I-Com: “Per un’Europa più competitiva servono regole più semplici, struttura industriale più solida e un bilancio a lungo termine capace di sostenere le priorità strategiche di tutti i paesi”.
- Presentato al Parlamento europeo a Bruxelles lo studio realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com) che offre una panoramica accurata dello stato attuale dell’innovazione e delle transizioni digitale ed energetica in EU.
- L’UE svolge un ruolo marginale nel panorama globale dell’innovazione energetica nella quale la Cina continua a primeggiare. Nel 2023 il 58% del numero totale di brevetti legati all’energia è stato rilasciato da entità cinesi. Tra marzo 2023 e marzo 2026 i prezzi all’ingrosso nell’UE sono rimasti costantemente più alti rispetto a quelli degli Stati Uniti e Cina – dove i prezzi dell’elettricità industriale sono 2–3 volte inferiori.
- Nel 2025 l’UE ha visto in calo sia le importazioni che le esportazioni di auto– rispettivamente del 3,2% e del 6,2% su base annua – fermandosi a 71,9 miliardi di euro e 147,9 miliardi di euro. Ciò ha portato il surplus commerciale a 76 miliardi di euro, il dato più basso dal 2021.
- La copertura a banda larga fissa sta avanzando in tutti gli Stati membri, tuttavia in undici Paesi raggiunge meno dell’80% delle famiglie – Germania (77%), Italia (71%) e, infine, Repubblica Ceca (54%) e Grecia (46%). La copertura 5G della UE, nonostante un livello complessivo pari al 94,3%, paragonabile a quello degli Stati Uniti (97%), della Cina (95%) e dell’India (95%), raggiunge una copertura del 79,6% nelle aree rurali contro l’82% negli USA, l’85% in Cina (stimato) e un 92% in India.
- Nel settore farmaceutico i dazi USA valgono circa 18,6 miliardi di dollari all’anno, di cui 1,7 miliardi per le importazioni dall’Italia. Dal “Most Favored Nation” (MFN) impatti negativi sui prezzi dei farmaci e accesso a nuove terapie: in Italia il numero di nuovi lanci è sceso del 66,7%, sollevando urgenti preoccupazioni sull’accesso dei pazienti a terapie innovative.
Bruxelles, 2 luglio 2026. Un quadro normativo più semplice e coerente, una base industriale più solida, un percorso credibile verso la decarbonizzazione, infrastrutture più resilienti e un bilancio a lungo termine capace di allineare le economie e sostenere le priorità strategiche in tutti i paesi. Perché, in un contesto nel quale la UE potrà contare nel periodo 2028-2032 di un budget complessivo di 2 trilioni di euro, promuovere la competitività europea richiede una strategia coerente che colleghi semplificazione, investimenti, decarbonizzazione e resilienza. La futura forza economica dell’Europa dipenderà dalla sua capacità di competere a livello globale preservando la coesione sociale, l’equilibrio territoriale, l’autonomia strategica e la sostenibilità a lungo termine.
Sono queste alcune delle considerazioni contenute nel report dell’Istituto per la Competitività (I-Com) dal titolo “Dal dialogo all’esecuzione: promuovere la competitività dell’Europa”. Lo studio, realizzato dal think-tank guidato dall’economista Stefano da Empoli, raccoglie documenti di background, analisi, prospettive e raccomandazioni di policy emerse nell’ambito del progetto Cantiere Europa+.
La sfida dell’innovazione energetica
Centrale per lo sviluppo di una capacità produttiva adeguata e competitiva di tecnologie pulite è un tessuto industriale capace di innovare. Lo studio rileva che l’UE svolge ora un ruolo marginale nel panorama globale dell’innovazione energetica nella quale la Cina continua a primeggiare. Nel 2023 il 58% del numero totale di brevetti legati all’energia è stato rilasciato a entità cinesi. In quasi tutti i campi tecnologici, il dominio è schiacciante: nei settori della geotermia, dell’energia marina, fotovoltaica, eolica, nucleare, trasmissione e/o distribuzione di elettricità, reti intelligenti e stoccaggio di energia, oltre il 50% dei brevetti rilasciati è di proprietà cinese. L’Unione europea spesso è indietro rispetto agli Stati Uniti, alla Corea del Sud e persino al Giappone. Il blocco UE mostra una relativa specializzazione nell’energia idroelettrica, nel solare, nel termico, nell’eolico e nella cattura e stoccaggio del carbonio CO2, settori in cui gli Stati membri UE detengono almeno il 10% del totale dei brevetti rilasciati nel 2023.
Un aspetto fondamentale per la competitività riguarda anche i prezzi all’ingrosso dell’elettricità, che rivelano un divario strutturale che la transizione energetica deve colmare. Dal rapporto I-Com emerge come tra marzo 2023 e marzo 2026 i prezzi all’ingrosso nell’UE siano rimasti costantemente più alti rispetto a quelli degli Stati Uniti e Cina – dove i prezzi dell’elettricità industriale sono 2–3 volte inferiori – rendendo il divario una questione esistenziale per la concorrenza.
