L’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (LEA) è una buona notizia per il Servizio sanitario nazionale, perché interviene su uno degli strumenti più importanti attraverso cui il diritto alla salute prende forma concreta nella vita dei cittadini.
La pubblicazione dei nuovi provvedimenti arriva dopo un’attesa lunga, se si considera che l’ultimo aggiornamento organico risaliva al 2017 e che la sua piena attuazione è stata possibile solo nel 2024, con lo sblocco del decreto tariffe. In questo intervallo di tempo la medicina è andata avanti, sono cresciute le possibilità di diagnosi precoce, si sono affermati nuovi percorsi di prevenzione, sono emersi bisogni più visibili nell’ambito della salute mentale e sono aumentate le aspettative dei cittadini nei confronti del SSN.
Per questo l’aggiornamento dei LEA va letto anzitutto come un passaggio positivo di modernizzazione del sistema, capace di riportare dentro il perimetro pubblico prestazioni e percorsi che rischiavano di restare disponibili in modo diseguale o, in alcuni casi, soltanto attraverso la spesa privata.
Proprio perché il provvedimento è importante, tuttavia, la sua portata non può essere valutata solo contando le nuove voci inserite negli allegati. La vera domanda riguarda la capacità del sistema di trasformare l’ampliamento formale dei diritti in accesso effettivo, perché una prestazione riconosciuta nei LEA diventa davvero un diritto solo quando può essere prenotata, erogata, monitorata e garantita in tempi ragionevoli in tutto il territorio nazionale.
I DUE DECRETI E IL NODO DELL’ATTUAZIONE
I provvedimenti pubblicati in Gazzetta Ufficiale in materia sono due: il DPCM 7 agosto 2026, che modifica e integra il DPCM 12 gennaio 2017, e il decreto ministeriale 3 agosto 2026, che costituisce il primo aggiornamento dello stesso DPCM. Dal 30 ottobre 2026 cambia quindi il perimetro delle prestazioni che il SSN è chiamato a garantire, con un intervento che comprende, secondo le ricostruzioni disponibili, oltre 800 tra nuovi servizi, prestazioni, terapie, modifiche, sostituzioni e revisioni di voci già esistenti.
La distinzione tra i due atti è rilevante anche sul piano della policy. Il DPCM contiene gli interventi che generano nuovi oneri, stimati in circa €149,5 milioni annui e coperti nell’ambito del fabbisogno sanitario nazionale, mentre il decreto ministeriale interviene soprattutto sulla manutenzione del sistema, aggiornando codici, criteri di erogabilità, indicazioni di appropriatezza e prestazioni ormai obsolete. Si tratta di due dimensioni complementari: da un lato l’ampliamento del perimetro dei diritti, dall’altro il tentativo di rendere il catalogo più ordinato, più aderente alla pratica clinica e meno esposto a sovrapposizioni o ambiguità interpretative.
È proprio su questo terreno, però, che si apre la fase più delicata. L’entrata in vigore dei decreti non coincide automaticamente con la disponibilità immediata delle prestazioni per i cittadini, perché le Regioni dovranno aggiornare cataloghi, sistemi CUP, procedure di esenzione, percorsi clinici, laboratori e reti specialistiche. La sfida, quindi, non riguarda soltanto il livello nazionale della norma, ma la capacità amministrativa e organizzativa dei territori, da cui dipenderà la possibilità di evitare che diritti formalmente uniformi si traducano, ancora una volta, in opportunità diverse a seconda della Regione di residenza.
COSA ENTRA NEI NUOVI LEA
Le novità introdotte sono numerose e toccano ambiti diversi della cura, dalla diagnosi prenatale all’oncologia, dalle malattie rare alle patologie croniche, dalla specialistica ambulatoriale ai dispositivi, fino alla salute mentale e ai disturbi dell’alimentazione. Tra gli interventi più rilevanti rientra l’introduzione del test prenatale non invasivo su DNA fetale, il NIPT, previsto per specifiche gravidanze a rischio, insieme a nuove prestazioni per il controllo della gravidanza fisiologica e all’aggiornamento di diverse prestazioni diagnostiche e terapeutiche.
