In un saggio su Foreign Affairs del 1994 che fece molto rumore e che spinse la rivista statunitense ad aprire un dibattito sul tema, Paul Krugman definì la competitività “un’ossessione pericolosa”. Con parole sferzanti, che poi trovarono un seguito in ulteriori saggi sul tema, il celebre economista statunitense, che in seguito fu insignito del Premio Nobel per i suoi contributi teorici sul commercio internazionale, scriveva che “persone che si considerano sofisticate sul tema danno per scontato che il problema economico che affronta qualsiasi nazione moderna sia essenzialmente quello di competere sui mercati mondiali – che Stati Uniti e Giappone sono concorrenti nello stes- so modo in cui Coca Cola compete con Pepsi – e sono inconsapevoli che chiunque potrebbe seriamente mettere in dubbio questo assunto”. Krugman non si capacitava del dibattito statunitense dell’epoca. Era il tempo in cui un semi-sconosciuto governatore di uno degli Stati più piccoli e poveri degli Stati Uniti aveva clamorosamente scon- fitto il presidente in carica, appena reduce da una trionfale campagna militare a capo di una vastissima alleanza internazionale che aveva restituito il Kuwait ai legittimi governanti, dopo la fugace conquista operata dall’Iraq di Saddam Hussein. Eppure, il quarantaseienne Bill Clinton da Little Rock aveva prevalso sul campione dell’establi- shment washingtoniano, il quasi settantenne George H. Bush, proprio all’insegna dello slogan “it’s the economy, stupid”. Supportato da una serie di consiglieri economici che facevano della competitività un cavallo di battaglia. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e l’economia americana, che nei primi anni Novanta appariva in difficoltà di fronte all’avanzata delle imprese giapponesi e, in misura minore, di quelle europee, ha nel frattempo ripreso il volo. Anche se sempre più minacciata da un rivale diverso e decisamente più temibile di allora, sia per dimensione che per valori e assetto istituzionale.
La migliore risposta agli attacchi di Krugman al concetto di competitività e alla sua significatività sia dal punto di vista dell’economista che del decisore istituzionale è comunque arrivata trent’anni dopo dal vecchio continente e dal rapporto Draghi sul futuro della competitività europea. Pur in presenza di tanti rapporti e indici che a livello internazionale hanno visto in questi decenni la collaborazione di molti economisti e hanno goduti di una discreta visibilità, a cominciare da quello promosso fin dalla fine degli anni Settanta dal World Economic Forum, il rap- porto Draghi ha contribuito a determinare un picco di interesse sul tema senza precedenti, in Europa e non solo. Favorito anche dalla diversa situazione di contesto, profondamente mutata rispetto agli anni immediatamente successivi al crollo del comunismo e alla fine dell’Unione Sovietica.
Con buona pace di Krugman, per Draghi c’è un’evidente equivalenza tra la competitività delle imprese e quella del- le nazioni europee. Il successo delle une è sempre collegato direttamente a quello dei sistemi economici nei quali operano. D’altronde, se l’economista americano evidenziava come l’analogia non avesse senso in primis perché le imprese possono fallire mentre gli stati per definizione rimangono salvo cataclismi sulla breccia, Draghi ha intitola- to il suo ultimo libro, che raccoglie i discorsi tenuti in Europa dopo la pubblicazione del suo rapporto, “Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo”. Ed è significativo che il manifesto del Rhine Group, il think tank co- presieduto da Draghi e Patrick Collison, fondatore e CEO di origine irlandese della statunitense Stripe, e al quale partecipano due premi Nobel per l’Economia, il francese Philippe Aghion e il finlandese Bengt Holmström, parta proprio dalla constatazione che delle prime cinquanta imprese tecnologiche mondiali solo quattro siano europee. Affermazione peraltro contenuta già nell’introduzione del rapporto sulla competitività europea, che sulla stessa