Così l’Unione europea ha perso l’occasione di disciplinare l’attività di lobbying


Articolo
Gianluca Sgueo

Una riforma metà, un’opportunità persa per l’Unione, che chiude la legislatura senza portare a compimento la riforma dell’accordo inter-istituzionale sulla trasparenza. Restano in piedi gli interventi di make-up operati durante il quinquennio appena trascorso. Troppo pochi, e politicamente troppo deboli, perché si possa parlare di progresso sostanziale in direzione della trasparenza dei processi decisionali e della legittimità delle istituzioni dell’Unione.

Ma dov’è mancato l’accordo? Su quali punti si è arenata la discussione? E perché?

1. Tra le dieci priorità indicate da Jean-Claude Juncker nel 2014 la trasparenza dei processi decisionali rivestiva un ruolo se non di primo piano, quanto meno importante. Va detto, al riguardo, che la Commissione ha dato impulso al processo di riforma istituendo un canale autonomo (e complementare rispetto al registro della trasparenza) per rendicontare gli incontri con i portatori di interesse. Per cinque anni le informazioni pubblicate a cadenza periodica dalle Direzioni Generali della Commissione europea hanno consentito di avere una visione più completa dei rapporti tra decisore pubblico europeo e interessi organizzati. Merito soprattutto della decisione di estendere ai vertici amministrativi (Direttori generali e capi di gabinetto) il dovere di rendicontazione degli incontri.

2. La negoziazione politica a livello parlamentare è stata più faticosa a causa delle critiche espresse dai membri eletti in Parlamento. Se il passaggio dalla facoltatività all’obbligatorietà di iscrizione al registro in carico ai lobbisti ha trovato consensi unanimi, molto più controverso è stato il tema della estensione del vincolo al personale politico. Sembrerebbe, a prima vista, una resistenza ingiustificata da parte degli eurodeputati, in realtà nasconde un problema più serio. La pressione dei mezzi di informazione, insieme alla estrema volatilità dell’opinione pubblica, fanno sì che molti rappresentanti politici temano di dover rendicontare gli incontri con i portatori di interesse. La libertà dell’esercizio di mandato politico, sostengono in molti, verrebbe meno nel momento in cui il rappresentante politico, per timore di ripercussioni sull’opinione pubblica, evitasse di incontrare alcuni interessi organizzati (presumibilmente, quelli scomodi: ad esempio la farmaceutica e il tabacco). Il compromesso (raggiunto con una modifica al regolamento interno del Parlamento) è stato quello di vincolare all’obbligo di rendicontazione i capigruppo e i relatori dei dossier legislativi.

3. Altra grande incompiuta è stata la riforma della regolazione degli esperti scientifici che, a vario titolo, sono chiamati dalle istituzioni a offrire consulenza sui temi tecnici. Pochi sanno che per molto tempo gli esperti scientifici sono stati censiti all’interno di un registro autonomo rispetto a quello della trasparenza. Il processo di selezione e verifica degli esperti ha suscitato spesso polemiche in merito all’integrità professionale di questi ultimi. Nel corso della legislatura il registro della trasparenza ha incorporato al proprio interno quello degli scientific advisors, vincolando questi ultimi al rispetto di regole più stringenti. Tutto bene, dunque? Sì, ma fino a un certo punto. Le Agenzie Ue mantengono un livello discrezionale piuttosto elevato rispetto alle “sorelle più grandi” (Commissione e Parlamento). Le Agenzie, peraltro, non sono tenute ad aderire al registro per la trasparenza, operando di fatto all’interno di un vuoto normativo.

4. A proposito di istituzioni: i tentativi di coinvolgere il Consiglio tra le istituzioni aderenti all’accordo inter-istituzionale sulla trasparenza sono stati particolarmente faticosi. Il tema è complesso. Da una parte va riconosciuto al Consiglio il fatto di essere, tra le tre istituzioni europee, quella che registra il minor numero di interazioni con i portatori di interesse. Ciò non perché conti meno delle altre (è vero, semmai, il contrario), ma perché le posizioni espresse all’interno del Consiglio rappresentano gli interessi nazionali, ed è quindi logico che i gruppi di interesse abbiano esercitato la propria influenza prima delle riunioni del Consiglio. Per altro verso, tuttavia, era importante, anche simbolicamente, avere il Consiglio tra le istituzioni aderenti al registro. Il compromesso raggiunto in questo caso avrebbe consentito l’adesione del Consiglio, ma limitava l’applicazione delle regole del registro ai governi titolari del semestre di presidenza dell’Unione.

5. Infine, obbligatorietà contro facoltatività. Va detto, al riguardo, che le principali opposizioni sono venute da parte della società civile, che ha avviato una lunga campagna di mobilitazione sostenendo, di fatto, l’ingiustizia dell’applicazione delle regole previste per le aziende a carico delle organizzazioni della società civile. Critiche in realtà poco giustificabili, certamente non in linea con la realtà, e che nascondono piuttosto la preoccupazione di dover rendicontare le donazioni ricevute. Aspetto sul quale non sempre c’è piena trasparenza.

L’idea di un registro obbligatorio, vincolante per tutte le istituzioni, con obblighi a carico dei lobbisti ma anche dei rappresentanti istituzionali, è fallita. Ci restano l’iniziativa della Commissione (che tuttavia, essendo un’iniziativa di natura politica, potrebbe non essere confermata dalla prossima Commissione) e una riforma del regolamento interno del Parlamento europeo, che amplia (di poco) il numero di soggetti tenuti a rendicontare gli incontri con i lobbisti. Un punto mancato da parte dell’Unione nella lotta contro i populismi e gli euro-scettici.

Direttore Area Istituzioni dell'Istituto per la Competitività (I-Com). E’ Professore in “Media, Activism & Democracy” presso la New York University – Florence, e Professore in “Global Advocacy” presso la Vrije Universiteit di Brussels.

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1 commento

  1. Grazie Gianluca!

    Curioso come alcuni insistano su più trasparenza per altri, ma non per loro stessi. Come se ci fossero interessi che hanno intrinsecamente più legittimità di altri. La democrazia funziona se tutti hanno la possibilità di far sentire la loro voce, anche quelli qui definiti “scomodi”. Un discorso separato ci vorrebbe sul paragonare la farmaceutica e il tabacco (!??)… Riparliamone con piacere!

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