Se non ci fossero loro (i cani da guardia del lobbying)

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Gianluca SGUEO

Pochi giorni fa su questo blog abbiamo raccontato l’epopea dei watchdog, le associazioni private che intervengono dove la politica e le istituzioni non arrivano: monitorare la trasparenza del lobbying. E denunciare, se necessario, malaffare e corruzione.

Alla lista, già corposa, se ne aggiungono altre due:

Il primo è LobbyLens – un sito australiano di monitoraggio istituzionale che raccoglie e combina le informazioni relative alla spesa delle aziende per la rappresentanza di interessi, il budget del governo e gli appalti. Scopo: controllare che tutto sia regolare. La grafica è essenziale. Una sorta di world cloud ridotto all’osso. Diviso in suppliers, agencies, lobbyists e industries, ti dice chi ha speso quanto in cosa. Molto utile per ricercatori, data miners e giornalisti investigativi.

Il secondo è Spinwatch – Un sito inglese (e prevalentemente inglese quanto a contenuti, anche se loro dichiarano di essere interessati a tutta Europa) che unisce lo spirito investigativo a quello informativo. Per questo ospita un blog e una serie di articoli di approfondimento, divisi per temi. E fa anche campagne di sensibilizzazione (attualmente sono impegnati sul fronte del registro dei lobbisti inglesi). Apprezzabile peraltro il tentativo di informare con grafici e tabelle, strumento prezioso di lavoro per chi fa ricerca sul tema.

E così mentre i legislatori fanno fatica a tenere il passo con la regolazione delle lobby (come insegna il caso inglese) le associazioni private la fanno da padrone. E aprono così una serie di interrogativi importanti: è legittimo che il settore privato si assuma la responsabilità di monitorare il funzionamento di un circuito che è, per almeno il 50% degli attori, pubblico? E poi, seconda domanda: chi controlla i controllori? A chi rispondono dei dati diffusi? Sono soggetti a sistemi di certificazione?

Per ora, le domande restano senza risposta.

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