Il rapido progresso delle tecnologie digitali sta ridisegnando economie e società. Cambiano i modelli di business, il funzionamento dei mercati del lavoro, l’erogazione dei servizi e la struttura stessa di interi settori produttivi. Automazione, cloud, analisi dei dati e intelligenza artificiale possono aumentare la produttività, accelerare l’innovazione e aprire nuove opportunità di crescita. La digitalizzazione può inoltre contribuire ad affrontare alcune grandi sfide globali, dall’accesso a istruzione e sanità fino alla costruzione di sistemi energetici più efficienti ed accessibili. Tuttavia, la transizione verso un’economia digitale è disomogenea. Molte economie emergenti e in via di sviluppo continuano a scontare infrastrutture di comunicazione insufficienti, carenza di competenze digitali e incertezza normativa: tutti fattori che ostacolano l’adozione digitale. Attrarre e mobilitare investimenti di qualità è fondamentale per superare queste sfide e sbloccare tutto il potenziale della digitalizzazione.
GLI INVESTIMENTI ESTERI COME MOTORE DELLA DIGITALIZZAZIONE
L’“Investment Policy Framework for Digital Transformation” pubblicato lo scorso 3 settembre dall’OCSE parte proprio da questo presupposto: per beneficiare della digitalizzazione non basta adottare nuove tecnologie. Occorre mobilitare investimenti di qualità e creare le condizioni affinché producano effetti duraturi sul sistema economico.
Gli investimenti diretti esteri (IDE), in particolare, possono offrire molto più del capitale finanziario. Portano competenze tecnologiche, reti di conoscenza globali e pratiche aziendali che supportano lo sviluppo di infrastrutture, servizi e capacità di comunicazione. Le multinazionali possono contribuire direttamente allo sviluppo dell’infrastruttura digitale investendo in reti a banda larga, cloud computing e data center, ma possono anche accelerare l’adozione di nuove tecnologie nei settori tradizionali, dalla manifattura alla finanza fino alla logistica.
Il peso di questi investimenti è già cresciuto rapidamente. Nello specifico, gli investimenti esteri greenfield nei beni e nei servizi che costituiscono la “spina dorsale” degli ecosistemi digitali sono passati dal 15% del totale mondiale nel periodo 2016-2020 al 26% tra il 2021 e il 2025. Una dinamica che mostra quanto la competizione internazionale per attrarre capitali sia ormai strettamente legata alla trasformazione digitale.
ATTRARRE INVESTIMENTI NON BASTA A GENERARE SVILUPPO
Ma l’OCSE mette in guardia sui rischi. Attrarre un grande investimento non significa automaticamente generare sviluppo diffuso. C’è poi una questione di concentrazione. Tra il 2021 e il 2025, le prime 20 multinazionali della manifattura ICT hanno rappresentato da sole l’81% degli investimenti greenfield esteri nel settore. Una presenza così forte dei grandi operatori può accelerare innovazione e investimenti, ma anche ridurre la concorrenza, limitare la scelta dei consumatori e restringere gli spazi di crescita per le piccole e medie imprese.
LA SFIDA DEL MERCATO DEL LAVORO
Inoltre, c’è il tema del mercato del lavoro. Tra le imprese OCSE che dichiarano un cambiamento nei propri fabbisogni professionali, il 62% delle aziende straniere cerca competenze digitali, contro il 55% di quelle nazionali. Il rischio è quindi che gli investimenti più innovativi incontrino una carenza di lavoratori qualificati o che parte della forza lavoro non riesca ad accedere alle nuove opportunità.
LE PRIORITÀ DI POLICY SECONDO L’OCSE
La questione centrale diventa allora non soltanto quanti investimenti un Paese riesce ad attrarre, ma quali investimenti e con quali ricadute. Per l’OCSE, le politiche pubbliche dovrebbero puntare a massimizzare gli spillover: trasferimento tecnologico, innovazione, formazione delle competenze, crescita della produttività e integrazione delle imprese locali nelle nuove filiere.
Il framework individua quattro grandi aree di intervento. La prima è la governance: politiche digitali, industriali, per gli investimenti e per le competenze devono essere coordinate, evitando strategie frammentate tra amministrazioni diverse.
La seconda riguarda la regolazione. Servono regole trasparenti e prevedibili, capaci di conciliare apertura dei mercati, tutela dei dati, sicurezza nazionale e concorrenza. Particolare attenzione va ai flussi internazionali di dati, essenziali per molte attività digitali ma sempre più al centro di tensioni regolatorie.
Il terzo pilastro riguarda gli incentivi e il sostegno pubblico. Sussidi, agevolazioni fiscali e partenariati pubblico-privati possono favorire investimenti strategici, ma dovrebbero essere utilizzati in modo selettivo, temporaneo e misurabile. Il rischio, altrimenti, è alimentare una costosa competizione tra Paesi senza ottenere benefici proporzionati.
Infine, l’OCSE sottolinea il ruolo della facilitazione degli investimenti. Le agenzie pubbliche non dovrebbero limitarsi ad attrarre multinazionali, ma favorire il collegamento tra investitori esteri, PMI, startup, università e centri di ricerca. È proprio questa rete di relazioni a determinare quanto valore di un investimento rimarrà nel territorio.
LA COMPETITIVITÀ EUROPEA PASSA DALL’ECOSISTEMA
Dal quadro delineato dall’OCSE emerge, dunque, un messaggio particolarmente rilevante per l’Italia e per l’Europa. Nella competizione globale su intelligenza artificiale, cloud, semiconduttori e infrastrutture digitali, la capacità di attrarre investimenti non può dipendere soltanto dagli incentivi offerti. La vera leva competitiva risiede nella qualità dell’intero ecosistema: disponibilità di competenze, infrastrutture digitali ed energetiche adeguate, capacità di ricerca e innovazione, certezza normativa, mercati concorrenziali e possibilità per le PMI di integrarsi nelle nuove catene del valore.
CONCLUSIONI
La sfida non è semplicemente aumentare il numero di data center, fabbriche di chip o grandi multinazionali presenti sul territorio. Il valore della trasformazione digitale si misura soprattutto nella capacità di tradurre questi investimenti in benefici più ampi e duraturi: maggiore innovazione e produttività, nuove competenze, filiere più solide e opportunità di crescita per l’intero sistema economico. È su questa capacità di generare ricadute diffuse che si giocherà una parte decisiva della competitività futura di interi sistemi economici.




