L’economia della circolazione: dinamiche intra-africane, rimesse e impatto della mobilità


Articolo
Anas Mghar

La crescente globalizzazione e l’interdipendenza economica, sociale, culturale e di sicurezza sono diventate più concrete che mai, trasformando l’intero pianeta in una conurbazione. L’interdipendenza si riflette anche nell’aumento dei movimenti migratori, rendendo il mondo un villaggio globale. Questa mobilità ricorrente riguarda tutti i paesi e tutti i popoli. Da un lato, il progresso tecnologico ha reso la mobilità più facile e veloce, in particolare per le persone in cerca di lavoro, opportunità economiche o sociali, istruzione o una migliore qualità della vita. Allo stesso tempo, conflitti, cambiamenti climatici, povertà, disuguaglianze di ogni tipo e divari di sviluppo costringono le persone ad abbandonare i loro paesi di origine in cerca di un futuro migliore per sé e le proprie famiglie.

Milioni di anni fa diverse linee evolutive umane lasciarono l’Africa per diffondersi in altri continenti. Gli studiosi della storia parlano quindi di diverse migrazioni dall’Africa in periodi diversi. Percepito come la culla dell’umanità, il continente africano ha visto le sue società e i suoi paesaggi evolversi a ogni ondata migratoria. A diverse scale spaziali e temporali, gli esempi di mobilità sono numerosi e forniscono informazioni sulle trasformazioni del continente. 

MIGRAZIONE INTRA-AFRICANA VERSUS EXTRA-AFRICANA: FOCUS IN CAMBIAMENTO

Le migrazioni in Africa non sono un fenomeno recente. Dalla Mauritania alla Nigeria, Dal Sudan al Sud-Africa, la mobilità è parte integrante della vita delle popolazioni locali. Le antiche rotte commerciali trans-sahariane e le pratiche di transumanza hanno creato una cultura della circolazione, precedente e spesso contraria ai confini coloniali. Secondo l’IMDC-2025 (Internal Displacement Monitoring Centre) circa il 75% delle migrazioni africane avviene all’interno del continente, ma le priorità dei donatori, la copertura mediatica e la ricerca politica rimangono sproporzionatamente concentrate sulla frazione più piccola che tenta di raggiungere l’Europa attraverso la rotta del Mediterraneo. Nel 2024 il numero di migranti internazionali nel mondo era di 304 milioni e il 64% di tutti i migranti nati nell’Africa subsahariana viveva in un altro paese o area della regione (United Nations – International Migrant Stock 2024).

La rappresentazione dell’Africa in Nord America e in Europa è spesso permeata di stereotipi negativi. Povertà e conflitti armati sono percepiti come le cause degli sfollamenti di massa verso l’Europa e i media rafforzano questa immagine minacciosa moltiplicando i resoconti drammatici degli esuli, che offuscano la diversità dei sistemi migratori africani. Ignorare la relazione tra passato coloniale e presente migratorio diviene un modo per fuggire la dimensione razziale e razzista delle leggi e della società che le promulga, mistificando attraverso un discorso di “finto buon senso” che mette al centro la sicurezza dei confini e della nazione.

Dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni ’70 i paesi europei in piena espansione economica reclutarono massicciamente la propria forza lavoro dall’estero, in particolare da alcuni paesi africani. Tuttavia, in seguito alla prima crisi petrolifera del 1973 e alle sue disastrose conseguenze per le loro economie, gli stati imposero restrizioni all’ingresso di persone extraeuropei e ne incoraggiarono il rientro nei paesi di origine. Queste limitazioni all’immigrazione furono gradualmente implementate: fino alla metà degli anni ’80, molti migranti africani potevano entrare legalmente in alcuni paesi europei, ma ciò divenne sempre più difficile a partire dagli anni ’90. La tendenza alle restrizioni derivò anche dalla creazione dell’Area Schengen, nel 1995: l’apertura delle frontiere intraeuropee fu correlata a un maggiore controllo delle frontiere esterne.

Negli anni ’70 e ’80 la maggior parte delle ricerche condotte sul territorio africano ha esaminato le migrazioni dal punto di vista delle cause o delle conseguenze sullo sviluppo. Sono stati inoltre analizzati, sia dai media che dal mondo accademico, in termini dicotomici, come se non ci fosse altra scelta che contrapporre i migranti economici ai rifugiati politici, la migrazione interna a quella internazionale e la mobilità rurale a quella urbana. Alcune consideravano la migrazione come una forma di adeguamento dell’offerta di manodopera dei paesi in “via di sviluppo” alle crescenti esigenze dei paesi industrializzati – i contadini del “terzo mondo” che partivano per lavorare nelle fabbriche europee – mentre altre mettevano a confronto la rapida crescita demografica dei paesi del Sud con il declino delle popolazioni del Nord. Le migrazioni africane sono state studiate principalmente dal punto di vista delle partenze verso l’Occidente: prima attirando i lavoratori quando la manodopera europea diventava insufficiente, poi frenando i flussi migratori in un contesto post-fordista.

