La pubblicazione del primo bollettino periodico AGENAS sulle liste d’attesa offre una prima fotografia strutturata degli effetti prodotti, nei primi sei mesi del 2026, dalle misure introdotte negli ultimi due anni per ridurre i tempi di accesso a visite specialistiche ed esami diagnostici. Il dato principale è positivo: rispetto al primo semestre 2025, il Servizio sanitario nazionale ha garantito oltre 1,6 milioni di prestazioni in più entro i tempi previsti. Allo stesso tempo, però, quasi 2,8 milioni di visite ed esami restano ancora fuori soglia, a conferma che il miglioramento c’è, ma non basta ancora a chiudere una delle fratture più percepite dai cittadini nel rapporto con la sanità pubblica.
IL NUOVO BOLLETTINO AGENAS
Il bollettino del 21 luglio nasce dopo la presentazione, a maggio, della nuova Piattaforma nazionale per il monitoraggio delle liste d’attesa, che permette di seguire mese per mese e Regione per Regione l’andamento dei tempi per 14 tipologie di prime visite e 22 accertamenti diagnostici. Il confronto scelto da AGENAS è tra primo semestre 2025 e primo semestre 2026, così da neutralizzare l’effetto della stagionalità, particolarmente rilevante nell’organizzazione delle agende sanitarie.
Nel complesso, le prenotazioni sono passate da 13,3 a 14,9 milioni, mentre le prestazioni effettuate nei fine settimana sono cresciute da 330 mila a 357 mila. Le prime visite erogate nei tempi di garanzia sono salite dal 76,4% al 78,5%, con 757 mila prestazioni in più, e gli esami diagnostici dall’82,8% all’84,6%, con 867 mila accertamenti aggiuntivi. La somma porta a 1 milione e 624 mila visite ed esami in più garantiti entro le soglie previste.
DOVE SI MIGLIORA E DOVE NO
Il miglioramento più rilevante riguarda le prestazioni più urgenti, cioè quelle in cui il tempo di attesa incide maggiormente sulla sicurezza clinica del paziente. Le prime visite urgenti, da garantire entro tre giorni, passano dal 77,7% all’81%, mentre quelle in classe B, da erogare entro dieci giorni, crescono dal 77,3% all’80,2%. Anche per gli esami diagnostici si osserva un avanzamento: gli urgenti salgono dal 73,2% al 76,4% e quelli brevi dal 75,9% al 77,6%.

Guardando alle singole prestazioni, le visite oncologiche restano quelle con la performance migliore, arrivando al 95,2% di rispetto dei tempi, mentre migliorano gastroenterologia, pneumologia e fisiatria. La visita dermatologica registra il recupero più marcato tra le prime visite, dal 65,5% al 70,2%, pur restando tra le aree più problematiche. Sul fronte diagnostico, il salto più significativo riguarda la colonscopia, che passa dal 60,8% al 69,8%, insieme a progressi per gastroscopia, mammografia, ecografia della mammella e risonanza magnetica dell’addome.
Il dato critico è che, nonostante il miglioramento percentuale, il numero assoluto delle prestazioni oltre i tempi massimi cresce lievemente, da 2,782 a 2,811 milioni. Questo significa che il sistema produce di più e riesce a rispettare meglio le soglie, ma l’aumento dell’offerta non è ancora sufficiente a riassorbire il volume di domanda che continua ad accumularsi fuori dai tempi di garanzia.
REGIONI TOP E REGIONI FLOP
La vera questione politica resta la frattura territoriale, perché il diritto a una prestazione nei tempi corretti continua a dipendere troppo dalla Regione di residenza. Per le prime visite, i dati migliori sono quelli della Basilicata, con il 98,9% di prestazioni nei tempi, seguita da Marche, Lazio e Veneto sopra il 90%. In coda restano la Provincia autonoma di Trento, la Puglia, l’Umbria, la Sardegna e il Friuli-Venezia Giulia, tutte sotto o vicine alla soglia del 70%.
