Cosa prevede la strategia della Nato sull’intelligenza artificiale

Articolo
Thomas Osborn
Nato

La Nato ha presentato la propria strategia sull’intelligenza artificiale, mettendo al centro del programma per i prossimi anni la collaborazione internazionale sulle numerose interconnessioni tra sicurezza, digitale, uso responsabile della tecnologia e interoperabilità dei servizi.

SICUREZZA E INNOVAZIONE

La politica internazionale, la sicurezza e la geopolitica hanno ormai da anni superato i confini novecenteschi che vedevano questi settori impegnati perlopiù nei campi della diplomazia e dei trattati, ampliando il proprio raggio d’azione nei campi della tecnologia e dell’innovazione. Se cinquant’anni fa questi ultimi settori si declinavano nella corsa allo spazio e nella ricerca scientifica, oggi la supremazia internazionale vede al centro delle proprie sfide il digitale, le tecnologie di ultima generazione (5G, IoT, ecc.) e la gestione dei dati.

Tra le tante tecnologie emergenti al centro della globalizzazione, l’intelligenza artificiale è indubbiamente tra le più discusse e studiate, nonché tra le più ambite tra le superpotenze mondiali. L’adozione da parte della Nato di una strategia dedicata a essa è indicativa del valore strategico di questa frontiera, che nel giro di pochi anni è passata dall’essere tema di nicchia a elemento cadine nella vita di tutti i giorni, persino nell’ambito della sicurezza e della difesa.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE COME AVANGUARDIA NELLA SICUREZZA INTERNAZIONALE

Quanto ai servizi propri dell’intelligenza artificiale, si basano prevalentemente sulla capacità di apprendimento delle macchine, a sua volta distinta in due macro-categorie: machine learning e deep learning. I modelli che fanno capo al primo ambito consentono alle macchine di imparare a prendere decisioni senza essere preventivamente programmate, bensì basandosi su esempi o analizzando una serie di risultati positivi e negativi. Sono riconducibili a tale modello strumenti quali il riconoscimento delle immagini, il riconoscimento vocale e la traduzione automatica dei testi. Le applicazioni che si basano sul deep learning, invece, sono attualmente quelle più avanzate: necessitano di reti neurali che, aggregando ingenti quantità di dati provenienti da fonti differenti (ad esempio stimoli sonori e visivi), permettono di effettuare elaborazioni su più livelli che consentono loro di prendere decisioni non direttamente attribuibili alle informazioni di input (come nel caso delle auto a guida autonoma).

Appare quindi evidente come l’intelligenza artificiale possa svolgere un ruolo determinante nelle sfide globali dei prossimi anni, nonché nella trasformazione, già in atto, del settore della sicurezza internazionale. Per via della loro natura trasversale, le novità introdotte da queste tecnologie pongono dunque un’ampia serie di sfide ai governi e alle organizzazioni internazionali che impattano su tutti gli ambiti fondamentali (anche della Nato) in termini di difesa collettiva, gestione delle crisi e sicurezza cooperativa.

L’intelligenza artificiale avrà un ruolo chiave sia nelle tradizionali capacità militari, sia nel settore delle cosiddette minacce ibride, ovvero quelle azioni non necessariamente condotte da Stati o realtà riconoscibili, ma perlopiù da soggetti non-statali e indipendenti il cui scopo è quello di minare o danneggiare un obiettivo di interesse pubblico (tendenzialmente nei settore politici, economici, militari e di gestione delle informazioni), influenzando il suo processo decisionale a livello locale, regionale, statale o istituzionale.

