Il peso dell’invecchiamento nella sanità italiana: dai pazienti alla classe medica

immagine blogIl Rapporto OASI 2016, l’Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema sanitario Italiano, ha fatto emergere come l’assistenza agli anziani non autosufficienti rappresenti una sfida importante per l’intera sanità italiana. Gli anziani non autosufficienti presenti nel nostro Paese ammontano a 2,7 milioni, ma soltanto 200.000 sono presi in carico dalle strutture a loro dedicate, altri 600.000 ricevono l’assistenza presso il proprio domicilio, mentre i rimanenti si affidano al SSN. Ospedali e badanti costituiscono importanti punti di riferimento per le famiglie, anche se spesso non rappresentano la soluzione più appropriata per soddisfare i bisogni degli assistiti[1].

L’aspettativa di vita in buona salute varia abbastanza a seconda del territorio in cui si vive (il Sole 24 ore Sanità[2], con riferimento a dati ISTAT  2015), essendo infatti pari a 60 anni al Nord e a 55,4 anni nel Mezzogiorno, mentre il rapporto nazionale tra ultra 65enni e minori di 14 anni avrebbe raggiunto una quota pari a 158/100, dato decisamente più alto rispetto alla media europea, pari invece a 118/100. Secondo quanto riportato nel rapporto OASI 2016, in base ai dati ISTAT 2016, il 38% degli italiani ha inoltre dichiarato di avere almeno una patologia cronica, mentre il 5% non sarebbe autosufficiente: questo trend risulta in peggioramento e l’invecchiamento della popolazione gioca sicuramente un ruolo fondamentale.

Il peso della crescente fascia anziana, da cui deriva un aumento del numero di malati cronici e delle persone che non seguono correttamente le terapie prescritte, si fa sentire, sebbene non allo stesso modo, in tutto il territorio nazionale: la presa in carico di chi non risulta autosufficiente nelle strutture residenziali varia nella penisola, attestandosi al 40% in alcune aree del Nord e risultando quasi inesistente in alcune zone del Mezzogiorno, raggiungendo il 20% su scala nazionale. Il peso dell’assistenza del rimanente 80% di questa categoria di anziani viene assorbito in modo informale delle famiglie, che, al peggioramento delle condizioni di salute dell’assistito, cercano di accedere ai servizi sanitari e socio-sanitari, in particolar modo se gratuiti, per trovare una risposta maggiormente strutturata ai loro bisogni.

Il rapporto OASI 2016 ha inoltre analizzato il modo con cui viene gestita l’assistenza agli anziani: il livello di ricovero ospedaliero in medicina degli anziani è stato confrontato con l’offerta di strutture socio-sanitarie territoriali e la disponibilità di caregiver privati informali (le c.d. “badanti”), consentendo di verificare se il sistema a “vasi comunicanti” tra le varie opzioni assistenziali risulta in grado di funzionare. Secondo quanto riportato nell’executive summary del rapporto“L’ipotesi era che al crescere del numero di badanti per anziani ultra-settantacinquenni diminuisse il ricorso alle strutture residenziali; così come un aumento della presa in carico socio-sanitaria strutturata o informale dovesse diminuire i ricoveri ordinari in medicina. Al contrario, il confronto inter-regionale dimostra che i vasi comunicanti, in realtà, non comunicano. Nei territori con più badanti, sono disponibili (e occupati) più posti letto in strutture socio-sanitarie; allo stesso tempo, si registra un maggiore utilizzo delle strutture ospedaliere. In altri termini, qualsiasi capacità produttiva disponibile viene saturata, sia che si tratti di servizi gratuiti (sanitari), sia di servizi a pagamento parziale (strutture socio-sanitarie), sia di servizi interamente a onere privato (caregiver informali).”[3]

Gli effetti dell’invecchiamento non riguardano soltanto i pazienti, ma vanno ad incidere anche sul personale sanitario: nel 2014 i medici dipendenti del SSN presentavano una età media pari a 53 anni, mentre l’età media di chi operava all’interno delle varie professioni sanitarie aveva raggiunto i 47 anni, fatto che tenderebbe a creare un sistema di assistenza non propenso all’innovazione. La conferma di questo dato giunge da Eurostat, secondo cui l’Italia risulta essere il Paese dell’Unione Europea con la più alta percentuale di medici con un età pari o maggiore di 55 anni. Il 52% dei medici italiani presentano questa età, seguiti da Bulgaria, Cipro, Germania, Ungheria, Belgio, Lettonia, Estonia e Francia, nei quali questa percentuale risulta compresa tra il 40% ed il 46%.

Le dinamiche innescate all’interno della sanità italiana dal passare degli anni si caratterizzano dunque per la presenza di una parte importante della domanda socio-sanitaria che, non venendo ben governata, crea un impatto non indifferente sulla funzionalità dell’intero sistema sanitario, mentre la presenza di personale con una certa età può dare origine a fattori di un certo peso, quali elevati livelli di stress lavorativo e difficoltà organizzative. Abbandonare la logica del risparmio, seguendo un approccio basato sull’innovazione, capace di investire non solo in nuove tecnologie ma anche nella formazione del personale e in un rinnovamento della gestione dei servizi, potrebbe contribuire a migliorare l’assistenza agli anziani che ad oggi rappresentano un’importante voce di spesa, la quale, visto il quadro demografico attuale, sembrerebbe destinata ad aumentare.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata in Biotecnologie Mediche presso l'Università di Tor Vergata nel 2012, ha conseguito un master in Management e Marketing Farmaceutico nel 2013.

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