Sull’utilizzo del contante un’occasione persa per guardare al futuro senza i soliti ideologismi

Articolo blog
Stefano DA EMPOLI

Il timido tentativo, immediatamente abortito, del Ministro dell’Economia Saccomanni di sottoporre all’attenzione della maggioranza politica il tema dell’abbassamento della soglia per l’utilizzo del contante la dice lunga sullo stato della politica nel nostro Paese.

L’evidenza empirica ci dice senza tema di smentite che il contante è costoso in termini economici e sociali (che, secondo una recente indagine della BCE, rappresentano in media lo 0,46% del PIL dell’Unione Europea, ma nel nostro Paese arrivano intorno a 15 miliardi, circa l’1% del prodotto, da una stima della Banca d’Italia del 2012) ed è associato al sommerso e dunque all’evasione (e quindi a un’ulteriore perdita sociale per la collettività). Secondo le stime contenute in un recente studio I-Com, dieci milioni di carte di pagamento in più sono associate a un recupero dell’evasione di 5,1 miliardi di euro e 10 euro in meno di prelievo medio di contante agli sportelli Bancomat a un maggior gettito di 6,5 miliardi di euro. Naturalmente, nessuno sostiene che la lotta all’evasione passi prevalentemente o esclusivamente dalla moneta elettronica ma come in tutte le azioni complesse il successo è la somma di tanti interventi e di una loro applicazione sempre più stringente ed efficace nel tempo. La logica del tutto o nulla può andar bene per le interazioni umane di un asilo, non certo per il Governo di un Paese che aspiri ad avere un futuro migliore.

Dunque occorre avere una strategia e non accontentarsi di navigare a vista, sulla base degli equilibri politici del momento, basati su approcci superficiali e ideologici, refrattari a una seria analisi della situazione, che non può che essere basata sui numeri. Ed i numeri qui parlano e molto in una sola direzione.

Dopodiché è innegabile, ed è giusto riconoscerlo, che nel Paese ci sia un problema culturale, legato ad una scarsa dimestichezza con la moneta elettronica e ad un (illusorio) senso di maggiore sicurezza che si accompagna all’utilizzo del contante, che è altra cosa dalla volontà di sottrarsi alla tracciabilità dei pagamenti. Se la seconda esigenza non può essere certamente difesa in una società moderna né può essere giustificata con argomentazioni riguardanti l’eccessivo livello della pressione fiscale, la prima va tenuta legittimamente in considerazione. Tuttavia, come in tutte le questioni legate al processo di digitalizzazione, un Paese che aspira a recuperare il gap con il resto d’Europa non può procedere al ritmo del veicolo più lento ma semmai aiutare quest’ultimo a diventare più veloce e a tenere il passo della modernità. L’abbassamento della soglia del contante non è l’unico modo per incentivare l’uso della moneta elettronica ma certamente è uno dei driver più efficaci, a due condizioni.

La prima è che avvenga in tempi graduali e prestabiliti, senza fughe in avanti che spaventino il consumatore ma con un percorso certo verso un sistema di pagamenti interamente digitale nel giro di pochi anni. Diversi Paesi ci sono già arrivati nei fatti, non si vede perché noi non dovremmo farcela. Peraltro, altri processi di switch-off di modalità tecnologiche obsolete imposti secondo precise scadenze scaglionate negli anni (ad esempio, nella televisione con il passaggio dall’analogico al digitale) sono riusciti con pieno successo, senza creare fenomeni particolari di panico.

In secondo luogo, per facilitare la transizione, occorrerebbe renderla più morbida, specie per coloro che vivono l’abbassamento della soglia come un regalo alle banche o come l’imposizione di uno Stato paternalista (ma ai liberali dico che in tempi di crisi occorre essere sufficientemente pragmatici talvolta, evitando di cadere nella sindrome dei mulini a vento). Lo si potrebbe fare prevedendo forme di incentivazione, ad esempio sperimentate con successo in Corea del Sud e in Argentina, Paesi che hanno defiscalizzato parzialmente i pagamenti effettuati con moneta elettronica (con benefici oltre che per l’economia nel suo complesso per i consumatori ma anche per lo Stato, che nel medio e lungo periodo ha recuperato sommerso e dunque evasione in misura maggiore rispetto a quanto abbia perso in termini di minori entrate). Ci permettiamo di aggiungere che questo sarebbe un modo più efficace di spendere il bonus fiscale rispetto a un modesto intervento in busta paga e oltretutto inciderebbe sui consumi in crisi, dando un piccolo aiuto a far ripartire l’economia (oltre che essere più sostenibile nel medio periodo rispetto al altri interventi).

Nell’attuale dibattito pubblico italiano, venato di falsi ideologismi e battaglie campali per il nulla, è difficile che idee di buonsenso come questa vengano prese in considerazione. Ma poi non possiamo nasconderci dietro un dito se il Paese non si risolleva dalla peggiore crisi economica che si ricordi a memoria d’uomo, a causa di tanti interventi possibili come questo che si sarebbero potuti fare ma non sono stati neppure presi in considerazione oppure scartati sull’altare della falsa priorità del momento.

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