RIMESSE COME FINANZIAMENTO DELLO SVILUPPO: I MILIARDI TRASCURATI DELL’AFRICA

Le economie del Sud del mondo offrono preziosi insegnamenti su come trasformare con successo i flussi di rimesse in una crescita economica su larga scala. In poco più di un decennio, gli afflussi di rimesse in Africa sono aumentati da circa 53 miliardi di dollari nel 2010 a 95 miliardi di dollari nel 2024. Durante questo periodo, la loro quota del PIL del continente è aumentata dal 3,6% al 5,1%, rendendo le rimesse una delle fonti di finanziamento esterno più grandi e stabili dell’Africa. Per mettere in prospettiva questo dato, negli ultimi anni le rimesse hanno eguagliato o superato il valore degli aiuti pubblici allo sviluppo (APS) e degli investimenti diretti esteri (IDE). Nel 2024, gli afflussi di IDE hanno raggiunto i 97 miliardi di dollari, un valore pressoché in linea con quello delle rimesse.

I dati pubblicati dall’Africa Finance Corporation (AFC) del 2024 segnano una svolta, poiché le rimesse sono ora viste non solo come uno strumento per il consumo delle famiglie, ma anche come una leva strategica per lo sviluppo nazionale. La Nigeria ha mantenuto il suo status di uno dei principali centri di rimesse dell’Africa, sostenuta dalla sua vasta ed economicamente attiva diaspora. l’aumento degli afflussi di rimesse verso la Nigeria e altri paesi tra i principali destinatari riflette un cambiamento strutturale nei legami finanziari tra il continente e la sua diaspora globale, che si allontana dall’eredità della fuga di capitali verso relazioni finanziarie più trasparenti e formalizzate.

Egitto, Nigeria e Marocco hanno rappresentato le quote maggiori degli afflussi di rimesse in Africa nel 2024. Al contrario, Angola, Seychelles e São Tomé e Príncipe hanno ricevuto meno dell’1% degli afflussi totali, evidenziando forti disparità nella dipendenza dalle rimesse. A livello regionale, l’Africa settentrionale e occidentale ha attratto i volumi complessivi di rimesse più elevati.

Storicamente, il continente ha subito significative perdite di capitale a causa di deflussi finanziari attraverso canali informali. Queste perdite hanno indebolito le capacità di investimento e limitato la capacità del continente di beneficiare della ricchezza detenuta dai suoi cittadini all’estero. Una sfida importante è rappresentata dalla quota sostanziale delle rimesse africane che transita attraverso canali informali, come il denaro contante trasportato a mano o sistemi di trasferimento non registrati, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo, in Libia, nello Zimbabwe, in Somalia e in Nigeria. Motivo per cui i governi africani hanno iniziato ad integrare il coinvolgimento della diaspora nelle loro strategie di sviluppo nazionale e a esplorare strumenti come le obbligazioni della diaspora per convogliare i fondi verso i settori produttivi.

AFC sostiene che le basi per un efficace coinvolgimento della diaspora esistano in tutto il continente. Ha indicato iniziative precedenti, tra cui l’African Diaspora Investment Fund e il proposto African Institute for Remittances, come passi chiave per istituzionalizzare lo sviluppo finanziato dalla diaspora. L’AFC conclude che riforme durature, una maggiore trasparenza e canali finanziari affidabili saranno fondamentali per trasformare gli afflussi di rimesse in guadagni economici a lungo termine per il continente.

OLTRE LA CRONACA: I VANTAGGI ECONOMICI DI QUESTA MOBILITÀ UMANA IN ITALIA

Secondo i dati Istat, al 1° gennaio 2026, le persone con background migratorio regolarmente residenti in Italia sono poco più di 5 milioni (5 milioni e 30 mila). Di tale cifra, 2,51 milioni fanno parte del mercato del lavoro. In termini economici, secondo i dati della Fondazione Leone Moressa la manodopera relativa alla componente migratoria genera più benefici che costi. I contribuenti immigrati in Italia sono 4,9 milioni (11,5% del totale) e nel 2024 hanno dichiarato redditi per 80,4 miliardi di euro e versato 11,6 miliardi di Irpef.

In un paese che sta invecchiando, il contributo demografico della componente immigrata rimane positivo, con un tasso di natalità maggiore (9,9 nati ogni mille abitanti tra gli ‘stranieri’ e 6,1 tra gli italiani) e un tasso di mortalità minore (2,1 morti tra gli ‘stranieri’ e 12,3 tra gli italiani). La presenza migrante è una forza lavoro indispensabile in molti settori. Da un punto di vista previdenziale, i lavoratori immigrati versano quasi nove miliardi di contributi annui, garantendo un saldo positivo per le casse INPS. Complessivamente, il valore aggiunto prodotto dai lavoratori immigrati è pari a 177 miliardi, il 9% del PIL. Immaginando che fossero una nazione a sé, con 177 miliardi di valore prodotto, i 2,3 milioni di lavoratori migranti occupati in Italia si situerebbero al 17° posto tra i paesi europei, con un PIL superiore rispetto a paesi quali la Slovacchia, la Bulgaria e il Lussemburgo.

*Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di I-Com

Dottorando di ricerca in Economia presso l'Università LUMSA (Italia) e la Mekelle University (Etiopia). La sua ricerca analizza l'impatto e le ricadute socio-economiche del cambiamento climatico nel Global South. I suoi interessi scientifici spaziano dalle politiche migratorie allo sviluppo partecipativo, con un focus particolare sulla cooperazione Sud-Sud e sulle dinamiche di risoluzione dei conflitti.