Una rivoluzione chiamata blockchain. Le sfide per imprese e pubblica amministrazione


Articolo
Gabriele Ferrara
Blockchain

Pubblichiamo l’articolo dello studente dell’Università Luiss Guido Carli Gabriele Ferrara, scritto in collaborazione con l’Istituto per la Competitività nell’ambito del programma LUISS Adoption Lab.
Adoption Lab ha l’obiettivo di mettere in contatto gli studenti con il mondo delle imprese e di aiutarli a conoscere il mondo del lavoro dall’interno. I-Com ha partecipato al programma con il ciclo di incontri dal titolo “Come cambia il giornalismo: dai quotidiani online alla comunicazione”, tenuto dal direttore della comunicazione dell’istituto, Andrea Picardi. 

Una parte importante del nostro futuro sarà caratterizzata dalla blockchain. Si tratta di un nuovo modo di archiviare e gestire i dati, distribuendoli su un numero potenzialmente infinito di nodi anziché su un unico database. Tutti potranno avere accesso alla rete in tempo reale senza esercitarvi un controllo, ma potendo soltanto prenderne visione o, tutt’al più, aggiungere informazioni. Riprendendo la definizione della rivista Technology Review, si ha a che fare con “una struttura matematica per la memorizzazione dei dati in modo che sia quasi impossibile falsificarli”. Richard Titus, esperto di tecnologia, ritiene che nella blockchain (in italiano “catena di blocchi”) ci sia “il futuro del concetto di fiducia. È un software che incapsula le relazioni di fiducia tra persone, oggetti e dati” . Questo la rende una grande innovazione sociale, oltre che tecnologica. Dal punto di vista tecnico il sistema si basa sulla crittografia avanzata e altre strutture matematiche che consentono di proteggere dati e movimenti. Inoltre, ogni nodo deve autorizzare una nuova operazione prima di aggiungere la stessa alla catena.

Uno dei motivi principali per cui la questione è sempre più al centro del dibattito pubblico risiede nell’ascesa del bitcoin, a cui la blockchain è inestricabilmente collegata. Questa nuova valuta, infatti, non è regolata da un’autorità o una banca, ma dalla rete degli utenti, che si occupa di convalidare le transazioni. Nel momento in cui entra nella rete, ogni computer connesso riceve una copia che certifica che ogni transazione è stata eseguita, evitando così ogni possibilità di falsificazione della stessa. Grazie alla blockchain si possono dunque negoziare ed effettuare transazioni in modo estremamente sicuro e trasparente, ma anche veloce. Una blockchain pubblica è aperta a tutti. Chiunque può partecipare, peraltro ricevendo una copia del registro pubblico condiviso. Inoltre usa meccanismi di incentivazione per attrarre più persone possibile, stimolandole soprattutto attraverso la possibilità di coniare moneta. La catena pubblica più famosa, infatti, è quella del bitcoin. Nelle blockchain private, invece, la partecipazione è ristretta nella misura stabilita dai fondatori, che pongono regole tendenzialmente più ristrette rispetto a quanto accade in quelle pubbliche.

Una tecnologia di questa portata necessita di molta ricerca, che ultimamente è stata stimolata soprattutto dai record raggiunti dal bitcoin. Per esempio, nel dicembre 2017 i posti di lavoro nel settore sono aumentati del 631% rispetto a due anni prima, incentivando così le multinazionali a investire nella blockchain. Tra queste c’è anche IBM, che ha già allocato 200 milioni di dollari e 1.000 dipendenti in progetti in materia, mentre GSR Capital, società cinese di private equity, ha fatto anche meglio, investendone 270 per una start-up. Secondo il centro studi Trasparency Market Research, entro il 2024 il giro d’affari della blockchain arriverà a 20 miliardi di dollari (tre anni fa era a 315,9 milioni). Oltre al bitcoin, questa importantissima innovazione potrebbe essere applicata per i “contratti intelligenti”, che darebbero così la possibilità di perfezionare i rapporti di lavoro in automatico a prestazione o a produzione. In generale, si potrebbero semplificare i rapporti giuridici, ma anche firmare qualsiasi documento. D’altra parte, potrebbe rivelarsi inutile nei casi in cui dovesse essere sufficiente un normale database, come ha ricordato a Wired Emiliano Palermo, vicepresidente e cofondatore del Blockchain Education Network Italia.

Questa nuova sfida è stata raccolta da diverse imprese, tra cui Maersk, ovvero la più grande società importatrice di navi mercantili in tutto il mondo. Lo scorso 14 agosto il colosso danese ha infatti annunciato di aver terminato la “fase beta” della propria blockchain, aperta a centinaia di dogane, porti – compresi quelli di Rotterdam, Amburgo e Singapore – operatori cargo e qualche dogana. Il progetto TradeLens, attuato insieme a IBM, consente la totale tracciabilità di merci e container, con applicazioni che permettono ai clienti di condividere dati e documenti, oltre che di avere un servizio personalizzato. Il risultato dovrebbe essere una migliore efficienza, trasparenza, flessibilità e sicurezza di tutto il sistema.

Come ricorda Il Sole 24 Ore, l’anno scorso i progetti legati alla blockchain sono aumentati del 73%, mentre il numero degli annunci al riguardo è salito addirittura del 273%. Tra gli altri, Barilla ha avviato il tracciamento del basilico da utilizzare nei sughi pronti, mentre il Bacio Perugina ha fatto lo stesso per difendersi da possibili contraffazioni. In Italia si sono mossi anche Carrefour e Coop, mentre a livello europeo sta prendendo piede il progetto SiaChain, che ha ben 580 nodi in tutta Europa che coprono la maggior parte delle banche del continente. Ci si avvia dunque verso un sistema di pagamenti peer-to-peer, ovvero con il solo coinvolgimento dei clienti senza alcuna intermediazione.

