Cambiare Regione per curarsi non rappresenta necessariamente un’anomalia. La libertà di scegliere il luogo di cura è uno dei principi del Servizio sanitario nazionale e, soprattutto nel caso di patologie complesse o rare, la concentrazione delle competenze in centri altamente specializzati può rendere gli spostamenti non solo fisiologici, ma anche auspicabili. Quando però i flussi di pazienti assumono dimensioni strutturali, seguono sistematicamente la stessa direzione e determinano ogni anno un trasferimento significativo di risorse tra territori, la mobilità sanitaria diventa anche un indicatore delle differenze nella capacità dei sistemi regionali di rispondere ai bisogni di salute dei propri cittadini.
È questo il quadro che emerge dal Terzo Rapporto sulla mobilità sanitaria in Italia di AGENAS. Dopo la forte contrazione registrata durante la pandemia, gli spostamenti per ricevere cure fuori dalla propria Regione sono tornati a crescere, raggiungendo i valori più elevati dell’ultimo quinquennio. Nel 2024 la mobilità ospedaliera ha generato 675.879 ricoveri, con una spesa di circa 2,9 miliardi di euro a carico del Servizio sanitario nazionale. L’Indice di Fuga, che misura la quota di ricoveri dei residenti effettuata fuori Regione, è salito all’8,72%.
A questi numeri si aggiunge la mobilità per le prestazioni specialistiche ambulatoriali: nel 2024 sono state quasi 19,7 milioni, per un valore di circa 650 milioni di euro. Numeri che mostrano come il fenomeno non riguardi esclusivamente i grandi interventi ospedalieri, ma interessi una parte molto più ampia dell’assistenza sanitaria.
NON TUTTA LA MOBILITÀ È UGUALE
La lettura dei dati richiede però una distinzione importante. Una parte degli spostamenti è legata a ragioni difficilmente eliminabili: persone domiciliate in una Regione diversa da quella di residenza, ricoveri urgenti avvenuti durante soggiorni temporanei o prestazioni altamente specialistiche concentrate in pochi centri nazionali.
Più interessante dal punto di vista delle politiche sanitarie è la cosiddetta mobilità effettiva, cioè quella riconducibile alla scelta del paziente di rivolgersi a una struttura situata fuori dalla propria Regione. Nel 2024 questa componente ha riguardato 544.316 ricoveri, per una spesa complessiva di circa 2,4 miliardi di euro. Il 69% di tale spesa è stato assorbito dalle strutture private accreditate. Anche la complessità delle prestazioni aiuta a comprendere il fenomeno. I DRG ad alta complessità rappresentano circa il 20% dei ricoveri in mobilità, ma assorbono oltre il 53% della relativa spesa.
È quindi necessario evitare due letture opposte e ugualmente semplicistiche. Da una parte, considerare qualsiasi spostamento come una prova di inefficienza del sistema di provenienza; dall’altra, interpretare l’intero fenomeno come semplice esercizio della libertà di scelta. I dati mostrano invece una mobilità nella quale una componente fisiologica convive con flussi persistenti che riflettono differenze di capacità produttiva, specializzazione, accessibilità e fiducia nei servizi sanitari regionali.
I SALDI CONFERMANO LA FRATTURA TERRITORIALE DELLA MOBILITÀ SANITARIA
È soprattutto osservando i flussi economici che la geografia della mobilità sanitaria italiana appare evidente. Già nei dati 2023 emergeva un quadro fortemente polarizzato: 13 Regioni presentavano un saldo negativo, contro appena sei nell’anno precedente. Lombardia ed Emilia-Romagna registravano i saldi attivi maggiori, rispettivamente pari a circa 387 e 383 milioni di euro, mentre la Campania era scesa a un saldo negativo di circa 211 milioni.
I dati più recenti non modificano sostanzialmente questa geografia. L’Emilia-Romagna registra un saldo positivo di circa 419,2 milioni di euro e la Lombardia di 385,7 milioni, mentre il Veneto si attesta a circa 111,8 milioni. Sul versante opposto, la Campania presenta un saldo negativo di circa 210,5 milioni, la Calabria di 194 milioni e la Sicilia di quasi 140 milioni. Anche la Puglia mantiene un saldo fortemente negativo, pari a circa 131,8 milioni di euro.
Saldo della mobilità sanitaria per Regione (milioni di euro)

La distribuzione dei saldi regionali rende evidente la forte concentrazione dei flussi della mobilità sanitaria. Emilia-Romagna e Lombardia si confermano i principali poli di attrazione, con saldi positivi prossimi ai 400 milioni di euro, seguite a distanza dal Veneto. Sul versante opposto, i maggiori saldi negativi si concentrano prevalentemente nelle Regioni meridionali: Campania e Calabria registrano valori prossimi o superiori ai 200 milioni di euro, seguite da Sicilia e Puglia. La lettura complessiva conferma quindi una geografia fortemente polarizzata, nella quale la mobilità passiva interessa soprattutto il Mezzogiorno, mentre i maggiori flussi in entrata continuano a concentrarsi in pochi sistemi sanitari del Centro-Nord.