In ambito oncologico, l’aggiornamento introduce prestazioni per una migliore caratterizzazione del carcinoma mammario ormonoresponsivo in stadio precoce e avvia un programma nazionale di ricerca e sorveglianza delle varianti patogenetiche BRCA1 e BRCA2 nelle familiari di donne con tumore della mammella o dell’ovaio risultate positive. È un passaggio significativo perché mostra come i nuovi LEA non si limitino ad aggiungere singole prestazioni, ma provino a incorporare una logica più moderna di medicina personalizzata, diagnosi precoce e stratificazione del rischio.
Anche il capitolo delle esenzioni viene ampliato e aggiornato. Entrano nei LEA nuove patologie croniche e invalidanti, tra cui la sindrome fibromialgica nelle forme molto severe, l’idrosadenite cronica suppurativa allo stadio III di Hurley e la malattia polmonare da micobatteri non tubercolari, mentre per alcune patologie già presenti, come anoressia e bulimia, colite ulcerosa e malattia di Crohn, asma, cirrosi ed epatite cronica, viene rivisto o ampliato il perimetro delle prestazioni esenti. Nel complesso, l’intervento appare selettivo e non pretende di risolvere ogni domanda rimasta aperta, ma riconosce condizioni e percorsi che negli ultimi anni hanno acquisito maggiore rilevanza clinica, sociale e organizzativa.
SCREENING NEONATALI: LA PREVENZIONE COME DIRITTO NAZIONALE
Tra le novità più importanti, anche per il loro valore simbolico, vi è l’ampliamento degli screening neonatali. Da un lato viene stabilizzato lo screening neonatale per l’atrofia muscolare spinale, la SMA, su tutto il territorio nazionale; dall’altro, lo screening neonatale esteso viene ampliato a otto ulteriori patologie rare e gravi, tra cui le immunodeficienze combinate severe, la mucopolisaccaridosi di tipo I, l’adrenoleucodistrofia legata all’X e alcune malattie metaboliche rare. Nel Rapporto I-Com In-Salute 2026 abbiamo ricordato che l’ampliamento dello screening neonatale esteso riguarda infatti oltre 390 mila neonati l’anno e comporta un impatto economico complessivo stimato in quasi €15 milioni.
Questo è forse il caso in cui il significato dei LEA emerge con maggiore chiarezza, perché la diagnosi precoce può modificare radicalmente la storia clinica di un bambino e il percorso di vita della sua famiglia, ma può farlo solo se viene garantita ovunque. Senza una cornice nazionale stabile, l’accesso allo screening rischia infatti di dipendere dalla Regione di nascita, dalla capacità dei laboratori locali o dall’esistenza di programmi sperimentali, mentre l’inserimento nei LEA consente di trasformare una possibilità territoriale in un diritto nazionale.
L’aggiornamento offre inoltre un esempio concreto di prevenzione intesa non come costo residuale, ma come investimento nella sostenibilità futura del SSN. Intercettare prima una patologia rara, avviare tempestivamente la presa in carico, ridurre i ritardi diagnostici e limitare le complicanze significa migliorare gli esiti di salute e, al tempo stesso, contenere nel medio-lungo periodo una parte dei costi assistenziali evitabili. In questo senso, il capitolo degli screening neonatali non riguarda soltanto la pediatria o le malattie rare, ma rimanda a una questione più ampia: la capacità del SSN di spostare risorse e organizzazione dalla gestione tardiva della malattia alla sua prevenzione e intercettazione precoce.
DISTURBI ALIMENTARI E SALUTE MENTALE: UN RICONOSCIMENTO DA CONSOLIDARE
Un altro elemento significativo dell’aggiornamento riguarda i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, con l’inserimento della terapia psicoeducazionale, individuale e di gruppo, per pazienti con anoressia nervosa, bulimia e disturbi misti dell’alimentazione. Il dato è rilevante perché intercetta un ambito in cui la domanda sanitaria e sociale è cresciuta in modo evidente, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, mentre l’offerta pubblica continua spesso a essere frammentata, disomogenea e non sempre sufficiente rispetto alla complessità dei bisogni.
