L’innovazione rappresenta oggi uno dei principali fattori abilitanti della competitività economica e della trasformazione digitale. In questo quadro, il trasferimento tecnologico assume un ruolo decisivo perché determina la capacità di un Paese di trasformare conoscenza scientifica, ricerca e sperimentazione in valore economico, produttività e sviluppo industriale. È proprio da questa prospettiva che l’Atto di indirizzo strategico 2026-2028 elaborato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e dal Ministero dell’Università e della Ricerca restituisce l’immagine di un’Italia collocata in una posizione intermedia, caratterizzata da importanti punti di forza ma anche da criticità strutturali che continuano a frenare il pieno dispiegarsi del potenziale innovativo.
I PUNTI DI FORZA DEL SISTEMA ITALIANO
Uno degli elementi più rilevanti riguarda la qualità della ricerca scientifica nazionale. Negli ultimi anni l’Italia ha registrato una crescita significativa della produzione scientifica di eccellenza, mantenendo una quota stabile a livello globale nonostante una spesa pubblica inferiore alla media europea. In particolare, i dati mostrano un aumento del 60% della produzione di pubblicazioni scientifiche di eccellenza nel periodo 2009-2023. Questo dato conferma che il problema dell’innovazione italiana non risiede nella capacità di generare conoscenza, bensì nella sua valorizzazione economica. Parallelamente, il sistema dell’innovazione si è rafforzato grazie a una molteplicità di interventi e strumenti. Il PNRR ha rappresentato un punto di svolta, contribuendo alla creazione di nuovi ecosistemi, infrastrutture e reti collaborative tra università, imprese e centri di ricerca. In Europa, per monitorare il livello di innovazione dei diversi Paesi, si utilizza lo European Innovation Scoreboard. Secondo i dati del 2024, l’Italia si colloca nel gruppo degli innovatori moderati, vale a dire tra i Paesi che innovano meno della media UE ma che non rientrano tra i sistemi più fragili(Fig. 1).

Pur collocandosi al di sotto della media UE, nel periodo 2018-2025 la performance nazionale mostra segnali di miglioramento in diverse componenti dell’innovazione, tra cui le risorse umane, la digitalizzazione e l’attrattività del sistema di ricerca.
LE PRINCIPALI CRITICITÀ
Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, il sistema italiano dell’innovazione continua a scontare alcune debolezze strutturali che ne limitano l’efficacia complessiva. La prima riguarda il persistente divario tra ricerca e impresa. A fronte di una produzione scientifica di alto livello, gli investimenti privati in ricerca e sviluppo restano inferiori rispetto a quelli dei principali partner europei, con un ritardo particolarmente evidente nel tessuto delle piccole e medie imprese. Il rapporto Istat sulla ricerca e sviluppo in Italia indica infatti un sistema imprenditoriale sempre più polarizzato. Mentre le grandi imprese, con almeno 250 addetti, continuano ad aumentare la propria spesa in R&S, le imprese di minori dimensioni mostrano segnali di arretramento. Nella fascia sotto i 50 addetti si registra una riduzione del 2,3%, mentre la spesa cresce del 7,3% nelle grandi imprese e del 2,8% in quelle di media dimensione (Fig. 2). Si tratta di un dato particolarmente rilevante, perché sono proprio le PMI a costituire l’ossatura del sistema produttivo italiano. Questo squilibrio si traduce quindi in una minore capacità di trasformare i risultati della ricerca in applicazioni industriali, innovazione diffusa e nuovi prodotti.

Un secondo fattore di debolezza riguarda il profilo settoriale dell’innovazione nazionale. Il documento osserva che l’Italia continua a mostrare una buona capacità competitiva in comparti consolidati come meccanica, trasporti e ingegneria civile, mentre appare meno forte proprio nei settori che oggi trainano la competizione tecnologica internazionale, come le tecnologie digitali, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale e la comunicazione avanzata. Tale ritardo pesa in modo particolare in una fase storica in cui la trasformazione digitale non rappresenta più un segmento specialistico, ma una componente trasversale della produttività industriale, dei servizi e della pubblica amministrazione.
A queste criticità si aggiunge la frammentazione dell’ecosistema nazionale dell’innovazione. Il rapporto sottolinea come il sistema italiano sia oggi composto da una pluralità di soggetti, infrastrutture e strumenti spesso nati in tempi diversi e con finalità non sempre pienamente coordinate. Questa articolazione ha certamente ampliato l’offerta di supporto alla ricerca e alle imprese, ma ha anche prodotto sovrapposizioni, dispersione di risorse e difficoltà di orientamento, soprattutto per le PMI, che faticano a individuare interlocutori, strumenti e percorsi adeguati per innovare.
Un ulteriore elemento problematico riguarda il lato della domanda. Il documento insiste sul fatto che molte imprese, in particolare quelle di minore dimensione, esprimono una domanda di innovazione ancora debole o poco strutturata. In molti casi i fabbisogni tecnologici restano latenti, non si traducono in progetti definiti e incontrano ostacoli organizzativi, finanziari e culturali che rallentano l’adozione di nuove soluzioni. A ciò si somma un disallineamento tra competenze disponibili e bisogni del mercato del lavoro, che rende più difficile integrare conoscenze scientifiche, capacità manageriali e applicazioni industriali.