falsariga snocciola un altro dato: se nei primi anni Duemila sia negli Stati Uniti che nella UE le prime tre imprese a investire in ricerca e innovazione erano compagnie automobilistiche e farmaceutiche, dopo venti anni, l’Europa è rimasta al fermo immagine precedente mentre negli Stati Uniti la fotografia è totalmente cambiata con le imprese tecnologiche che hanno cavalcato o sono addirittura nate con la rivoluzione di Internet che hanno conquistato la vetta delle classifica. Di nuovo un indice di come l’innovazione e la competitività di un Paese siano raffigurabili attraverso le proprie imprese ma anche di come i settori non siano tutti uguali. Il rapporto infatti osserva che, qua- lora si eliminasse il comparto della information technology dal conteggio, le performance della produttività sulle opposte sponde dell’Atlantico negli ultimi decenni diventerebbero quasi identiche. Una delle principali critiche di Krugman ai sostenitori del concetto di competitività delle nazioni era proprio indirizzata contro politiche industriali a favore di maggiori investimenti nei settori a maggiore valore aggiunto che venivano associati a quelli più tec- nologici. Le sue principali obiezioni erano due. In primo luogo, non si capisce perché non ci pensi già il mercato a indirizzare gli investimenti verso settori a più alto valore aggiunto. In secondo luogo, e qui arriviamo alla parte oggi forse più obsoleta della riflessione di Krugman, guardando alle statistiche i settori manifatturieri a più alto valore aggiunto per addetto non coincidono con quelli più tecnologici bensì con quelli a più elevata intensità di capitale, i primi dei quali nel 1988 erano negli USA le sigarette e i prodotti petroliferi raffinati, seguiti da auto, acciao, aerei ed infine elettronica, quest’ultima con un punteggio inferiore alla media del comparto. La critica di Krugman era so- prattutto metodologica, cioè quella di dimostrare che i fautori della competitività delle nazioni che imperversavano al tempo nei circoli di policy statunitensi vicini al presidente Clinton non mostrassero particolare rigore teorico né cura adeguata verso le evidenze empiriche sulle quali basavano le proprie affermazioni, richiamandosi ai settori a più alto valore aggiunto senza neppure sapere quali fossero. Laddove evidentemente, possiamo oggi rispondere, i settori più innovativi hanno altri canali di trasmissione, in particolare rendimenti crescenti ed effetti di spillover, per influenzare positivamente la produttività dei fattori e la crescita economica nel suo insieme. Ma Krugman, che ne era pienamente consapevole, ha trasformato una polemica contro economisti poco rigorosi in una filippica contro un concetto che dopo trenta anni è più vivo che mai. Supportato nel caso del rapporto Draghi da centinaia di studi empirici e da una massa convergente di dati. Naturalmente, tra il pensiero di Krugman di trent’anni fa e quello di Draghi di oggi passa un time-lapse costituito da fenomeni e avvenimenti che hanno profondamente cambiato il mondo. Portando a una diversa consapevolezza dei rapporti tra politica ed economia e a una rivalutazione del con- cetto di competitività delle nazioni dopo le ubriacature da fine della storia e un mondo diventato improvvisamente piatto. Ma come il terrapiattismo astrofisico anche quello geoeconomico si è andato a infrangere contro le leggi della natura (in questo caso umana).
D’altronde, provare a definire il concetto di competitività continua ad essere un compito tutt’altro che semplice (e anche il rapporto Draghi si è ben guardato dal farlo). Michael Porter, che ha contribuito al dibattito negli scorsi decenni con il monumentale “Il vantaggio competitivo delle nazioni”, tradotto in italiano da Mondadori e ultimo volume della trilogia che comprendeva “Il vantaggio competitivo” e “La strategia competitiva”, definì la nozione di competitività “amorfa” prima di aggiungere che “l’unico concetto sensato di competitività a livello nazionale è quello di produttività nazionale”.
