Il profondo rosso dell’economia italiana: curiamo le cause prima degli effetti

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Stefano DA EMPOLI

Il prossimo venerdì convergeranno a Roma i Ministri dell’Economia e del Lavoro di Francia, Germania e Spagna per discutere con i loro colleghi italiani di disoccupazione giovanile e delle relative misure di contrasto. Di fronte a un fenomeno che comprensibilmente suscita sempre maggiore preoccupazione in buona parte dell’Europa, dove in media più di una persona su quattro nella fascia di età compresa tra 15 e 24 anni è in cerca di lavoro (con punte di oltre il 50% in Spagna e nel Sud Italia). Se però sovrapponiamo questi dati con quelli pubblicati lunedì dall’Istat su PIL e produzione industriale, occorre stare bene attenti a distinguere cause ed effetti e a dare il giusto peso alle une e agli altri.

Certamente è corretto preoccuparsi degli effetti della crisi (di cui la disoccupazione giovanile è forse il caso più lampante e drammatico) ma occorre prioritariamente intervenire con cure appropriate sulle sue determinanti. In particolare, come hanno documentato bene nelle ultime due settimane sia la Relazione annuale della Banca d’Italia sia lo studio del Centro Studi Confindustria sul settore manifatturiero, dopo una sostanziale stagnazione di 15 anni, l’economia italiana, con in testa la sua industria, vive una ritirata drammatica da cinque anni a questa parte (-8,7% di PIL, -25% di produzione industriale). E il peggio potrebbe ancora arrivare, perché l’apnea finanziaria di molte imprese ne limita la possibilità di investire e quindi di innovare.

Dunque, nel momento storico nel quale ci troviamo non basta la buona volontà di un Governo competente a risollevare le sorti di una nazione. Serve anche una buona capacità di lettura delle cause e delle dinamiche della crisi italiana e il coraggio di parlare e soprattutto di implementare il linguaggio della verità.

In questo senso, lo dice un estimatore del Presidente del Consiglio e di molti dei suoi Ministri, i primi passi del Governo Letta appaiono piuttosto deludenti. Finora, il discorso economico si è principalmente focalizzato su tre priorità (la quarta, il pagamento dei debiti della PA, era un’eredità del Governo Monti): rimodulazione dell’IMU, congelamento dell’IVA e assunzione dei giovani. Nessuna di queste tre misure impatta neanche indirettamente sui fattori a monte delle difficoltà nelle quali versa il nostro sistema economico e in particolare l’industria, che da molti decenni ne è il motore principale. In una situazione come quella italiana, dove la produttività dei fattori produttivi (a cominciare dal lavoro) rappresenta non da ieri il principale tallone di Achille della nostra vulnerabilità economica, appare poco centrato e senz’altro intempestivo il desiderio pur lodevole di spingere le imprese ad assumere di più, almeno in questa fase.

Per questo, piuttosto che immaginare sgravi sulle imprese che assumono o a destinare risorse all’IVA o all’IMU, bisognerebbe convogliare ogni risorsa disponibile sulla riduzione del carico fiscale delle imprese (ed eventualmente dei lavoratori e quindi delle famiglie). Anche per sostenere la capacità del settore privato, pressato da oneri finanziari e fiscali sempre maggiori, di continuare a fare investimenti, unica chiave per avere successo nella competizione internazionale (e infatti il segnale più preoccupante dei dati dell’altroieri è che, su base tendenziale, gli investimenti fissi lordi siano diminuiti del 3,3% sul primo trimestre del 2012, ben più di quanto si siano ridotti i consumi). Non è forse un caso che, per la prima volta dalla fine del 2010, l’export stia contribuendo negativamente al PIL italiano (con una diminuzione dello 0,7% nel primo trimestre 2013 sull’anno precedente).

Naturalmente è troppo presto per stabilire una correlazione tra i dati sugli investimenti e quelli sull’export ma è chiaro che ora è il tempo di intervenire se vogliamo che questo Paese continui ad avere un futuro industriale e un orizzonte economico in grado di realizzare le speranze delle generazioni più giovani, per le quali misure come un bonus per le assunzioni rischiano di suonare come un palliativo amaro e intempestivo. Come una ciliegina su una torta che è stata già mangiata.

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