Il conflitto in Medio Oriente, iniziato cinque settimane fa, si protrae con ripercussioni sempre maggiori su economia e traffici energetici globali, alimentando i timori di prolungate interruzioni delle forniture. La risposta strategica dell’Iran, arrivata sotto forma di chiusura dello Stretto di Hormuz sta mettendo a rischio la tenuta di molti sistemi energetici. Lo Stretto, per cui transita circa il 25% del petrolio trasportato globalmente via mare e il 20% di gas naturale liquefatto (GNL), costituisce infatti uno dei colli di bottiglia più critici dell’approvvigionamento mondiale di risorse fossili. Ma in che misura l’Unione Europea subisce le conseguenze dell’interruzione dell’approvvigionamento da Hormuz? Quale è la tenuta del sistema energetico UE di fronte a questo shock esterno?

IL MIX ENERGETICO EUROPEO

La resilienza di un sistema energetico ai traumi e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento poggia sulla sua autonomia strategica, sulla quota di energia prodotta domesticamente, sulla capacità di soddisfare la domanda interna, ed è d’altronde impattata dal tasso di dipendenza dalle importazioni di energia.
Nel 2024 la produzione primaria di energia nell’UE si è attestata a 23.001 petajoule (PJ), in calo continuo e significativo dal 2019 (-11%). La persistente riduzione della produzione energetica impedisce all’UE di soddisfare la domanda interna con risorse proprie, che arrivano a coprire solo il 43% del fabbisogno complessivo. Di conseguenza, si è registrato un incremento delle importazioni di prodotti energetici, che oggi rappresentano la quota predominante del mix energetico, pari al 57% (Figura 1).

Figura 1: Mix energetico dell’Unione Europea (al centro), scomposizione della produzione per fonte energetica, per quota (a sinistra), scomposizione delle importazioni per fonte energetica, per quota (a destra). Dati riferiti al 2024

Fonte: Elaborazione I-Com su dati Eurostat, 2026

IL PESO DELLE IMPORTAZIONI E LA DIPENDENZA DALLE FONTI FOSSILI

Nel 2024 il petrolio rappresentava la quota predominante delle importazioni energetiche dell’UE (67%), seguiti dal gas naturale, pari al 24%. Nonostante il tasso di dipendenza vari per fonte energetica e per Stato membro, nel 2024 la media europea del tasso di dipendenza dalle importazioni era al 96% per petrolio e prodotti petroliferi e all’85% per quanto riguarda il gas naturale (Figura 2).

Figura 2: Valori assoluti di produzione e importazioni in UE, per fonte energetica (2019-2024)

Fonte: Elaborazioni I-Com su dati Eurostat, 2024

Considerando la rilevanza che le fonti fossili hanno ancora oggi nel panorama energetico europeo, il punto cruciale è la struttura di vulnerabilità dell’UE rispetto alle rotte di approvvigionamento globali, e in particolare allo Stretto di Hormuz.

Il petrolio proveniente da partner affacciati sul Golfo Persico (Iraq e Arabia Saudita) costituisce circa il 12% del totale delle importazioni: una parte delle importazioni europee di petrolio è quindi effettivamente impattata dalla chiusura di Hormuz, rendendo lo shock non strutturale, ma cionondimeno significativo.
D’altro canto, la riconfigurazione del portafoglio di fornitori dopo l’embargo sul petrolio russo ha aumentato la diversificazione geografica, ma anche introdotto nuove forme di dipendenza indiretta: nel 2025 i maggiori partner erano gli Stati Uniti (15,1%), seguiti da Norvegia e Kazakistan, che non transitando per Hormuz possono riallocare le esportazioni verso i mercati asiatici in difficoltà, comprimendo l’offerta disponibile per l’Europa.

Un effetto fondamentale della chiusura di Hormuz riguarda i prezzi del petrolio: lo shock di offerta si è ripercosso globalmente, con effetti immediati sui benchmark, indipendentemente dalla destinazione finale dei flussi. I futures del Brent a marzo hanno visto un aumento di oltre il 60%, registrando il maggiore incremento mensile di sempre e raggiungendo i livelli più alti dal 2022.

Un ulteriore elemento riguarda la dimensione logistica e assicurativa. L’aumento dei premi assicurativi marittimi (war risk premiums) e dei costi di trasporto ha effetti inflattivi lungo tutta la catena del valore energetico. Anche le forniture non direttamente dipendenti da Hormuz hanno subìto rincari, riducendo il vantaggio comparato di rotte alternative.

