Agenda digitale ed energia, idee chiare cercansi in vista del semestre italiano di presidenza UE

Articolo blog
Stefano DA EMPOLI

Le ultime settimane dell’anno sono tempi di scadenze, propiziate anche da un’intensa attività legislativa e regolatoria che tradizionalmente ha luogo in questo periodo. Dovrebbero però essere anche momenti di programmazione futura, che si dovrebbe elevare sotto i tanti profili operativi per vederli in una cornice unitaria. Tanto più che come noto nel secondo semestre dell’anno prossimo, l’Italia assumerà la presidenza di turno della Presidenza dell’Unione europea, dopo ben 11 anni (un’occasione sulla quale giustamente sta puntando il Governo, anche perché, secondo l’attuale numero di Paesi e il ritmo semestrale di rotazione, la prossima ci capiterà non prima del 2028). Sarà un semestre particolare perché si potranno portare a termine ben pochi dossier, viste le scadenze di mandato prima del Parlamento e poi della Commissione. Tuttavia, proprio perché coincide con un nuovo ciclo delle principali istituzioni comunitarie, l’opportunità principale che ci offrirà la presidenza UE è quella di porre all’attenzione delle rinnovate istituzioni comunitarie una serie di temi chiave sui quali lavorare nei prossimi anni. La condizione necessaria perché questa operazione possa riuscire è arrivare al semestre con le idee sufficientemente chiare, tali da permetterci di proporre una nuova visione di Europa, almeno in alcune aree per noi prioritarie.

Leggendo i resoconti delle attività istituzionali di queste ultime settimane, non sembra sia questo il caso, almeno sui temi digitali ed energetici.

Nel primo ambito, da un lato si intende dare correttamente un forte impulso alla digitalizzazione del Paese, dall’altra si pongono freni oppure si discrimina il settore rispetto ad altri. Il decreto Destinazione Italia ne è una perfetta testimonianza, laddove in un articolo prevede strumenti di sostegno alle piccole e medie imprese che investono sull’ICT (non ultimo formando i propri dipendenti), in uno a poche pagine di distanza si propone di favorire la lettura tenendo esclusi i libri digitali dall’ambito di fruizione del credito fiscale previsto. Non è certo con questo approccio bipolare che il Paese possa fare molti passi in avanti su alcuni dei principali fattori di ritardo. Così come appare ridicolo che sia l’Italia, uno dei Paesi meno digitalizzati d’Europa, a porre il tema della fiscalità sulle transazioni via web che sfuggono agli Stati nazionali. Quale segnale si pensa di dare al mondo, in cambio di qualche spicciolo in più per le affamate casse statali? Il compromesso, frutto delle nuove alchimie politiche, verso il quale si sta andando in un certo senso peggiora la situazione: tenere comunque il punto (che può anche essere giusto ma è del tutto intempestivo nel contesto nazionale nel quale ci troviamo) in cambio di entrate trascurabili. Nel frattempo, nel filone del copyright c’è una congerie di norme approvate (il Regolamento dell’Autorità delle Comunicazioni sul diritto d’autore online) o che aspetta di essere approvata (l’articolo in favore dello sviluppo del mercato editoriale nel ddl collegato alla Legge di stabilità) che pone una serie di limiti evidenti alla fruizione dei contenuti e che rischia di far ricadere cittadini e imprese in una specie di medioevo digitale. Per non parlare delle manovre di SIAE per farsi riconoscere un più elevato equo compenso a valere su tablet e smartphone, con prevedibile rincaro dei relativi prezzi. Anche qui sarà anche giusto ma in evidente contraddizione con una visione politica più ampia che è stata chiaramente riconosciuta a livello di Governo, chiamando Francesco Caio alla guida dell’Agenda digitale italiana

Nell’energia, le contraddizioni sono meno lampanti, ma ci sono tutte. In particolare sulla riduzione dei prezzi dell’energia si confrontano partiti avversi, che rischiano ciascuno di segnare gol nella porta dell’altro, aggiungendo ulteriori distorsioni a un sistema tutt’altro che lineare e adamantino. Da un lato, il Governo si propone giustamente fin dalla SEN di diminuire i costi dell’energia o più realisticamente ridurre il gap con i principali Paesi europei. Dall’altra, pur essendo lo sforzo encomiabile, non sempre modalità e beneficiari sono apparsi ineccepibili. Nello stesso tempo, vanno in direzione contraria alla riduzione degli oneri di sistema i tentativi di irrobustire il meccanismo transitorio di capacity payment. Mentre poco enfasi è stata data fin qui da questo Governo al completamento della liberalizzazione, se è vero che è stata prematuramente pensionata nel silenzio generale la Legge annuale della concorrenza, e all’efficienza energetica, che sono due modi aggiuntivi e più strutturali di quelli fin qui escogitati per ridurre i prezzi nel medio-lungo termine.

In ogni caso, su entrambi i temi, digitale ed energia, ma se ne potrebbero citare tanti altri, i comportamenti delle principali istituzioni non appaiono sempre coerenti e sembra mancare una cabina di regia che riesca a mettere ordine, con il rischio che anche il lavoro dei meritevoli, che pure non mancano, venga contraddetto o smorzato da quello di altri soggetti. Se ne sta avendo proprio in queste ore una dimostrazione evidente, e molto triste per chi crede nella possibilità che questo Paese sia riformato, sulla spending review, appena qualcuno ha incominciato a mettere nel mirino i risparmi che finalmente sembrano materializzarsi grazie ai primi buoni passi del Commissario Cottarelli.

Senza un’attenta riflessione su queste sbandate della macchina istituzionale, che si vorrebbe con una buona tenuta di strada ma che in realtà appare poco stabile, appare difficile poter incidere sull’agenda nazionale e a maggior ragione su quella europea. Costringendo, se così continuerà l’andazzo, noi ed altri osservatori tra un anno esatto, nel fare il bilancio del 2014, a dire che il semestre di presidenza è stata un’occasione mancata. Dio ce ne scampi. Ma soprattutto, più terrenamente, il Presidente del Consiglio in carica.

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