Lo scorso 20 febbraio 2026 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato incostituzionali i dazi “reciproci” globali, imposti dall’amministrazione Trump, che nel corso del 2025 avevano iniziato a scuotere il mondo della salute. Sebbene la decisione rappresenti un punto di svolta, il presidente USA ha già annunciato contromisure mantenendo viva l’incertezza nel settore farmaceutico. Nel frattempo, però, resta sullo sfondo il Most Favoured Nation (MFN), che tuttavia rischia di avere impattare fortemente sull’Italia: nel mirino ci sono i prezzi, ma le conseguenze più gravi potrebbero riguardare l’accesso tempestivo e sostenibile all’innovazione terapeutica.
LA CORTE SUPREMA BOCCIA I DAZI
L’introduzione di dazi settoriali da parte dell’amministrazione Trump ha segnato un’importante momento di rottura con i principi di liberalizzazione commerciale e allontanandosi dal quadro multilaterale stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale in favore di un approccio più protezionistico e bilaterale. Difatti, oltre a tariffe su prodotti tradizionalmente sensibili (come acciaio, alluminio e automobili), per la prima volta in decenni un settore considerato tradizionalmente esente, come quello farmaceutico, è stato esplicitamente inserito nel mirino delle dispute commerciali, ponendo in discussione lo status di beni essenziali per la salute pubblica come strumenti di leva economica e geopolitica. Il processo è stato caratterizzato da una fase iniziale di intense minacce, con il presidente degli USA che aveva inizialmente paventato l’imposizione di tariffe fino al 250% sui farmaci europei, generando un’ondata di incertezza e volatilità sui mercati finanziari e tra le aziende del settore.
Dopo numerosi mesi di incertezze e trattative (di cui avevamo già parlato qui), è stato siglato un accordo commerciale che ha stabilito un’aliquota del 15% come “tetto” per le importazioni di farmaci di marca dall’UE. Tariffe diverse (in molti casi ben più alte) sono invece state imposte ad altri paesi come una misura di “reciprocità” nei confronti di quegli stati che, secondo gli USA, mantenevano barriere commerciali penalizzanti per le imprese statunitensi.
Le notizie delle ultime settimane hanno però causato un nuovo scossone nel settore: a pochi mesi dall’entrata in vigore delle tariffe, il 20 febbraio la Corte suprema degli Stati Uniti ha stabilito che una parte dei dazi introdotti nel 2025 è illegittima. Con una maggioranza di 6 voti contro 3, la Corte ha valutato difatti che l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) – base giuridica, risalente al 1977, che consente al Presidente di intervenire rapidamente in presenza di minacce straordinarie alla sicurezza nazionale o all’economia americana – non attribuisce al presidente il potere di imporre unilateralmente ampie tasse sulle importazioni.
IL COSTO DEI DAZI E LA TENTAZIONE DI UNA TARIFFA GLOBALE
L’inaspettato intervento della Corte ha riaperto il dibattito sui dazi e, più in generale, sulle politiche dell’amministrazione statunitense nell’ambito salute. Tuttavia, appare evidente come l’intervento non chiuda la stagione protezionistica degli USA: il presidente Trump ha difatti immediatamente risposto ricorrendo a basi normative alternative e chiedendo alla Corte di rivedere la propria decisione. Nello specifico, ha ipotizzato dazi al 15% verso tutti i Paesi del mondo su tutti i prodotti importati negli USA.
Nel frattempo, però, un giudice del tribunale commerciale statunitense ha ordinato al governo federale di avviare il pagamento di rimborsi potenzialmente miliardari agli importatori che hanno versato dazi doganali dichiarati illegali dalla Corte Suprema il mese scorso.
Dati i forti legami tra l’Italia e gli USA, l’introduzione di dazi settoriali da parte dell’amministrazione Trump è pertanto elemento da non sottovalutare, con previsioni di forti impatti sull’industria delle life sciences europee e italiane. Nella farmaceutica, i dazi al 15% valgono complessivamente circa $18,6 miliardi l’anno, di cui $1,7 miliardi provenienti proprio da dazi per l’import dall’Italia. L’impatto reale rischia, però, di essere ancora maggiore, con Farmindustria che stima un impatto negativo di circa €2,5 miliardi in quanto, oltre al nuovo costo specifico, pesano la mancanza di prevedibilità normativa e gli innumerevoli “costi nascosti” e indiretti che ostacoleranno gli investimenti e la pianificazione strategica a lungo termine delle imprese. Ad esempio, tenendo conto delle sole dinamiche valutarie, Farmindustria stima che già si potrebbe salire a €4 miliardi.
