Negli ultimi anni la disinformazione digitale si è affermata come una delle principali sfide per le società contemporanee. La rapida diffusione delle tecnologie, in particolare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e dei social media, ha profondamente alterato il panorama informativo, rendendo sempre più difficile la distinzione tra contenuti autentici e contenuti manipolati.
Secondo il World Economic Forum, la disinformazione e la misinformazione, ossia la diffusione volontaria e involontaria di informazioni false o fuorvianti, rappresentano il secondo rischio globale più rilevante nei prossimi due anni, preceduto unicamente dalle tensioni geopolitiche.
LA FRUIZIONE DELLE INFORMAZIONI NELL’ERA DIGITALE
Per la prima volta negli Stati Uniti il numero di persone che si informano prevalentemente tramite social media e piattaforme video ha superato quello di coloro che si affidano alla televisione o ai siti di notizie tradizionali. La tempestività nella diffusione dei contenuti e i sistemi di alerting, che consentono di ricevere aggiornamenti in tempo reale e che generano un continuo flusso di notizie, contribuiscono in modo significativo alla crescente preferenza degli utenti per i social network.
Tuttavia, soprattutto in presenza di livelli insufficienti di consapevolezza e competenze digitali, questa dinamica può aumentare il rischio di un’esposizione ricorrente a contenuti coerenti con convinzioni preesistenti, contribuendo a rafforzare letture parziali della realtà e a ridurre il confronto con fonti e prospettive differenti.
Nel lungo periodo un simile quadro non solo riduce la sensibilità verso eventi di rilevanza sociale e umanitaria, ma incide direttamente sulla capacità degli individui di reagire in modo critico agli sviluppi del mondo contemporaneo.
Oggi un’ulteriore fonte di preoccupazione è rappresentata da una particolare forma di disinformazione, ossia quella connessa alla maggiore diffusione dei deepfake, ossia video, immagini e registrazioni audio manipolati. Negli ultimi cinque anni, la produzione di questi contenuti è diventata più rapida, economica e tecnologicamente avanzata, rendendone più difficile il riconoscimento da parte degli utenti. Ne deriva una crescente esigenza di strumenti di trasparenza, tracciabilità e alfabetizzazione digitale, accanto a policy volte a rendere più riconoscibili i contenuti manipolati e a limitare gli usi più lesivi dell’intelligenza artificiale, come la creazione o manipolazione non consensuale di immagini sessualmente esplicite o intime.
LA FIDUCIA NELLE NOTIZIE ONLINE
Secondo il Digital News Report 2025 del Reuters Institute, il 58% degli intervistati dichiara di essere preoccupato dalla difficoltà di distinguere il vero dal falso nelle notizie online (Fig. 1). Questa crisi di fiducia non si limita a un atteggiamento critico verso le fonti, ma si traduce in un fenomeno sempre più diffuso e allarmante: l’evitamento volontario delle notizie. Nel 2025, circa il 40% delle persone intervistate ha dichiarato di scegliere consapevolmente di informarsi meno o di evitare del tutto l’attualità (Fig.1). Una tendenza che segnala una frattura profonda nel rapporto tra cittadini e informazione e che rischia di avere conseguenze rilevanti non solo sulla qualità del dibattito pubblico, ma anche sul futuro della partecipazione civica e, più in generale, della democrazia.

LA SITUAZIONE ITALIANA
I dati Agcom, presentati nell’Osservatorio dell’informazione 2026, mostrano come anche nel nostro Paese la ricerca di notizie online avvenga principalmente tramite i social network, utilizzati dal 25,1% degli utenti (Fig.2).

Per di più, la metà degli iscritti ad almeno una piattaforma social, il 50,8%, dichiara di venire a conoscenza di notizie e informazioni prima attraverso i social network e solo successivamente attraverso altri mezzi di comunicazione (Fig.3). Se da un lato è indubbio che ciò abbia spinto a una democratizzazione dell’accesso alle informazioni, non sono da sottovalutare i rischi legati alla percezione soggettiva della realtà, alla formazione di “bolle cognitive” e a un aumento dei rischi connessi alla fruizione non consapevole di contenuti manipolati.