LA STRATEGIA SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Date le opportunità, i rischi e le minacce derivanti da questa nuova tecnologia, gli alleati Nato hanno riconosciuto la necessità di trovare forme di cooperazione per fronteggiare fenomeni ritenuti “troppo vasti perché un singolo attore possa gestirli da solo”. L’intervento dell’Alleanza Atlantica nel settore era nell’aria. Già nel marzo del 2021 un rapporto redatto da un gruppo di dodici esperti arruolati dalla Nato stessa sollecitava gli alleati ad aggiornare le proprie difese tecnologiche dato il rischio dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte della Cina per coordinare attacchi intercontinentali. Anche il segretario generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg in un’intervista al Financial Times aveva sottolineato che “per decenni gli alleati Nato hanno dominato nel segmento della tecnologia. Ma questo non è più così ovvio”, anticipando un imminente cambio di passo a seguito dell’avvio dell’amministrazione guidata da Joe Biden.

Con l’obiettivo di mitigare i rischi per la sicurezza internazionale, ma anche di capitalizzare il potenziale economico e organizzativo dato dalla tecnologia, a conclusione della riunione tra i ministri della Difesa Nato dell’ottobre 2021, gli alleati hanno adottato formalmente la prima Strategia sull’intelligenza artificiale. Gli Stati aderentisi impegnano alla cooperazione e alla collaborazione necessarie per affrontare le sfide tecnologiche nei campi della difesa e della sicurezza, nominando la Nato stessa come il principale forum transatlantico sui temi in questione.

In termini concreti, con l’adozione della strategia si intende quindi accelerare l’adozione dell’intelligenza artificiale a livello internazionale e nazionale, favorendo la diffusione e il miglioramento dei fattori abilitanti di questa tecnologia. Questo avverrà anche con l’aggiornamento dei trattati esistenti e l’introduzione di alcune policy chiave per l’Alleanza, tra cui l’adozione di un documento, denominato “Principi di Uso Responsabile dell’AI”, che stabilisce gli standard per l’uso di questa tecnologia nel rispetto del diritto internazionale (Fig.1.)

Fig.1. I Princìpi di Uso Responsabile dell’IA della Strategia IA della Nato

I FINANZIAMENTI PREVISTI

La strategia prevede inoltre la creazione del primo Fondo per l’innovazione dell’Alleanza, come annunciato dal segretario generale Stoltenberg dopo il secondo giorno della riunione ministeriale della difesa. L’iniziativa, finanziata da 17 Stati membri della Nato, sosterrà la ricerca e lo sviluppo delle tecnologie emergenti con oltre 1 miliardo di dollari.

Secondo la nota rilasciata dalla Nato a fine lavori, l’attuazione della Strategia sull’intelligenza artificiale beneficerà anche dei collegamenti con l’ormai imminente Programma DIANA (pronto nel 2022 e operativo nel 2023) che, secondo l’assistente segretario generale della Nato per le Sfide emergenti della sicurezza David van Weel, avrà la funzione di “acceleratore di start-up e imprese innovative” nei campi dell’intelligenza artificiale e dei computer quantistici. Questa iniziativa, che di fatto rappresenterà la versione Atlantica della Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) degli Stati Uniti, sarà anche dotata di un fondo per l’innovazione, con finanziamenti di 70 milioni di dollari all’anno.

LA POSIZIONE DELL’UNIONE EUROPEA

Con un mercato mondiale delle nuove tecnologie digitali che dovrebbe raggiungere i 2,2 trilioni di euro entro il 2025, gli indicatori evidenziano che l’Unione europea è in ritardo nella corsa globale per le nuove tecnologie, i servizi digitali e l’intelligenza artificiale, con la distribuzione geografica delle principali piattaforme high-tech che mostra una concentrazione significativa nei mercati statunitense e cinese.

L’allarme sulle condizioni della difesa europea era già stato lanciato da un recente report del Center for American Progress, realtà vicina al presidente americano Joe Biden. Dallo studio emerge che “dopo decenni di declino, gran parte dell’hardware militare europeo è in uno scioccante stato di abbandono”, invitando Washington a fare pressione sugli alleati europei per spendere di più sulle forze armate in modo da raggiungere l’obiettivo di spesa del 2% del prodotto interno lordo fissato della NATO.