Per gli esami diagnostici, il quadro è leggermente migliore ma ancora disomogeneo: Veneto, Campania, Basilicata e Marche superano il 90%, mentre Umbria, Puglia, Abruzzo e Valle d’Aosta restano tra le realtà più in difficoltà. Nel confronto con il 2025, Liguria e Lombardia migliorano sensibilmente sulle prime visite, mentre la Provincia autonoma di Trento e la Sicilia arretrano; sugli esami diagnostici crescono soprattutto Umbria e Lombardia, mentre l’Abruzzo registra una frenata rilevante.

Questi divari non raccontano solo differenze di efficienza, ma anche modelli organizzativi, capacità di governo delle agende, disponibilità di personale, rapporto tra pubblico e privato accreditato e appropriatezza prescrittiva. Non a caso AGENAS segnala forti differenze nell’uso della classe P, programmabile entro 120 giorni, molto elevata in Basilicata, Campania, Molise e Calabria: una distribuzione non equilibrata delle priorità può migliorare artificialmente alcuni indicatori e, allo stesso tempo, rendere più difficile leggere il bisogno reale.
A DUE ANNI DALLA LEGGE, COSA È CAMBIATO
A due anni dal decreto-legge 73 del 2024, convertito nella legge 107, si iniziano a vedere alcuni risultati dopo le difficoltà degli ultimi anni, soprattutto sul piano della trasparenza e della capacità di misurazione. La norma ha previsto la Piattaforma nazionale delle liste d’attesa presso AGENAS, il rafforzamento dei CUP, l’integrazione degli erogatori pubblici e privati accreditati, l’Organismo di verifica e controllo, la possibilità di estendere visite ed esami a sabato, domenica e fasce orarie più ampie, oltre a misure per il personale, inclusa la tassazione agevolata delle prestazioni aggiuntive.
In questo quadro, il rilancio del ruolo di AGENAS appare uno degli elementi più rilevanti. La linea indicata dal direttore generale Angelo Tanese, anche nel recente confronto promosso da I-Com sulla digitalizzazione della sanità, va nella direzione giusta: dati, interoperabilità, governance, IA e dialogo con le Regioni non sono aspetti accessori, ma la condizione per trasformare le liste d’attesa da problema amministrativo a processo governabile.
ACCESSIBILITÀ E PREVENZIONE: IL VERO NODO DELLE LISTE D’ATTESA
Il punto decisivo, però, non è solo organizzativo ma di accessibilità sostanziale. Oggi una quota rilevante delle liste d’attesa nasce non tanto da una carenza assoluta di prestazioni, quanto da una domanda non sempre appropriata o non tempestivamente intercettata. In questo senso, il rafforzamento della sanità di prossimità e dei percorsi di presa in carico può incidere direttamente sulla capacità del sistema di orientare i cittadini verso il livello di cura più adeguato, evitando accessi ripetuti o non necessari al secondo livello.
Le Case di Comunità rappresentano il banco di prova di questo cambiamento. Ad oggi, dai monitoraggi disponibili, risulta che le strutture attive e parzialmente avviate sul territorio nazionale superano quota 1.200 (circa il 70% delle 1.715 programmate), ma quelle pienamente operative con tutti i servizi e il personale medico-infermieristico previsto dagli standard restano inferiori al 4% del totale. Dove sono effettivamente operative con équipe multiprofessionali integrate e una reale connessione con i medici di medicina generale, si osserva una maggiore continuità assistenziale e una riduzione della frammentazione dei percorsi. Questo si traduce, indirettamente, anche in una minore pressione sulle agende specialistiche e diagnostiche. Al contrario, dove le strutture restano ancora in una fase prevalentemente infrastrutturale, senza piena operatività clinica e organizzativa, il loro impatto sull’accessibilità resta limitato.