La rivoluzione però non riguarda solamente le imprese, ma anche le pubbliche amministrazioni. In questo senso, è stata molto importante la conferenza stampa tenuta lo scorso 4 ottobre presso il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca dal viceministro Lorenzo Fioramonti (MoVimento 5 Stelle), che ha annunciato l’avvio del progetto per il riconoscimento dei titoli dei rifugiati proprio attraverso la blockchain (qui un nostro precedente approfondimento sul tema). “Con l’utilizzo della tecnologia blockchain l’amministrazione, in particolare il Miur, entra ufficialmente nel 21esimo secolo, rendendo la vita dei cittadini, in questo caso dei rifugiati e degli studenti, molto più semplice”, ha affermato Fioramonti, che poi ha aggiunto: “Con l’avvio dell’utilizzo della tecnologia blockchain fa un ulteriore passo avanti in tema di valutazione e riconoscimento delle qualifiche in possesso dei rifugiati. Blockchain offre la possibilità ai cittadini rifugiati di ricostruire il proprio percorso di formazione e di vedere riconosciute le proprie competenze non solo in Italia ma in tutti i Paesi che la utilizzano” . In tal senso sarà essenziale anche la collaborazione con il Centro Informazioni Mobilità Equivalenze Accademiche. L’obiettivo è inserire ogni rifugiato in una rete, consentendogli così di far valere la loro formazione e le loro competenze e di evitare di scontrarsi con problemi burocratici e di riconoscimento. Ciò permetterebbe ai migranti di diventare una risorsa essenziale per il Paese e di creare ricchezza per lo stesso.

Ma c’è di più. La blockchain potrebbe essere utilizzata anche per far progredire il mercato del lavoro. Per farlo è nato l’Osservatorio italiano sulle politiche in materia di blockchain, frutto della collaborazione tra l’Università Roma Tre, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro e il Garante della Privacy. Questo gruppo di ricerca ha proposto di creare il fascicolo elettronico del lavoratore. Si tratta di un documento digitale in cui si dovrebbero inserire le informazioni relative a ogni lavoratore. Lo stesso sarebbe accessibile solo ai soggetti della rete nazionale per le politiche del lavoro (Inps, Anpal, centri per l’impiego, patronati, agenzie per il lavoro). I dati verrebbero così archiviati nella blockchain, garantendo una maggiore efficienza delle politiche attive, dal momento che tutte le istituzioni potrebbero accedere alle informazioni in qualsiasi momento e in contemporanea, evitando moltissimi problemi logistici. Ogni fascicolo dovrebbe contenere i titoli di studio, la situazione contributiva, i percorsi formativi seguiti, l’eventuale fruizione di ammortizzatori sociali e lo stato di occupazione/disoccupazione/inoccupazione.

La blockchain potrebbe essere sfruttata anche per migliorare la cooperazione fra soggetti pubblici e privati, che potrebbe risultare particolarmente produttiva circoscrivendo l’ambito ad una precisa zona territoriale (le cosiddette “blockchain di distretto”). Per questo motivo sarà a breve effettuato un esperimento di questo tipo in Lombardia, Lazio e Sardegna.

Ad ogni modo, sono ancora pochissime le persone ad avere molta esperienza nel settore, come ha ricordato Bill Fearnley Jr., direttore di ricerca di IDC per il segmento Worldwide Blockchain Strategies. Tuttavia, il mercato delle Baas (blockchain as a service) è in enorme espansione, anche perché i principali provider IT del settore hanno lanciato progetti basati sulla blockchain senza avere personale specializzato. Inoltre Ash Rangan, analista della Bank of America, ha dichiarato che se il 2% dei server fungesse da nodo per reti blockchain, il mercato BaaS raggiungerebbe i 7 miliardi di dollari. Tra le società meglio posizionate per sfruttare questa tecnologia, l’esperto ha citato Amazon, Microsoft e Oracle, IBM, Salesforce.com e VMware come leader del settore. Ciò nonostante, affinché la blockchain diventi una realtà sempre più solida e diffusa, è necessario risolvere alcune criticità. Tra queste c’è la sicurezza. Come ricordato precedentemente, infatti, una rete di questo tipo si basa sulla crittografia avanzata e altre strutture matematiche che consentono di proteggere dati e movimenti. Tuttavia, ci sono moltissime start-up che non utilizzano algoritmi sufficientemente sicuri e collaudati. Per esempio, come ricorda CIO Italia, alla fine del 2017 sono andati perduti centinaia di milioni di dollari nella criptovaluta di Ethereum per colpa di una vulnerabilità di codifica a causa della quale un utente ha potuto bloccare 300 milioni di dollari in denaro di altre persone. I test preventivi saranno cruciali, così come lo sarà lo sviluppo e il futuro di questa tecnologia, che potrebbe cambiare il mondo in modo radicale.

Segretario generale dell'Istituto per la Competitività (I-Com), con delega alla comunicazione e alle relazioni esterne. Classe 1984, giornalista a tempo pieno dal 2005 e professionista dal 2008. Andrea Picardi ha a lungo lavorato in televisione: prima come redattore del telegiornale e conduttore di trasmissioni di approfondimento presso l’emittente televisiva T9 e poi al Tg5. Prima di sbarcare in I-Com, Picardi ha lavorato presso il giornale online Formiche.net, dove tuttora collabora, come redattore e poi anche come direttore responsabile. Esperto di appalti, edilizia e servizi pubblici locali, collabora su questi temi per alcune riviste specializzate

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