Infine, permane una criticità finanziaria che incide soprattutto sulle fasi più rischiose dell’innovazione. Il report evidenzia che il capitale di rischio resta inferiore alla media europea e che le tecnologie più avanzate, in particolare quelle deep tech, soffrono la scarsità di strumenti in grado di accompagnarne la crescita lungo l’intero ciclo di sviluppo. Ne deriva una difficoltà a superare le fasi intermedie tra ricerca, sperimentazione e industrializzazione, con il rischio che risultati scientifici promettenti non riescano a trasformarsi in applicazioni di mercato o vengano valorizzati altrove.
IL RUOLO DEL TRASFERIMENTO TECNOLOGICO
Il trasferimento tecnologico rappresenta l’elemento chiave per comprendere le dinamiche dell’innovazione italiana. Non si tratta semplicemente di un insieme di strumenti, ma di un processo sistemico che collega la produzione di conoscenza alla sua applicazione economica e industriale. In questo senso, esso costituisce il vero punto di snodo tra il mondo della ricerca e il sistema produttivo. Nel modello delineato dal documento, il trasferimento tecnologico si sviluppa lungo una catena articolata che parte dalla generazione delle idee e attraversa le fasi di sviluppo, protezione e infine commercializzazione. Questo percorso richiede il coordinamento di una pluralità di attori e competenze che vanno ben oltre la dimensione strettamente scientifica.
Negli ultimi anni, l’Italia ha compiuto passi avanti significativi nella costruzione di questa infrastruttura. L’ecosistema si è arricchito di nuovi soggetti e strumenti che coprono l’intero ciclo dell’innovazione. Tra questi emergono gli Uffici di trasferimento tecnologico, i centri di competenza, gli hub per l’innovazione digitale e le piattaforme nazionali di valorizzazione della conoscenza. Il rafforzamento di questi attori è stato sostenuto in modo rilevante dal PNRR, che ha promosso la creazione di ecosistemi territoriali, partenariati pubblico privati e infrastrutture dedicate alla sperimentazione e alla validazione tecnologica. Questo ha contribuito a migliorare la capacità del sistema di accompagnare le tecnologie dalle fasi iniziali della ricerca fino a livelli più avanzati di maturità.
Nonostante questi progressi, il trasferimento tecnologico continua a rappresentare uno dei principali punti di fragilità del sistema nazionale. La criticità più evidente riguarda la difficoltà di attraversare le fasi intermedie del processo innovativo, in cui le tecnologie devono essere validate, prototipate e preparate per il mercato. È proprio in questo segmento che si concentra la cosiddetta valle della morte, caratterizzata da elevato rischio e insufficiente disponibilità di risorse finanziarie. A questo si aggiunge una dimensione organizzativa ancora incompleta. Molti degli attori coinvolti, in particolare nel mondo della ricerca, dispongono di competenze scientifiche elevate ma incontrano difficoltà sul piano del business development, della gestione della proprietà intellettuale e della negoziazione con le imprese. Questo limita la capacità di tradurre le innovazioni in opportunità concrete di mercato.
Un ulteriore elemento critico è rappresentato dalla frammentazione dell’ecosistema. La presenza di numerosi soggetti con funzioni spesso sovrapposte rende complesso il coordinamento delle attività e genera inefficienze nell’utilizzo delle risorse. Per le imprese, soprattutto per le PMI, questo si traduce in una difficoltà di accesso agli strumenti disponibili e in una minore capacità di assorbire innovazione. Particolarmente rilevante è anche il disallineamento tra domanda e offerta tecnologica. Il modello tradizionale, basato su una logica di offerta della ricerca, non è più sufficiente a garantire un’efficace diffusione dell’innovazione. Diventa quindi sempre più necessario affiancare un approccio orientato ai bisogni delle imprese, in grado di intercettare la domanda reale e di accompagnare i processi di adozione tecnologica.
Il trasferimento tecnologico assume poi una valenza strategica ancora maggiore nei settori deep tech e nelle tecnologie digitali avanzate. In questi ambiti, caratterizzati da elevata complessità e lunghi tempi di sviluppo, il ruolo degli intermediari e degli strumenti di supporto diventa fondamentale per ridurre il rischio e favorire la scalabilità industriale. Tuttavia, proprio in questi segmenti si evidenziano le maggiori carenze del sistema italiano, in termini di capitale, competenze e integrazione con le filiere produttive.
CONCLUSIONI
Nel complesso, il quadro restituisce l’immagine di un Paese che dispone di una base scientifica solida e di un ecosistema dell’innovazione cresciuto in modo significativo negli ultimi anni, ma che continua a incontrare difficoltà nel trasformare conoscenza in sviluppo industriale diffuso. Il nodo non è dunque la capacità di produrre ricerca, quanto piuttosto la possibilità di valorizzarla in modo più efficace, soprattutto nei segmenti più esposti alla competizione tecnologica internazionale.
È proprio in questa distanza tra qualità della ricerca e capacità di assorbimento del sistema produttivo che si concentra la principale sfida italiana. Le debolezze delle PMI, la frammentazione degli strumenti, la scarsità di capitale nelle fasi più rischiose dell’innovazione e il ritardo nei settori digitali avanzati continuano a rallentare il passaggio dalla sperimentazione al mercato.
Per questo motivo, le priorità di policy dovrebbero concentrarsi su pochi obiettivi chiari. Da un lato, serve rafforzare il coordinamento tra i diversi attori dell’ecosistema, riducendo sovrapposizioni e dispersioni. Dall’altro, è necessario sostenere con maggiore continuità gli investimenti privati in innovazione, soprattutto nelle PMI e nelle tecnologie strategiche come intelligenza artificiale, semiconduttori e deep tech. In questa prospettiva, il trasferimento tecnologico può diventare il vero snodo di una politica industriale più moderna, capace di connettere ricerca, impresa e competitività.