Pur nella sua eccessiva approssimazione, la definizione che diede ormai qualche decennio addietro Laura Tyson, economista di Stanford e capo dei consiglieri economici di Clinton (nonché l’unica nell’entourage del presidente americano a guadagnarsi il rispetto di Krugman), secondo la quale la competitività “è l’abilità di produrre beni e servizi che incontrano il test della competitività internazionale mentre i nostri cittadini godono di un tenore di vita sia in crescita che sostenibile”, ha il merito di mettere sul tavolo due elementi significativi e per certi versi
nuovi rispetto agli usi precedenti (e in alcuni casi anche successivi). Innanzitutto, viene superata, sia pure senza essere abbandonata del tutto, la vecchia nozione che relegava la competitività alla sola dimensione interna- zionale, facendola coincidere esclusivamente con il saldo della bilancia commerciale o di quella dei pagamenti oppure con la capacità di competere sui prezzi dei prodotti immessi sui mercati esteri. In secondo luogo, rende evidente come la competitività sia un concetto multidimensionale e dunque non basta una sola variabile o indi- catore per misurarla. Di qui evidentemente anche l’inevitabile elusività di qualsiasi definizione.
In tempi più recenti, Xavier Sala-i-Martin, professore alla Columbia University e uno dei più noti studiosi di crescita economica, ha definito la competitività come l’insieme di istituzioni, politiche e fattori che determina il livello di produttività di un paese. A sua volta, quest’ultimo stabilisce il livello sostenibile di prosperità che può essere raggiunto da un’economia. Di fatto, in questo schema di funzionamento dei sistemi economici, che ci sembra piuttosto calzante, la competitività rappresenta l’input, la produttività l’output e la prosperità l’outcome. Ma come detto la prima è necessariamente un concetto multidimensionale, che non può che avere un orizzonte di lungo periodo. In un certo senso, sta ai dati economici del giorno o del mese come gli statisti, che guardano alla prossima generazione, si relazionano rispetto ai politici che guardano alla prossima elezione, nel famoso aforisma spesso attribuito ad Alcide De Gasperi (in realtà coniato originariamente nell’Ottocento dal teologo americano James Freeman Clarke).
Sulla base di questi presupposti, combinati con la nostra esperienza ed expertise e la struttura del rapporto Dra- ghi, abbiamo individuato otto settori chiave (telecomunicazioni e infrastrutture digitali, intelligenza artificiale (IA), energia, spazio, difesa, tecnologie pulite per l’elettrificazione, automotive e scienze della vita) rispetto ai quali confrontare la performance dell’Italia con quella degli altri undici paesi più popolosi dell’Unione europea. Ciascun comparto è stato analizzato attraverso otto indicatori, di cui sei comuni a tutti i settori – competenze e talenti, investimenti e finanza, ricerca e sviluppo, semplificazione, attrattività e dipendenze internazionali, pro- duttività corretta per il costo del lavoro – e due specifici per ciascun comparto.
Infine, prima di chiudere questa breve introduzione al rapporto e augurarvi buona lettura, desidero rivolgere un caloroso ringraziamento all’Intergruppo parlamentare per la competitività, a chi lo ha promosso, il Senato- re Adriano Paroli e l’Onorevole Luca Squeri, e a chi ne fa attivamente parte, per aver permesso un confronto costante sui temi oggetto del presente rapporto. Naturalmente ogni responsabilità sui contenuti del presente rapporto, inclusi eventuali errori, è solo dell’Istituto per la Competitività e non coinvolge l’Integruppo né alcuno dei tanti soggetti che hanno partecipato agli incontri propedeutici. Un ringraziamento va anche ai direttori delle aree di ricerca e ai ricercatori I-Com che hanno contribuito con entusiasmo al rapporto, non solo raccogliendo ed elaborando i dati e redigendone i contenuti ma anche partecipando in maniera decisiva alla definizione della metodologia. Che evidentemente può essere contestata, specie laddove può non aver incluso alcuni settori che avrebbero senz’altro meritato di essere compresi nell’analisi oppure ha considerato alcuni indicatori anziché al- tri, a volte per scelta, altre per necessità da attribuire alla disponibilità dei dati (per tutti i settori e i paesi esami- nati). Come è normale per ogni prima volta, da parte nostra ci ripromettiamo di tenere conto delle osservazioni che riceveremo per affinare metodologia e risultati a partire dalla prossima edizione.