Il riconoscimento nei LEA non risolve naturalmente il problema della presa in carico, ma contribuisce a portare i disturbi alimentari fuori da una zona grigia della programmazione sanitaria, collocandoli in modo più esplicito dentro il perimetro dei diritti garantiti. Perché questo passaggio produca effetti reali, tuttavia, sarà necessario rafforzare servizi e percorsi multidisciplinari, integrando psicologia, psichiatria, neuropsichiatria infantile, nutrizione clinica, dietistica, medicina generale, scuola e territorio. In assenza di questa rete, il rischio è che la prestazione entri formalmente nel catalogo, ma resti difficile da intercettare nei percorsi ordinari di cura.
La salute mentale rappresenta, da questo punto di vista, uno dei terreni più importanti su cui misurare la capacità del SSN di aggiornarsi davvero. Non basta riconoscere nuovi bisogni se poi mancano professionisti, servizi territoriali, continuità assistenziale e percorsi accessibili; allo stesso tempo, però, l’inserimento di nuove prestazioni nei LEA costituisce un passaggio utile per riportare queste aree dentro una programmazione più strutturata e meno dipendente dalla capacità delle famiglie di cercare autonomamente risposte nel pubblico o nel privato.
IL MONITORAGGIO DEI LEA: I DATI NSG 2024
L’aggiornamento del catalogo deve essere letto insieme agli strumenti con cui il Paese misura l’effettiva erogazione dei LEA. Il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG), operativo dal 2020, monitora l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza attraverso 88 indicatori, di cui 22 definiti CORE, articolati nelle tre macro-aree della prevenzione, dell’assistenza distrettuale e dell’assistenza ospedaliera; la soglia minima è pari a 60 e il suo raggiungimento ha rilievo anche ai fini dell’accesso alla quota integrativa di risorse.
Gli ultimi dati disponibili, relativi al monitoraggio 2024 e pubblicati nel 2026, mostrano un miglioramento complessivo rispetto all’anno precedente. Tutte le Regioni e Province autonome, con l’eccezione della Calabria, della Sicilia e della Provincia autonoma di Bolzano, superano la soglia di sufficienza in tutte le macro-aree; il valore medio nazionale è più elevato nella prevenzione, pari a 81,3, mentre l’area distrettuale e quella ospedaliera si attestano rispettivamente a 78,3 e 77,6. Le performance migliori si concentrano in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana, con Veneto, Emilia-Romagna e Toscana sopra quota 90 in tutte e tre le aree.
Il miglioramento va riconosciuto, anche perché nel monitoraggio precedente erano più numerose le Regioni con insufficienze in una o più aree, mentre nel 2024 il quadro appare meno critico. Tuttavia, la fotografia restituita dal NSG non cancella il problema dell’uniformità territoriale, poiché i LEA sono nazionali nella loro definizione ma regionali nella loro erogazione, e dipendono dalla capacità dei singoli sistemi sanitari di organizzare personale, tecnologie, agende, laboratori, reti territoriali e percorsi specialistici. L’aggiornamento appena approvato dovrà quindi essere accompagnato da un monitoraggio molto più aderente all’esperienza concreta dei cittadini, capace di verificare non soltanto quali prestazioni siano previste, ma dove siano effettivamente disponibili, con quali tempi e con quali esiti.
Punteggi NSG (2024) e Variazione percentuale LEA 2023-2024

PRESTAZIONI, ACCESSO E FIDUCIA DEI CITTADINI
Il monitoraggio istituzionale dei LEA è indispensabile, ma non esaurisce il tema dell’accesso, perché la capacità di un sistema sanitario di garantire i diritti non si misura soltanto attraverso il superamento di una soglia tecnica, ma anche nella possibilità concreta, per il cittadino, di ottenere una prestazione in tempi adeguati, con percorsi comprensibili e senza differenze territoriali tali da trasformare il luogo di residenza in un fattore di disuguaglianza. È proprio su questa distanza tra performance misurata ed esperienza percepita che abbiamo costruito una parte rilevante dell’analisi del Rapporto I-Com In-Salute 2026, mettendo in relazione i punteggi del Nuovo Sistema di Garanzia con il livello di fiducia espresso dai cittadini nei confronti del SSN.