L’onere dei dazi ricade/sarebbe ricaduto/ricadrà difatti in modo diretto soprattutto sulle imprese che, causa la riduzione delle esportazioni verso gli Stati Uniti, subiranno impatti sui profitti e sulla competitività. Di fronte a questa nuova realtà, le aziende farmaceutiche europee hanno iniziato a riorganizzare le proprie strategie. Ad esempio, alcune hanno già annunciato nuovi investimenti e il potenziamento di siti produttivi negli Stati Uniti, un processo noto come onshoring, per ridurre l’esposizione tariffaria. Questa dinamica è tuttavia costosa e potrebbe indebolire l’ecosistema produttivo europeo nel lungo periodo.
LA POLITICA DEL MFN
Oltre ai dazi, il protezionismo sanitario dell’amministrazione Trump si è tradotto anche in una spinta a “importare” in casa propria i prezzi europei dei farmaci. Con l’Executive Order del 12 maggio 2025 sull’MFN, la Casa Bianca ha indicato l’obiettivo di legare, nell’ambito della piattaforma TrumpRx, i prezzi farmaceutici statunitensi a quelli dei Paesi con i livelli tariffari più bassi. Questo è inteso anzitutto per alcune categorie di medicinali rimborsati (in particolare nell’orbita Medicare) per i quali si intende allineare il prezzo riconosciuto negli USA ai livelli più bassi osservati in un “paniere di Paesi avanzati”.
La logica economica è quella dell’international reference pricing: se ad oggi gli Stati Uniti pagano il farmaco più di altri stati, allora l’amministrazione USA intende usare i prezzi “esterni” come vincolo per contenere i listini domestici. In altre parole, per ogni farmaco incluso nel programma si individua il prezzo più basso tra quelli pagati nei Paesi del paniere. Quel prezzo (calcolato sui prezzi effettivi dopo sconti e rebate, non solo sui listini ufficiali) diventa il target price per il mercato statunitense.
Il punto chiave è che il MFN rompe l’equilibrio economico su cui si basa oggi il mercato farmaceutico globale. Attualmente esiste una forma implicita di price discrimination: le aziende vendono lo stesso farmaco a prezzi molto più alti negli Stati Uniti e a prezzi più bassi in Europa, dove i sistemi sanitari pubblici negoziano fortemente i listini. Questo modello consente alle imprese di recuperare gran parte dei costi di ricerca e sviluppo proprio nel mercato statunitense, che rappresenta circa il 40–50% dei ricavi globali del settore pur coprendo una quota molto minore della popolazione mondiale.
COSTI E RISCHI DELL’MFN PER L’ITALIA: A PAGARNE SONO I CITTADINI
Se da una parte l’obiettivo è quello di ridurre la spesa sanitaria americana, l’effetto potenziale rischia di essere quello di trasmettere la politica dei prezzi USA all’intero mercato farmaceutico globale. Difatti, se il prezzo in Italia, Francia o Spagna diventa un riferimento per il prezzo negli Stati Uniti, ogni sconto concesso in Europa rischia di ridurre automaticamente anche il prezzo USA, ovvero il mercato più redditizio del mondo.
Da qui derivano alcuni effetti potenziali che molti analisti segnalano. Le imprese potrebbero chiedere prezzi iniziali più elevati nei mercati europei, ridurre gli sconti negoziati con i sistemi sanitari pubblici oppure ritardare il lancio dei nuovi farmaci nei Paesi dove i prezzi sono più bassi, proprio per evitare che quei valori vengano utilizzati come riferimento negli Stati Uniti. In alternativa, potrebbero privilegiare il lancio iniziale nei mercati ad alto prezzo, mantenendo più a lungo una struttura di prezzi favorevole.
