Dal 9 al 20 novembre 2026 la città turca di Antalya ospiterà la trentunesima Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). A un anno dalla COP di Belém, la diplomazia climatica si ripresenta sì con nuovi strumenti di cooperazione, ma si confronta con questioni ancora irrisolte: il finanziamento dell’adattamento, il sostegno a una transizione giusta e l’attuazione dell’impegno a ridurre progressivamente il ricorso ai combustibili fossili. Sarà compito della presidenza turca, insieme alla guida australiana dei negoziati, ricondurre queste priorità all’interno di un percorso condiviso.
A dieci anni dall’Accordo di Parigi, la COP30 aveva l’ambizione di imprimere nuovo slancio alla cooperazione internazionale sul clima. Il risultato dei negoziati, confluito nel Belém Political Package, ha effettivamente registrato avanzamenti sul fronte dell’adattamento, senza tuttavia superare le divergenze relative ai combustibili fossili. Proprio l’assenza di un’intesa su una roadmap comune per il loro progressivo abbandono costituisce una delle principali questioni che la conferenza di Antalya sarà chiamata ad affrontare.
Sul fronte della mitigazione, la COP31 dovrà concentrarsi su due direttrici complementari: da un lato, garantire l’attuazione dei piani climatici nazionali, i Nationally Determined Contributions (NDC); dall’altro, innalzarne il livello di ambizione, considerato ancora insufficiente rispetto agli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi.
A evidenziare la portata del divario è l’Emissions Gap Report 2026 dell’UNEP. Le proiezioni indicano che, mantenendo le politiche attualmente in vigore, la temperatura media globale potrebbe crescere di circa 2,8 °C entro la fine del secolo rispetto ai livelli preindustriali. L’attuazione integrale degli NDC, accompagnata dal mantenimento di sforzi analoghi negli anni successivi, ridurrebbe tale incremento a circa 2,6 °C. Un ulteriore miglioramento, fino a circa 2,1 °C, sarebbe possibile includendo anche il conseguimento degli obiettivi di emissioni nette zero.
Riguardo alle prospettive dell’obiettivo di 1,5 °C, la possibilità di mantenere il riscaldamento al di sotto di questa soglia senza oltrepassarla, oppure limitandone il superamento, non è più considerata realisticamente perseguibile. L’attenzione deve pertanto concentrarsi sulla riduzione dell’entità e della durata dell’overshoot, creando le condizioni per riportare la temperatura globale al di sotto della soglia entro la fine del secolo. Lo scenario di superamento minimo analizzato dal rapporto presupporrebbe una riduzione delle emissioni globali del 45% entro il 2035 rispetto al 2025, a fronte di un taglio compreso tra l’11% e il 15% nello scenario di piena attuazione degli NDC. Anche questo scenario dipenderebbe da consistenti rimozioni di CO₂, la cui realizzazione resta incerta.
Queste indicazioni rendono ancora più urgente il confronto sulla trasformazione dei sistemi energetici, in un contesto di cooperazione più fragile. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi ha portato uno dei principali emettitori mondiali fuori dall’arena diplomatica e decisionale per il clima, spostando un maggiore peso sulle scelte degli altri grandi emettitori e la loro capacità (o volontà) di sostenere l’azione comune.
In questo quadro, la presidenza COP31 ha proposto alcuni traguardi settoriali nell’ambito dell’Action Agenda: portare l’elettricità al 35% dei consumi energetici finali globali entro il 2035, ridurre di almeno il 25% l’intensità energetica degli edifici e dimezzare la crescita dei rifiuti globali entro lo stesso anno.
GLI OBIETTIVI E IL MANDATO DELL’UE ALLA COP31
L’Unione europea rimane tra i negoziatori più decisivi alle COP: porta avanti da numerosi anni un deciso impegno diplomatico verso la decarbonizzazione e l’introduzione nel mix energetico di energie provenienti da fonti rinnovabili.
Alla sessione plenaria dei leader durante la riunione pre-COP31 tenutasi dal 5 all’8 ottobre nelle isole del Pacifico il Commissario europeo per l’Azione per il clima Wopke Hoekstra ha reiterato i passi da compiere per colmare il divario tra le ambizioni globali e gli obiettivi necessari. Per l’Unione Europea un obiettivo non negoziabile è rimanere il più vicino possibile al limite di 1,5°C e, nel caso di un superamento, tornare rapidamente al di sotto di tale soglia. Ciò comporta “promuovere contributi determinati a livello nazionale (NDC) ambiziosi, accogliere pienamente le indicazioni della scienza e fare tutto il possibile per favorire l’elettrificazione basata su fonti pulite”.
Un appello specifico è rivolto agli altri membri del G20, insieme ai quali l’Ue è responsabile dell’80% delle emissioni globali, a intensificare l’impegno sia per ridurre le emissioni, sia per mobilitare risorse finanziarie.