Lo studio prende in esame l’automotive, uno dei settori maggiormente coinvolti nella trasformazione strutturale nell’ottica della decarbonizzazione, e pilastro importante dell’industria manifatturiera dell’Unione Europea: impiega direttamente e indirettamente 13,6 milioni di persone, pari al 6,9% di tutti i posti di lavoro UE. I veicoli a motore contribuiscono con 414,7 miliardi di euro di entrate fiscali ai governi dei principali mercati europei. Nel 2025 l’UE ha visto in calo sia le importazioni che le esportazioni di auto– rispettivamente del 3,2% e del 6,2% su base annua – fermandosi a 71,9 miliardi di euro e 147,9 miliardi di euro. Ciò ha portato il surplus commerciale a 76 miliardi di euro, il dato più basso dal 2021. Le dinamiche delle importazioni UE sono state fortemente influenzate dai veicoli cinesi, che hanno registrato un sorprendente aumento del 30,7%. In totale, un milione di mezzi prodotti in Cina è entrato nel mercato UE. Nel 2025 le auto elettriche a batteria hanno rappresentato il 17,4% del mercato dell’UE, con un aumento del 13,6% annuo. Tuttavia, c’è da sottolineare che le auto ibride elettriche sono rimaste la scelta preferita dai consumatori europei (34,5% del mercato). La quota combinata di auto a benzina e diesel è scesa al 35,5%, rispetto al 45,2% del 2024. Inoltre, le nuove autovetture che entrano nel parco circolante si aggiungono al totale dei veicoli già presenti sulle strade, senza sostituire effettivamente i veicoli con motore a combustione interna.
Per le istituzioni europee, la sfida non è solo accelerare la transizione verde per raggiungere gli obiettivi climatici, ma sfruttarla come motore di resilienza energetica, innovazione e leadership economica. Ciò richiede un passaggio da un approccio esclusivamente regolamentare a una strategia industriale completamente integrata, capace di scalare gli investimenti, sostenere l’innovazione e implementare infrastrutture in tutta l’Unione. La crescente concorrenza dei produttori cinesi, la dipendenza dalle catene di approvvigionamento asiatiche delle batterie, la fragile domanda di veicoli elettrici a batteria e le tensioni commerciali con gli Stati Uniti stanno rimodellando il panorama automobilistico globale in un momento in cui l’UE sta imponendo alcuni degli obiettivi climatici più ambiziosi al mondo. In questo contesto, il compito per i decisori politici europei non è più se decarbonizzare i trasporti, ma come farlo senza minare la base industriale, la sovranità tecnologica e la coesione sociale dell’Europa.
Gli obiettivi di connettività
Secondo gli ultimi dati disponibili relativi al 2024, la copertura a banda larga fissa è accessibile a tutti gli Stati membri, tuttavia undici Paesi coprono ancora meno dell’80% delle famiglie – Germania (77%), Italia (71%) e, infine, Repubblica Ceca (54%) e Grecia (46%). Un ragionamento simile vale per la copertura 5G: nonostante un livello complessivo nel 2024 pari al 94,3%, paragonabile a quello degli Stati Uniti (97%), della Cina (95%) e dell’India (95%), l’UE raggiunge una copertura del 79,6% nelle aree rurali contro l’82% negli USA, l’85% in Cina (stimato) e un 92% in India. Inoltre, l’UE è chiaramente indietro rispetto ai concorrenti per quanto riguarda l’implementazione del 5G di alta qualità, con una copertura del 50%, significativamente inferiore a quella della Cina (95%), dell’India (95%) e degli Stati Uniti (90%). Inoltre, la copertura 5G Standalone (SA) dell’UE è intorno al 40%, rispetto al 45% in Asia Pacifico e al 91% in Nord America.
Tra la fine del 2025 e l’inizio di quest’anno la Commissione Europea ha presentato due principali iniziative che segnano una nuova fase nello sviluppo del quadro politico digitale dell’UE: il pacchetto Digital Omnibus e il Digital Networks Act. Sebbene diverse per ambito e focus legale, entrambe le proposte rispondono alla stessa sfida di fondo: la necessità di rendere l’ambiente digitale europeo più semplice, più coerente e più capace di sostenere innovazione, investimenti e resilienza in tutto il Mercato Unico. Le due iniziative coprono le due fondamenta essenziali dell’economia digitale: il quadro giuridico che regola dati, sistemi di IA, servizi digitali e obblighi di cybersecurity, e l’infrastruttura attraverso cui questi servizi sono erogati, scalati e protetti. Un quadro normativo coerente e prevedibile può incoraggiare le aziende a investire in strumenti digitali, servizi basati sui dati e applicazioni di IA.