Perché l’Italia conta in questo meccanismo? Per tre ragioni. Primo, l’Italia è un Paese OCSE ad alto reddito, quindi rientra tipicamente nei panieri “peer” che i disegni MFN prendono a riferimento (spesso definiti proprio come OCSE con PIL pro capite sopra una certa soglia rispetto agli USA). Secondo, è un mercato dove i prezzi sono negoziati dall’autorità pubblica (AIFA) e dove, per molte classi terapeutiche, il livello prezzo è relativamente contenuto rispetto agli Stati Uniti: è quindi un candidato “naturale” per abbassare il benchmark. Terzo, la presenza di sconti e accordi confidenziali può rendere più complessa la comparazione, ma rafforza l’incentivo delle aziende a “proteggere” i Paesi a prezzo più basso (come l’Italia) per evitare effetti a catena sul mercato USA: in pratica, se il prezzo italiano diventa una leva nelle trattative americane, cresce il rischio di pressioni negoziali in Italia (prezzi di lancio più alti, ritardi di accesso o strategie di sequenziamento dei lanci).
Nel complesso, più che generare costi diretti immediati per il SSN, il MFN rischia di produrre effetti indiretti in termini di accesso, attrattività industriale e potenziale svantaggio competitivo per un Paese esportatore e produttore farmaceutico come l’Italia, fortemente integrato nelle catene del valore globali. Difatti, una compressione strutturale dei ricavi sul mercato statunitense – che rappresenta la quota più profittevole per molte imprese innovative – potrebbe ridurre la capacità di investimento globale in R&S e incidere, in prospettiva, anche sulla localizzazione di produzioni e trial clinici in Europa, inclusa l’Italia. A pagarne le conseguenze, però, questa volta è probabile che siano i cittadini.
L’ADDIO ALL’OMS
Un ultimo tassello, spesso sottovalutato, relativo alla rottura di equilibri precedenti è il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Il 20 gennaio 2025 l’amministrazione Trump ha infatti avviato formalmente la procedura di uscita e il 22 gennaio 2026 HHS e Dipartimento di Stato hanno annunciato il completamento del recesso, indicando anche la sospensione dei finanziamenti e il ritiro del personale USA dai meccanismi OMS. L’OMS ha reagito il 24 gennaio 2026 definendo la decisione un fattore che “rende il mondo meno sicuro”, ricordando il ruolo statunitense in risultati storici (vaiolo) e nella risposta a minacce come polio, HIV, Ebola, influenza, TB e malaria. La gravità non è solo politica: gli USA erano il principale contributore. Nel biennio 2024–2025 la loro quota di “assessed contributions” è stata pari al 22% (netto dovuto: $260,6 milioni). Inoltre, gli Stati Uniti hanno fornito contributi volontari per un importo medio di circa $570 milioni di dollari all’anno: solo nell’ultimo biennio parliamo di $958 milioni, circa il 15% del budget complessivo dell’Organizzazione. In concreto, quindi, il buco di risorse e competenze può tradursi in minore capacità di allerta precoce e risposta rapida alle emergenze, e in un indebolimento del supporto tecnico-operativo ai programmi su malaria e altre priorità globali, già sensibili a shock di finanziamento. Tutti elementi che, in un mondo dalle crescenti sfide globali, non possono che essere considerati come pessime notizie.
CONCLUSIONE
Le misure annunciate dall’amministrazione Trump – dai dazi alla politica del Most Favoured Nation sui prezzi dei farmaci – segnalano un cambio di paradigma nella politica sanitaria internazionale degli Stati Uniti. Se l’obiettivo dichiarato è ridurre la spesa farmaceutica americana e riequilibrare i rapporti commerciali, il rischio è quello di generare effetti a catena sull’intero mercato globale del farmaco. Collegare i prezzi statunitensi a quelli europei, infatti, può modificare profondamente gli incentivi delle imprese farmaceutiche, spingendole a rivedere le strategie di lancio e di prezzo nei diversi mercati. Per Paesi come l’Italia – caratterizzati da prezzi negoziati e relativamente contenuti – ciò potrebbe tradursi in una maggiore pressione nelle trattative con le aziende, in prezzi di lancio più elevati o in ritardi nell’introduzione di nuove terapie. Più in generale, l’Europa rischia di trovarsi al centro di una nuova fase di tensione tra sostenibilità dei sistemi sanitari e attrattività industriale. In ultima analisi, il nodo riguarda soprattutto i pazienti: l’accesso tempestivo e sostenibile all’innovazione terapeutica potrebbe diventare una variabile sempre più condizionata da equilibri geopolitici e commerciali.