La direzione dei flussi rimane dunque prevalentemente quella già osservata negli anni precedenti: dalle Regioni meridionali verso alcuni grandi poli sanitari del Centro-Nord, con Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto che continuano a rappresentare i principali territori di attrazione.
Il problema non è solamente contabile. Quando un paziente si cura fuori Regione, il costo della prestazione viene infatti compensato tra i servizi sanitari regionali. Una mobilità passiva elevata determina quindi un trasferimento di risorse dalla Regione di residenza verso quella che eroga la prestazione. Se il fenomeno diventa strutturale, può innescarsi un meccanismo difficile da interrompere: i sistemi più fragili perdono contemporaneamente pazienti e risorse, mentre quelli maggiormente attrattivi consolidano volumi, competenze e capacità produttiva.
ATTRATTIVITÀ E CAPACITÀ DI RISPONDERE ALLA DOMANDA INTERNA
Un saldo positivo, tuttavia, non equivale automaticamente a un sistema sanitario perfettamente efficiente. Una Regione può infatti attirare molti pazienti da altri territori e, allo stesso tempo, registrare un numero significativo di propri residenti che scelgono di curarsi altrove. Per questa ragione AGENAS affianca agli indicatori tradizionali l’Indice di Soddisfazione della Domanda Interna, che prova a misurare la capacità delle strutture regionali di rispondere al bisogno sanitario dei propri cittadini.
Anche da questa angolazione emerge un gradiente territoriale. Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto e Toscana mostrano una maggiore capacità di soddisfare internamente la domanda, mentre diverse Regioni meridionali registrano maggiori difficoltà; la Calabria presenta una delle situazioni più critiche. La mobilità sanitaria diventa così qualcosa di più di un indicatore di attrazione ospedaliera: offre una misura indiretta della fiducia dei cittadini nel proprio sistema sanitario e della sua capacità di offrire prestazioni considerate accessibili, tempestive e di qualità.
TECNOLOGIA E INVESTIMENTI POSSONO RIDURRE LA FUGA
Uno degli elementi più interessanti riguarda il rapporto tra innovazione tecnologica e mobilità. I dati mostrano come il rafforzamento dell’offerta tecnologica possa contribuire a trattenere i pazienti sul territorio. È un esempio significativo perché suggerisce una possibile chiave di intervento. Ridurre la mobilità sanitaria non significa impedire ai cittadini di scegliere dove curarsi, né replicare in ogni territorio tutte le strutture e tutte le tecnologie disponibili. Significa, piuttosto, individuare quali flussi rappresentino un segnale di carenza dell’offerta locale e intervenire in maniera selettiva su competenze, personale, organizzazione e tecnologie.
In questa prospettiva, l’analisi della mobilità può diventare uno strumento di programmazione: sapere per quali prestazioni, da quali territori e verso quali strutture si spostano i pazienti consente di comprendere dove esistono vuoti assistenziali e dove un investimento può effettivamente ridurre la dipendenza da altri sistemi regionali.
DAL DIRITTO ALLA MOBILITÀ AL DIRITTO A NON ESSERE COSTRETTI A PARTIRE
La mobilità sanitaria rimane una componente inevitabile e, entro certi limiti, positiva di un Servizio sanitario nazionale nel quale le competenze altamente specialistiche non possono essere distribuite uniformemente sul territorio. La possibilità di rivolgersi alla struttura ritenuta più adeguata deve quindi essere preservata.
Il problema nasce quando la scelta si trasforma in necessità. Dietro un ricovero fuori Regione non esiste infatti soltanto una compensazione economica tra amministrazioni. Esistono costi di viaggio, permanenza, organizzazione familiare e, spesso, la necessità di essere accompagnati. Costi che non incidono allo stesso modo su tutti e che possono rendere la possibilità stessa di spostarsi dipendente dalle condizioni economiche e sociali del paziente.
La persistenza di saldi fortemente positivi in alcune Regioni e sistematicamente negativi in altre suggerisce quindi che la mobilità sanitaria debba essere letta insieme agli altri indicatori di funzionamento del SSN: capacità di garantire i LEA, tempi di attesa, disponibilità di personale, dotazione tecnologica e organizzazione delle reti cliniche.
Il dato più importante del nuovo rapporto AGENAS non è, in definitiva, il numero di persone che attraversano un confine regionale per ricevere una prestazione sanitaria. È la stabilità della geografia di questi spostamenti. Anno dopo anno, le principali direttrici continuano a indicare gli stessi territori di partenza e gli stessi poli di attrazione.
Garantire la libertà di scegliere dove curarsi rimane un principio fondamentale. Ma in un sistema sanitario realmente universalistico dovrebbe essere altrettanto importante garantire a ogni cittadino la possibilità di ricevere cure appropriate e di qualità senza essere costretto a lasciare la propria Regione. È proprio nella distanza tra questi due diritti che la mobilità sanitaria continua a raccontare una delle più evidenti disuguaglianze del Servizio sanitario nazionale.