I FLUSSI DI GAS NATURALE LIQUEFATTO

Le mutate dinamiche dell’approvvigionamento di gas nel continente, principalmente a causa dell’estromissione del gas russo (-75% tra il 2021 e il 2025), hanno definito un aumento delle importazioni di GNL nel 2025: la quota di GNL sul totale delle importazioni europee di gas si è attestata al 46% nel 2025, con un aumento rilevante del 24% su base annuale (Figura 3).

Figura 3: Importazioni di gas naturale nell’UE, per tipologia (2021-2025)

Fonte: Elaborazioni I-Com su dati European Commission, Quarterly report on European gas market 2025

Supplendo alla diminuzione di gas russo, le importazioni di GNL americano da parte dell’UE sono quasi quadruplicate dal 2021 al 2025, arrivando al 57% del totale di GNL importato (il 27% del totale del gas). Con gli accordi a lungo periodo presi con Washington i volumi di gas liquido statunitense arriverebbero entro il 2030 al 75-80% del totale delle importazioni europee di GNL.

Per quanto riguarda il rischio di interruzioni delle forniture passanti per Hormuz, principalmente dal Qatar, il gas liquefatto di Doha si attesta solo all’8% delle importazioni di GNL, dietro anche alla Russia (14%). Al netto di quote maggiori nei mix di importazione di GNL di alcuni Paesi europei (il GNL qatariota costituisce un terzo del totale importato in Italia nel 2025), il blocco di Hormuz non costituisce quindi una diretta minaccia alla stabilità degli approvvigionamenti europei di GNL.

Tuttavia, gli effetti maggiori si verificano ancora una volta sul piano dei prezzi e della rigidità del mercato globale. Il TTF olandese, benchmark europeo per il gas naturale, ha registrato il maggiore aumento mensile da settembre 2021 (+70%); le tensioni per l’andamento del conflitto, aggravato dalla chiusura del più grande impianto di GNL al mondo in Qatar, contribuiscono a mantenere i prezzi alti.

Un fattore determinante per i mercati è dato dalla concorrenza per le forniture energetiche alternative da parte dei compratori asiatici, che importano l’80% del gas passante per Hormuz e sono quindi enormemente impattati dalla chiusura dello Stretto.

Da una parte, una quota del gas statunitense può essere dirottata verso l’Asia, riducendo la disponibilità della flotta metaniera verso le rotte europee, e la capacità di esportazione aggiuntiva da parte degli Stati Uniti sarebbe insufficiente per compensare. Le nuove forniture di GNL dall’Australia sono limitate perché già destinate ai mercati asiatici. D’altro canto, la capacità europea di importazione aggiuntiva tramite gasdotti dai Paesi confinanti è limitata e di difficile accesso precisamente a causa delle politiche attuate di riduzione di gas russo. L’Unione ha dunque poco margine di manovra per diversificare ulteriormente il già limitato ventaglio di fornitori di gas.

CONCLUSIONI

In termini concreti, quindi, l’Unione Europea per il breve periodo non corre il rischio che la chiusura di Hormuz causi un’interruzione fisica dei flussi e una mancanza completa della disponibilità di petrolio e gas, poiché è solo marginalmente coinvolta nelle catene di approvvigionamento locali. Tuttavia, l’altissima dipendenza dalle importazioni di fonti fossili espone l’Unione alla forte volatilità dei prezzi sui mercati e agli effetti a catena del sistema energetico globale compromesso. Sia per il petrolio che per il gas, infatti, gli Stati Uniti occupano quote preminenti del mix di importazione europeo: 15% per il petrolio, 57% per il GNL, 27% per il totale del gas. Se, da una parte, il gas russo è stato di molto ridotto, le strategie energetiche dell’UE scontano ancora una volta il costo politico di sostituire una dipendenza con un’altra.

La crisi iraniana è una cartina al tornasole per la tenuta del sistema energetico europeo e ne evidenzia ancora una volta il punto più debole: la pesante dipendenza dalle importazioni estere rispetto all’energia prodotta, la poca intercambiabilità dei fornitori e rigidità nelle catene di approvvigionamento, che la rendono poco resiliente agli shock esogeni.

Più che una dipendenza diretta da Hormuz, l’UE presenta una vulnerabilità sistemica ai meccanismi di trasmissione degli shock globali: prezzi, riallocazione dei flussi e costi logistici rappresentano i veri canali attraverso cui la crisi nello Stretto si traduce in un rischio energetico ed economico per l’Europa.