Anche se più della metà della popolazione dai 14 anni in su (58,9%) dichiara di essere consapevole del ruolo svolto dagli algoritmi delle piattaforme online, questa consapevolezza risulta dimezzata tra gli anziani (35,9%), confermando un divario generazionale evidente nella comprensione dei meccanismi che governano l’informazione digitale (Fig.4).

Non sorprende quindi che una quota importante del pubblico italiano mostri un atteggiamento prudente verso i media digitali: il 42,4% degli utenti dichiara di riportare un livello di fiducia basso o nullo nell’informazione on line (Fig.5). Nello specifico, circa la metà degli utenti (51,5%) esprime un livello di fiducia basso o nullo per i social network, mentre la diffidenza risulta ancora più marcata verso le tecnologie emergenti: i chatbot di intelligenza artificiale registrano difatti la quota più elevata di “nessuna fiducia”, pari al 22% degli utenti italiani.

In questo contesto, la crescente diffidenza verso i mezzi digitali e, più in generale, verso il sistema dell’informazione contribuisce ad alimentare l’allontanamento di una parte della popolazione italiana dalla fruizione regolare di notizie. Ben il 20% degli italiani vive in condizione di sostanziale scollegamento dalle news, accedendo alle notizie al massimo una volta al mese, e di questo segmento non coinvolto, ben il 27,9% dichiara di non riporre alcuna fiducia nelle fonti mediatiche digitali e tradizionali (Fig.6).

La sfiducia nei confronti dell’informazione e il conseguente evitamento volontario delle notizie tendono poi a riflettersi in un progressivo e preoccupante ripiegamento dalla vita collettiva del Paese. Chi si informa poco o niente mostra infatti livelli di coinvolgimento civico e politico preoccupanti: oltre tre quarti degli individui (75,3%) che dichiarano di non informarsi affermano di non partecipare ad alcuna attività civica o politica. Il rapporto tra qualità dell’informazione, fiducia nelle fonti e partecipazione pubblica assume così i tratti di un possibile circolo vizioso: minore esposizione a informazioni affidabili può tradursi in minore partecipazione, mentre il progressivo distacco dalla vita pubblica può accentuare ulteriormente la distanza dall’attualità.
Questa dinamica rischia, quindi, di indebolire drammaticamente il tessuto democratico del Paese, favorendo l’apatia nei processi politici e maggiori disuguaglianze nella rappresentanza democratica.
CONCLUSIONI
La disinformazione digitale non è un fenomeno isolato né riconducibile alla responsabilità di un solo attore. Essa si colloca all’interno di un ecosistema informativo complesso, nel quale tecnologie digitali, piattaforme, media, istituzioni e cittadini contribuiscono, con ruoli diversi, alla circolazione e alla fruizione delle notizie.
La difficoltà crescente nel distinguere tra contenuti autentici, contenuti manipolati e informazioni fuorvianti incide sulla fiducia degli utenti e favorisce forme di distacco dall’informazione. Proprio per questo, la risposta non può limitarsi a contenere i rischi, ma deve puntare a rafforzare la qualità dell’ambiente informativo digitale nel suo complesso.
Ed è proprio sul tema del contrasto alla disinformazione che si gioca, dunque, la tenuta delle democrazie contemporanee, per cui un quadro regolatorio chiaro e stabile, standard tecnici efficaci e costantemente aggiornati, insieme a una collaborazione strutturale tra pubblico, privato e società civile, devono concorrere all’obiettivo di accrescere la qualità delle informazioni accessibili nell’ambiente digitale e, dunque, a ridurre gli impatti della disinformazione.
La sfida, dunque, è insistere sul rapporto di fiducia tra cittadini e informazione, promuovendo trasparenza, alfabetizzazione digitale, pluralismo e responsabilità condivisa. Solo così la trasformazione digitale potrà rappresentare pienamente un’opportunità per rafforzare partecipazione civica e qualità del dibattito pubblico.