Gli impatti sulla competitività farmaceutica e sul MFN
Sul fronte farmaceutico, dopo un 2025 segnato non solo da un ulteriore inasprimento dei dazi imposti dagli Stati Uniti, il rapporto evidenzia come i prossimi anni richiederanno sforzi per aprire nuove rotte commerciali per il settore europeo delle scienze della vita e, di conseguenza, anche per l’Italia. Ciò risponde a due esigenze chiave: la necessità di accelerare il rafforzamento dell’autonomia strategica in tutte le fasi della ricerca, produzione e distribuzione, inclusa la diversificazione delle fonti di materie prime e ingredienti farmaceutici attivi (API), la riduzione delle dipendenze critiche dai paesi non UE, la continuità dell’approvvigionamento e la preparazione autonoma a potenziali future crisi sanitarie; il bisogno di definire nuove rotte commerciali in risposta alle restrizioni che han no colpito i partner commerciali storici, rafforzando ulteriormente l’orientamento all’export dell’industria europea e italiana.
L’Italia è il sesto più grande esportatore farmaceutico al mondo, con una quota di mercato globale del 6,3% (in aumento del 16% in dieci anni) pari a 53,8 miliardi di euro nel 2024, in crescita del 9,5% rispetto al 2023. Le analisi preliminari per il 2025 indicano un ulteriore aumento netto del 28,5% rispetto a 2024, portando il valore delle esportazioni a 69,2 miliardi di euro. Questo salto colloca il settore secondo tra le industrie manifatturiere italiane per valore di esportazione, dopo l’ingegneria meccanica.
Dato il forte legame commerciale tra UE e Stati Uniti, l’introduzione di dazi da parte dell’amministrazione Trump non va sottovalutata, poiché si prevede che avrà effetti significativi sull’industria europea e italiana. Nel settore farmaceutico un tributo del 15% vale circa 18,6 miliardi di dollari all’anno, di cui 1,7 miliardi dalle importazioni dall’Italia. L’impatto reale, tuttavia, potrebbe essere ancora maggiore: Farmindustria stima un effetto negativo di circa 2,5 miliardi di euro, che considerando solo le dinamiche dei tassi di cambio, potrebbe arrivare a 4 miliardi. Accanto ai dazi, Italia ed Europa affrontano anche gli effetti della decisione statunitense di implementare la tariffazione “Most Favored Nation” (MFN) per alcuni farmaci, con l’obiettivo di ridurre la spesa farmaceutica federale. Questo sistema collega essenzialmente il prezzo riconosciuto negli Stati Uniti al prezzo più basso applicato in un paniere di paesi avanzati, principalmente europei. Per l’Italia, l’effetto è duplice. In termini pratici, ciò potrebbe tradursi in una pressione al rialzo sui prezzi o in un accesso più lento a nuove terapie. Un effetto che si è già fatto sentire: nei primi dieci mesi di implementazione della MFN, il numero di lanci di farmaci nei mercati UE è diminuito di circa il 35% rispetto ai dieci mesi precedenti. All’interno di questa contrazione complessiva, l’Italia sembra essere il paese più gravemente colpito: il numero di nuovi lanci di mercato è sceso da 99 a 33, con un calo del 66,7%, sollevando urgenti preoccupazioni sull’accesso dei pazienti a terapie innovative. Tendenze simili, sebbene meno marcate, stanno influenzando anche altri paesi inclusi nel paniere di riferimento statunitense. Sono stati registrati cali del 57% in Svezia, del 53% in Belgio, del 52% in Germania, mentre l’impatto è molto più basso in Spagna (-19%), e soprattutto in Francia ( 4%).
Un ulteriore sviluppo geopolitico e commerciale riguarda l’Accordo 14 UE-Mercosur, che è ancora in attesa di approvazione definitiva. L’intesa avrebbe implicazioni significative per l’industria farmaceutica, poiché prevede l’eliminazione graduale dei dazi sui prodotti industriali, inclusi medicinali, API e prodotti chimici intermedi, nonché la riduzione delle barriere non tariffarie attualmente interessate sui mercati di Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay. Concentrandosi sull’Italia, il paese esporta già 1,2 miliardi di euro all’anno in America Centrale e Meridionale, di cui più della metà va ai quattro paesi coperti dall’accordo, raggiungendo potenzialmente 1,6-1,7 miliardi di euro all’anno una volta che l’accordo sarà pienamente operativo. In un contesto geopolitico segnato da tensioni commerciali, frammentazione delle catene di approvvigionamento e crescente competizione tra blocchi economici, rafforzare la resilienza del settore non è più opzionale. L’Europa deve agire in modo più efficace contro la carenza di farmaci, le dipendenze esterne per materie prime e ingredienti farmaceutici attivi, e lo sviluppo di un ecosistema che supporti l’innovazione, gli investimenti e l’accesso tempestivo a nuove terapie.
Il rapporto evidenzia che energia, trasporti e scienze della vita condividono la stessa sfida. Senza un approccio coordinato che colleghi politica climatica, politica industriale, implementazione delle infrastrutture, innovazione e diversificazione commerciale, l’Europa rischia di diventare dipendente non solo da combustibili fossili importati, ma anche da tecnologie importate, materie prime e input strategici che definiranno il prossimo ciclo industriale globale.




