La competitività di Roma passa per l’innovazione. Letture di fine estate per il Sindaco


Stefano DA EMPOLI

I primi mesi di mandato del sindaco di Roma, Ignazio Marino, sono trascorsi soprattutto a fronteggiare emergenze pre-esistenti (vedi lavori della linea C della metropolitana e nuova discarica), a parte la promessa (parziale) pedonalizzazione dei Fori. Nel frattempo, sindaco e assessori hanno potuto prendere confidenza con le strutture amministrative e l’ordinaria e straordinaria gestione della città. In attesa che emerga una visione più chiara su cosa potrà essere Roma alla fine del primo o secondo mandato del sindaco e di come e in quale direzione l’attuale giunta potrà contribuire a trasformarla, ci permettiamo di consigliare al Sindaco di leggere con la necessaria attenzione un rapporto e un libro di recente pubblicazione.

Il primo, il Regional Competitiveness Index 2013 (RCI 2013), prodotto dalla Commissione europea, è stato diffuso alla fine della scorsa settimana e aggiorna la prima edizione del 2010. In Italia, ha destato interesse (e polemiche) soprattutto perché ha relegato la Lombardia, la nostra Regione leader, a un anonimo 128o posto. Ma in realtà merita una lettura ben più approfondita, nonostante alcuni limiti metodologici, di cui ho dato conto in un commento su Formiche.net (qui). Lettura che si rivela molto interessante anche per il sindaco di una grande città come Roma, che rappresenta magna pars dell’economia del Lazio.

Il Lazio si posiziona al terzo posto tra le Regioni italiane (dopo Lombardia ed Emilia Romagna), in base a 73 indicatori che si dividono in 11 aree tematiche (efficienza delle istituzioni, stabilità macroeconomica, infrastrutture, salute, istruzione primaria e secondaria, istruzione avanzata e formazione, efficienza del mercato del lavoro, dimensione dei mercati, competenza tecnologica di famiglie e imprese, grado di sofisticazione del sistema economico, grado di innovazione). Una performance discreta a livello nazionale, che tuttavia colloca il Lazio al posto 143 nella classifica europea. Cioè nella seconda metà del gruppo di 262 Regioni dei 28 Stati membri. Tra l’altro in calo (anche se meno netto di Lombardia ed Emilia Romagna che la precedono) rispetto al RCI 2010. Questo deterioramento è catturabile anche nei dati del PIL pro capite, che mostrano come il Lazio sia passato, rispetto a una media europea di 100, da 131 nel 2000 a 117 nel 2010 (ultimo anno rilevato da Eurostat). Sempre meglio di altre Regioni italiane (tanto che il Lazio è passato nel decennio dall’8o al 6o posto, scavalcando Friuli Venezia Giulia e Veneto) ma certamente non soddisfacente. Anche perché nel medesimo periodo Regioni come quelle di Bratislava e Praga si sono messe in corsia di sorpasso e da lì non si sono mosse (la prima ha spiccato un salto da 109 a 176, la seconda da 139 a 172). Arrivando a insidiare la migliore aristocrazia europea, che comunque si difende discretamente, come l’Île-de-France, la Regione di Parigi (inchiodata a 180).

Non va però trascurata la luce (ancora un po’ fioca) di speranza che viene dal discreto risultato conseguito dal Lazio negli indicatori legati all’innovazione, dove si piazza al 118o posto, primo in Italia (la Lombardia segue al 134o).

Proprio sul ruolo determinante dell’innovazione come fattore di grande divergenza economica tra luoghi geografici si concentra l’altro consiglio alla lettura, “La nuova geografia del lavoro” (Mondadori, 2013) di Enrico Moretti, docente italiano di economia all’Università di Berkeley. Che, sulla base di studi scientifici compiuti dall’autore e da altri economisti, dimostra come paradossalmente, al tempo della globalizzazione e delle massime possibilità offerte dalla comunicazione virtuale, la scelta di localizzazione fisica per imprese e lavoratori sia divenuta ancora più importante di prima. Con benefici per tutti, anche e per certi versi soprattutto per i soggetti meno qualificati, grazie a un effetto moltiplicatore locale stimato di 5 (cioè 5 unità di lavoro in altri settori creati da 1 unità di lavoro nei settori ad alta tecnologia). Riprendendo un esempio del libro, nella Silicon Valley, senza Apple o Google ci sarebbero molti meno insegnanti di yoga e quelli non creati indirettamente dal successo delle due società e delle tante altre aziende high-tech sarebbero pagati molto meno). Secondo Moretti, sono tre condizioni a creare le condizioni per un circolo virtuoso di crescita delle città, grazie alla capacità di attrarre imprese e persone qualificate: la densità del mercato del lavoro, un’ecosistema favorevole e le possibilità di diffusione del sapere. E’ evidente che avere le dimensioni giuste favorisce in partenza, in base a questi criteri. Ma non basta, soprattutto per ottemperare alle ultime due condizioni (non spiegherebbe peraltro perché San Francisco ha avuto successo e Detroit no). Occorre investire nell’innovazione, creando le condizioni adatte.

Naturalmente, il sindaco di una città ha risorse e poteri limitati a sua disposizione. Può tuttavia, con un po’ di immaginazione, fare alcune cose molto importanti.

Tanto per citare un paio di esempi tra i tanti che si possono tradurre inrealtà con risorse limitate, si sta parlando in queste settimane del trasferimento di alcune caserme dallo Stato al Comune di Roma. Perché non immaginare di dedicare una o più caserme a formule di co-working che ospiti a costi ridotti innovatori e creativi? Si tratta di un concetto nato in California (e che trova nel Chronicle Building di San Francisco il suo principale esempio) e che si sta diffondendo negli Stati Uniti ma che in Europa e soprattutto in Italia è piuttosto nuovo. L’assunto di base, che peraltro permea anche il modello a noi ben più noto di distretto industriale, è che il confronto e lo stimolo inter-relazionale è un ingrediente fondamentale dell’innovazione e del successo. Quindi, più è grande il network fisico innovativo a parità di qualità maggiori sono i benefici per l’intera comunità. Un’altra possibile prospettiva, sempre nello stesso filone, è quella di cercare di far lavorare in maniera più sinergica le università pubbliche (e magari non solo, pensiamo agli enti di ricerca e alle università private) presenti a Roma, attraverso la creazione di centri di ricerca o incubatori di start-up comuni. Che potrebbero essere degli aggregatori decisamente più interessanti e di successo rispetto alle tante (o poche) iniziative che prosciugano l’innovazione romana e italiana in rivoli quasi insignificanti. Anche qui il ruolo di un sindaco è limitato ma leadership politica e soluzioni immobiliari possono colmare il gap tra wishful thinking e successo. Dopodiché tutto quello che riguarda il miglioramento della qualità della vita, a cominciare da una mobilità più sostenibile e intelligente, può aiutare ad attrarre talenti giuridici e fisici (oltre che a migliorare le condizioni di vita per milioni di cittadini). Ma non illudiamoci che solo attraverso la vivibilità oppure valorizzando meglio la bellezza di Roma si riesca a scalare le classifiche della competitività. Solo la parola “innovazione” potrà aprire a Roma nei prossimi anni e decenni la porta del successo degno di una Città Eterna, dunque necessariamente rivolta al futuro.

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