Punteggi NSG (2024) e spesa sanitaria pro capite (2024)

Ciò che emerge è infatti una correlazione positiva tra punteggi NSG e fiducia nel Servizio sanitario nazionale: nelle Regioni in cui gli indicatori di erogazione dei LEA restituiscono performance migliori, anche la fiducia tende mediamente a essere più elevata. Tuttavia, la relazione non è automatica, e proprio questo rende il dato particolarmente interessante. Il livello medio di fiducia rilevato dall’indagine è pari a 6,3 su 10, con valori più alti in molte Regioni del Centro-Nord e livelli sotto la sufficienza nel Sud e nelle Isole; allo stesso tempo, alcune Regioni con punteggi NSG simili mostrano percezioni molto diverse, come nel confronto tra Friuli-Venezia Giulia e Liguria, entrambe attorno a un punteggio NSG medio di circa 82 ma con livelli di fiducia differenti, o tra Valle d’Aosta e Sardegna, che a parità di punteggio NSG registrano una distanza significativa nella percezione dei cittadini.
Punteggi NSG (2024) e spesa sanitaria pro capite (2024)

Il secondo grafico aggiunge un ulteriore elemento alla lettura, perché mette in relazione il punteggio medio NSG con la spesa sanitaria corrente pro capite, mostrando come la quantità di risorse sia una condizione importante ma non sufficiente per garantire livelli più elevati di assistenza. Alcune Regioni del Centro-Nord associano punteggi NSG superiori alla media a livelli di spesa pro capite relativamente elevati, mentre Lombardia, Puglia e Marche risultano relativamente “over-performanti”, riuscendo a conseguire risultati prossimi o superiori alla media pur con una spesa pro capite più contenuta. Al contrario, Sardegna, Valle d’Aosta, Molise e Provincia autonoma di Bolzano presentano livelli di spesa superiori alla media senza raggiungere performance comparabili a quelle delle Regioni più virtuose, confermando che il tema non è soltanto “spendere di più”, ma trasformare meglio le risorse in servizi effettivamente erogati.
Questa analisi sono rilevanti anche per valutare l’aggiornamento dei LEA appena approvato. L’ampliamento del catalogo dei diritti può rafforzare la fiducia dei cittadini nel SSN solo se viene accompagnato da capacità organizzativa, trasparenza sui tempi di accesso, uniformità territoriale e monitoraggio dell’effettiva disponibilità delle prestazioni. In caso contrario, il rischio è che il divario tra diritto riconosciuto e diritto percepito aumenti, alimentando aspettative che il sistema non riesce a soddisfare in modo omogeneo.
DAI LEA SULLA CARTA AI LEA ESIGIBILI
I nuovi LEA rendono il SSN più moderno, più vicino all’innovazione e più attento a bisogni che negli ultimi anni sono diventati centrali, dalla prevenzione neonatale alla diagnosi precoce, dall’oncologia alla gravidanza, dalle malattie rare e croniche alla salute mentale. Sarebbe quindi sbagliato sottovalutare il valore dell’aggiornamento, soprattutto dopo una fase in cui la medicina reale è avanzata più rapidamente del catalogo pubblico delle prestazioni garantite.
La prova decisiva, però, comincia ora e riguarderà la capacità delle Regioni di aggiornare tempestivamente cataloghi, CUP, percorsi di esenzione, laboratori e reti specialistiche, ma anche la sufficienza delle risorse disponibili, la sostenibilità delle prestazioni inserite in logica “iso-risorse” e l’effettiva possibilità di evitare che i nuovi diritti finiscano per ampliare, anziché ridurre, i divari territoriali. In questa prospettiva, il successo dell’aggiornamento non potrà essere misurato soltanto sul piano normativo, ma dovrà essere valutato attraverso dati pubblici, comparabili e tempestivi sull’effettiva disponibilità delle prestazioni nei diversi territori.
Da qui discendono alcune priorità di policy: rendere l’aggiornamento dei LEA un processo stabile e non episodico, accompagnare le nuove prestazioni con tariffe, coperture e capacità organizzativa, rafforzare il monitoraggio NSG e gli indicatori CORE alla luce dei nuovi diritti introdotti, collegare l’attuazione dei LEA alle politiche su liste d’attesa, personale, sanità digitale e assistenza territoriale. La misura del successo non sarà il numero di nuove voci inserite negli allegati, ma la capacità del SSN di trasformarle in accesso reale, perché i LEA sono più di un catalogo: sono il modo in cui un Paese rende concreta l’uguaglianza nella salute.




