La vulnerabilità delle Rsa e delle case di cura (non solo in Italia) secondo l’Ocse

Articolo
Eleonora Mazzoni
rsa

Il Covid-19 ha colpito in modo particolarmente violento la popolazione anziana in tutti i Paesi coinvolti dall’epidemia. Nei mesi passati molto si è discusso della diffusione del virus all’interno di strutture dedicate all’assistenza agli anziani, in primis nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa). Come rilevato in un interessante articolo pubblicato su lavoce.info nel mese di giugno, l’International Long Term Care Policy Network (ILPN) ha provato a raccogliere le prime evidenze disponibili sulla mortalità nelle Rsa in ventuno Paesi distribuiti su quattro continenti, sottolineando tuttavia la necessità di essere cauti nei confronti internazionali, a causa delle differenze tra i metodi di rilevazione dei dati e il funzionamento dei sistemi sanitari e di welfare. Con le dovute precauzioni, quindi, lo studio riporta come la quota di decessi da Covid-19 tra i residenti in Rsa sul totale registrato nella popolazione vari dallo zero di Hong Kong all’82% del Canada. Tra i Paesi che considerano unicamente i morti accertati nelle statistiche, la quota di decessi di ospiti Rsa è di circa il 30-40% del totale.

Nei dati esposti dal report non rientra l’Italia, da un lato perché non esiste un registro ufficiale nazionale sui decessi in Rsa legati al Covid-19 e dall’altro perché le regioni si sono mosse in maniera diversa per quanto riguarda la realizzazione di attività di screening a tappeto nelle strutture. Una circostanza, quest’ultima, che ha ulteriormente limitato le possibilità di analisi dei fatti. Tuttavia l’impatto di Covid-19 sui residenti e sul personale operante nelle strutture è diventato evidente in due modi: le notizie di focolai in diverse regioni nelle strutture stesse, colpite da un grande numero di casi e di decessi in un lasso di tempo molto breve, e il numero di membri del personale colpiti dal virus e/o posti posti in isolamento.

Ad oggi l’unica fonte disponibile a livello nazionale è una survey avviata tra le Rsa dall’Istituto superiore di sanità (a partire dal 24 marzo) con l’obiettivo di tracciare i decessi da Covid-19 sospetti e accertati nelle strutture. L’ultimo aggiornamento della survey (5 maggio 2020) rileva come la percentuale dei residenti deceduti risultati positivi al virus vari tra un minimo di 0 in Sardegna, Sicilia, Calabria e Puglia ad un massimo del 33% nella provincia autonoma di Trento. Tuttavia questi numeri risentono delle politiche adottate da ciascuna regione, Asl o distretto sanitario relativamente alle indicazioni di eseguire test e tamponi all’interno delle strutture. In tutte le regioni italiane vi sono Rsa con residenti positivi al Covid-19, con maggiore frequenza in Lombardia, Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Piemonte.

La survey riporta inoltre, sulla base dell’analisi delle risposte al questionario fornite dalle Rsa coinvolte, come le principali difficoltà affrontate nel corso dell’epidemia da Covid-19 siano state:

1. scarse informazioni ricevute circa le procedure da svolgere per contenere l’infezione:
2. mancanza di farmaci;
3. mancanza di dispositivi di protezione individuale;
4. assenze del personale sanitario;
5. difficoltà nel trasferire i residenti affetti da Covid-19 in strutture ospedaliere;
6. difficoltà nell’isolamento dei residenti affetti da Covid-19;
7. impossibilità nel far eseguire i tamponi.

Delle 1.259 strutture che hanno risposto a questa domanda il 77,2% ha sottolineato la mancanza di dispositivi di protezione individuale, mentre il 52,1% l’impossibilità nel far eseguire i tamponi. Il 33,8% ha riportato l’assenza di personale sanitario, e il 20,9% la scarsità delle informazioni ricevute circa le procedure da svolgere per contenere l’infezione. Il 26,2% delle strutture ha dichiarato di aver avuto difficoltà nell’isolamento dei residenti affetti da Covid-19 e il 12,5% difficoltà nel trasferire i residenti positivi in strutture ospedaliere. Inoltre, il 9,8% delle strutture ha segnalato una mancanza di farmaci. Il 21,1% delle strutture che hanno fornito una risposta ha inoltre dichiarato di aver rilevato almeno una positività per SARS-CoV-2 tra il personale della struttura.

A fare miglior luce e fornire maggiori indicazioni sul tema è intervenuto il rapporto dell’Ocse “Workforce and safety in long-term care during the COVID-19 pandemic”, aggiornato al 22 giugno 2020. L’organizzazione internazionale evidenzia come la maggior parte dei morti per Covid‑19 sia avvenuta tra gli anziani, in particolare quelli di età superiore a 80 anni che rappresentano il 50% di quelli che ricevono Ltc (Long term care). Alcuni dei Paesi più colpiti dall’epidemia (ad esempio Francia, Italia, Spagna e Stati Uniti) hanno registrato un elevato numero di decessi tra i residenti nelle case di cura. Solo in Francia, si stima che circa il 50% dei decessi totali legati al virus risiedano in strutture di questo tipo. Non solo le persone anziane ma anche gli operatori sanitari sono stati colpiti in modo sproporzionato dalla pandemia e molti Paesi dell’Ocse hanno adottato misure per contenere la diffusione dell’infezione e mitigarne l’impatto sui gruppi di popolazione più fragili.

Gli operatori sanitari hanno sperimentato e sperimentano condizioni di lavoro spesso critiche, vi sono disallineamenti di competenze rispetto alla domanda di cure di una popolazione anziana crescente e largamente affetta da multicronicità, scarsa integrazione con la restate parte dell’organizzazione dell’assistenza sanitaria e standard di sicurezza inadeguati o non applicati. Per il futuro, si legge nel testo, sono necessari maggiori investimenti nella forza lavoro e nelle infrastrutture Ltc per garantire livelli adeguati di personale qualificato, dando priorità alla qualità delle cure e alla sicurezza. Come dimostra la crisi da Covid-19, gli importanti legami tra i servizi di assistenza a lungo termine, le cure primarie e le cure per condizioni acute non possono essere ignorati :un miglior coordinamento con l’assistenza sanitaria di base è la chiave per migliorare l’esito dell’assistenza agli anziani con patologie croniche multiple e ridurre il numero di ricoveri ospedalieri non necessari.

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