Anche le stime elaborare dalla DG CNECT della Commissione europea del 2020 (Tab.1.) avevano evidenziato un gap sostanziale tra gli investimenti europei e quelli statunitensi. In totale il gap ammonta a circa 125 miliardi di discrepanza ogni anno, con il divario maggiore che si riscontra in termini di intelligenza artificiale (23 miliardi di euro all’anno) e, soprattutto, di reti di comunicazioni (42 miliardi di euro all’anno).

In questa direzione la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen ha stabilito una serie di azioni rilevanti sul tema, in particolare la Strategia europea per i dati. L’agenda di lavoro di quest’ultima, di cui alcune tappe importanti sono state la proposta di Data Governance Act e l’introduzione dei Digital Services Act (DSA) e Digital Markets Act (DMA) nel 2020, è stata delineata dalle pubblicazioni delle comunicazioni “A European strategy for data” e “Shaping Europe’s digital future”, nonché dal libro bianco “Artificial Intelligence: a European Approach to excellence and trust”.

E L’ITALIA?

Anche l’Italia sta cercando di accelerare gli investimenti nel campo dell’intelligenza artificiale, in modo da colmare il divario con altri Paesi dell’Unione. Il governo guidato da Mario Draghi ha pronta una bozza per una strategia nazionale che indica le priorità e le principali aree di intervento da qui al 2024. Questa punterà a potenziare la ricerca italiana in questo settore, partendo dal finanziamento, tramite i fondi europei previsti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, dei progetti di eccellenza già collaudati e dall’aumento dei fondi pubblici per la ricerca: i Paesi europei in media investono il 2,38% del Pil, l’Italia solo l’1,45%.

Il sistema dell’intelligenza artificiale nazionale parte però svantaggiato rispetto a quello dei partner europei, quali Francia e Germania, dove già nel 2019 era stato lanciato un piano di investimenti fino al 2025 rispettivamente di uno e 6 miliardi di euro. Inoltre, l’Italia presenta difficoltà strutturali, quali l’assenza di grandi player nazionali del settore e un limitato numero di aziende che offrono prodotti di questo tipo: secondo una rilevazione di febbraio dell’Osservatorio sull’IA, sono solo 260 le aziende registrate che offrono prodotti e servizi nel settore.

Si aggiunge a questa situazione la scarsa capacità attrattiva del mondo della ricerca italiana, a causa di stipendi troppo bassi (in media 15,3 euro all’ora, contro i 48 e i 22 dei ricercatori tedeschi e francesi) che non consentono di trattenere i migliori talenti né di attrarre professionisti dall’estero. A questi temi, evidenziati nella Strategia voluta dal presidente del Consiglio Draghi, si aggiungono osservazioni sulla “crescita parcellizzata dei laboratori di ricerca” dovuta allo “scarso finanziamento pubblico-privato”, “la capacità limitata nel settore dei brevetti”, ma anche un “significativo gender gap” che vede solo il 19,6% delle donne tra i ricercatori nel settore.

Con un contesto internazionale in fibrillazione, in particolare a seguito dei recenti sviluppi in Afghanistan, rimane da capire come gli Stati europei intendano inserirsi nella sfida che vede l’intrecciarsi di innovazione e sicurezza a livello internazionale. Sebbene la Strategia sull’intelligenza artificiale della Nato sembri indicare un nuovo rafforzamento dell’Alleanza Atlantica in termini tanto di difesa quanto di sviluppo tecnologico, numerose sono le pressioni provenienti da diversi leader dell’Ue, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca uscente Angela Merkel, per ribadire che l’esercito unico comunitario debba rimanere quantomeno come obiettivo di lungo termine per l’Unione.

Quanto all’Italia, Draghi, la cui stima a livello internazionale sembra ulteriormente consolidata dopo il G20, appare intenzionato a rafforzare la competitività europea soprattutto attraverso un rinnovato spirito multilateralista. La strategia sull’intelligenza artificiale fortemente voluta della Nato sembra andare proprio in questa direzione.

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