Accanto all’organizzazione dei servizi, il secondo grande pilastro è la prevenzione. Il tema è spesso evocato, ma raramente integrato in modo sistemico nel dibattito sulle liste d’attesa. Eppure, prevenzione primaria e secondaria significano riduzione del carico futuro di malattia, screening, diagnosi più precoci e minore complessità dei percorsi di cura. Le evidenze disponibili indicano che un rafforzamento strutturale della prevenzione può ridurre in modo significativo la domanda di prestazioni legate a complicanze evitabili o a diagnosi tardive, con effetti diretti sulla pressione delle liste d’attesa.
In altre parole, il nodo non si risolve solo “a valle”, aumentando l’offerta di visite ed esami, ma soprattutto “a monte”, riducendo il bisogno di prestazioni inappropriate o differibili. È qui che l’integrazione tra medicina generale, sanità territoriale e prevenzione diventa decisiva: un sistema più vicino al cittadino, più proattivo e più orientato alla gestione del rischio sanitario può alleggerire in modo strutturale la domanda ospedaliera. Senza questo cambio di paradigma, anche il pieno dispiegamento delle riforme in corso rischia di produrre miglioramenti solo parziali, senza incidere davvero sulla sostenibilità delle liste d’attesa.
GUARDANDO AVANTI: L’IA AL SERVIZIO DELLE LISTE
Tra gli strumenti più promettenti per efficientare l’organizzazione sanitaria e la gestione delle liste d’attesa c’è l’introduzione di sistemi di intelligenza artificiale in grado di supportare la programmazione delle agende, migliorare l’appropriatezza prescrittiva e ridurre gli sprechi di capacità produttiva. Come iniziato ad approfondire nel lavoro del Progetto I-Com “SA-IA. Salute e Sanità nell’era dell’Intelligenza Artificiale” , non si tratta di sostituire le decisioni cliniche, ma di affiancarle con strumenti predittivi e di ottimizzazione in grado di rendere più fluido l’intero percorso di accesso alle cure.
Le esperienze regionali citate da AGENAS mostrano già una direzione concreta. La Toscana ha usato strumenti di intelligenza artificiale per analizzare circa 350 mila prescrizioni dermatologiche, individuando un eccesso di richieste per l’osservazione di nei non sospetti; dopo la revisione dei criteri, le ricette sono diminuite del 5% e la quota di visite dermatologiche nei tempi è salita dal 60,5% al 63,1%. Il Piemonte ha invece introdotto algoritmi per ottimizzare le agende e riutilizzare automaticamente slot liberi, portando le prenotazioni in classe B da circa il 50% a oltre il 95% in tre anni. In questa direzione si muove anche il NHS inglese, che ha avviato sistemi di intelligenza artificiale e piattaforme predittive per la gestione delle liste d’attesa e l’ottimizzazione delle agende chirurgiche, nell’ambito del programma di elective recovery, con l’obiettivo di ridurre i tempi e migliorare il riempimento delle sedute operatorie.
La policy da costruire dovrebbe partire da qui: una piattaforma nazionale realmente interoperabile, criteri prescrittivi omogenei, cruscotti pubblici e confrontabili, sistemi predittivi per anticipare i colli di bottiglia, recall automatici per ridurre i no-show, riuso degli slot liberi, presa in carico attiva dei cronici e meccanismi premiali per le Regioni che migliorano davvero accessibilità ed equità.
CONCLUSIONI
Il primo bollettino AGENAS consegna un messaggio doppio. Da un lato, il SSN sta recuperando capacità e produce più prestazioni nei tempi; dall’altro, milioni di cittadini continuano ad attendere oltre le soglie previste e la geografia dell’accesso resta troppo diseguale. Per questo la stagione che si apre non può limitarsi ad aumentare l’offerta, ma deve governare meglio la domanda, rendere trasparenti le agende, rafforzare l’appropriatezza, integrare pubblico e privato accreditato e usare dati e IA come strumenti ordinari di programmazione. Le liste d’attesa non si abbattono con un singolo provvedimento, ma con una nuova infrastruttura di governo del SSN.