La finanza per il clima, infatti, è uno degli architravi su cui poggia la credibilità delle promesse politiche e la possibilità di implementare aiuti concreti per gli Stati in difficoltà su mitigazione e adattamento. Nel 2025 l’Unione europea ha contribuito con 32,3 miliardi di euro di finanziamenti per il clima da fonti pubbliche, di cui 4,3 miliardi di euro dal bilancio dell’UE – compreso il Fondo europeo di sviluppo – e 2,7 miliardi di euro dalla Banca europea per gli investimenti. I finanziamenti sotto forma di sovvenzioni (grant-based) rappresentano una quota significativa (41%) del contributo pubblico dell’UE e dei suoi Stati membri.
L’UE ha inoltre mobilitato 9,3 miliardi di euro di finanziamenti privati attraverso interventi pubblici (ad esempio garanzie, prestiti sindacati, investimenti diretti in imprese, linee di credito, ecc.) per aiutare i Paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni di gas serra e ad adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici.
Figura 1: Contributi UE alla finanza per il clima da fonti pubbliche, in miliardi di EUR

Nel proprio NDC, presentato nel novembre 2025, l’Europa ha ribadito che concorrerà al raggiungimento del New Collective Quantified Goal (NCQG), adottato durante la COP29, il quale mira a mobilitare almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035. Pur confermando tale posizione, l’UE non ha specificato l’entità dei contributi che intende destinare al finanziamento internazionale per il clima nei prossimi anni. L’Unione europea continua inoltre a sottolineare che anche altri Paesi – diversi dai tradizionali donatori appartenenti alle economie sviluppate – che siano nelle condizioni di farlo, dovrebbero contribuire al raggiungimento di tale obiettivo collettivo. La decisione sul NCQG esorta tutti gli attori a collaborare per contribuire ad aumentare i finanziamenti destinati ai Paesi in via di sviluppo, tramite fondi pubblici e privati, fino a raggiungere almeno 1,3 trilioni di dollari all’anno entro il 2035.
LA SITUAZIONE DELL’UE SU EMISSIONI ED ELETTRIFICAZIONE
Il percorso europeo verso la decarbonizzazione presenta risultati stabili e significativi, ma anche un divario ancora evidente tra la trasformazione del sistema di produzione elettrica e quella dei consumi energetici. Sul fronte delle emissioni, i dati mostrano una riduzione di circa il 35% delle emissioni dell’UE-27 tra il 1990 e il 2024, passate da 4.865 a 3.165 Mt CO₂eq. Una dinamica in controtendenza rispetto alle principali economie mondiali, in particolare Cina e India, che nello stesso periodo hanno registrato incrementi consistenti.
Figura 2: Andamento emissioni totali GHG per Paese, 1990-2024

Più lento appare invece il progresso sul fronte dell’elettrificazione: nonostante circa il 70% dell’elettricità europea sia oggi generata da fonti pulite, la quota di energia elettrica sui consumi energetici finali è rimasta sostanzialmente stabile al 23% nell’ultimo decennio. Per invertire questa tendenza, nel luglio 2026 la Commissione europea ha presentato l’Electrification Action Plan, fissando l’obiettivo di aumentare l’elettrificazione, dall’attuale 23% del consumo energetico al 46% entro il 2040. Il conseguimento del traguardo consentirebbe, secondo le stime della Commissione, di ridurre la dipendenza energetica europea, con un risparmio potenziale di 260 miliardi di euro l’anno sulle importazioni di combustibili fossili. L’elettrificazione di industria, trasporti ed edifici diventa così una delle direttrici centrali della strategia europea, ma richiede il superamento di ostacoli strutturali legati ai costi dell’elettricità, alle infrastrutture di rete e agli investimenti. Una sfida che si inserisce pienamente nel dibattito della COP31, dove l’accelerazione dell’elettrificazione e la riduzione delle emissioni rappresentano due priorità strettamente interconnesse.
CONCLUSIONI
L’Unione europea si presenta alla COP31 con un mandato preciso: rafforzare il proprio ruolo nel negoziato climatico internazionale, tradurre gli obiettivi di decarbonizzazione in impegni concreti e sostenere un’accelerazione dell’azione collettiva. Il confronto di Antalya si giocherà soprattutto sulla capacità di colmare la distanza tra ambizioni e attuazione: dalla mobilitazione delle risorse per mitigazione, adattamento e transizione giusta alla necessaria trasformazione dei sistemi energetici.
In questo quadro, la posizione europea si fonda sulla necessità di accompagnare la riduzione delle emissioni con una più rapida elettrificazione dei consumi, valorizzando il contributo delle fonti pulite e degli investimenti infrastrutturali. Resta tuttavia aperta la questione della capacità di tradurre tali priorità in un consenso multilaterale, soprattutto alla luce delle divergenze sul futuro dei combustibili fossili e della crescente fragilità della cooperazione internazionale. Per l’Ue, la sfida negoziale sarà quindi duplice: mantenere alta l’ambizione climatica e contribuire a costruire le condizioni politiche, finanziarie e industriali necessarie affinché questa possa tradursi in risultati condivisi.




