiche e imprese messe nelle condizioni di valorizzare le competenze che le persone acquisiscono. A rendere più urgente una formazione strutturata è l’indagine I-Com 2026 condotta con Altroconsumo su 816 maggiorenni e presentata nel Rapporto ORES 2026, secondo cui sei italiani su dieci imparano il digitale da soli, quattro su dieci si affidano ormai all’intelligenza artificiale generativa e meno di due su dieci seguono corsi dedicati (17,5%).
Per questo il Decennio Digitale dovrà guardare meno ai vertici e più alla base della distribuzione. L’Italia non difetta di chi sa guidare la trasformazione digitale, ma di chi viene messo nelle condizioni di prenderne parte, e per il 2030 la partita si giocherà meno sulla capacità di costruire la tecnologia che su quella di metterla alla portata di tutti.




