Lo stallo del progetto Cec-Pac. Un problema da eliminare o un’opportunità da cogliere?

Il Piano E-gov 2012, nell’individuare le priorità di intervento sul fronte dell’innovazione digitale della PA, ha profondamente puntato sulla diffusione della Cec-Pac, la Comunicazione Elettronica Certificata tra P.A. e Cittadino che avrebbe dovuto consentire la creazione di un dialogo telematico tra pubblica amministrazione e cittadino mediante la creazione di uno strumento specificamente dedicato a tale relazione.

Nell’ambito di quel processo di digitalizzazione dei processi della P.A. tanto agognato ma ancora non riuscito, la Cec-Pac, creando un nuovo ed esclusivo canale di comunicazione tra cittadini ed amministrazione, avrebbe dovuto consentire la riduzione del numero di raccomandate A/R inviate ed assicurare agli enti pubblici maggiore efficienza. Avrebbe dovuto consentire ai cittadini di inviare e ricevere messaggi con valore legale in sicurezza, in modo rapido, semplice ed economico, supportando al contempo la P.A. nel processo di dematerializzazione dei flussi di comunicazione e semplificazione delle attività rendendo inoltre maggiormente fruibili i servizi di e-government in un’ottica di contrasto del digital divide.

A quattro anni dal lancio del servizio i risultati raggiunti mostrano tuttavia come tale iniziativa non abbia sortito gli effetti auspicati; sono poco più di 1 milione e settecentomila le caselle attivate, mentre oltrepassano di poco le cinquecentomila unità le richieste inoltrate non giunte poi all’attivazione definitiva. Ciò a fronte di un dato generale che registra, in generale, quasi otto milioni di caselle Pec attive in Italia con un traffico complessivo mensile che supera i centoventitre milioni di messaggi.

Senza dubbio la divergenza tra il numero di caselle Pec ordinarie ed il numero di Cec-Pac dipende, in parte, dagli obblighi di legge vigenti. A ciò si aggiungono, però, altre e specifiche ragioni che hanno determinato lo stallo del progetto Cec-Pac. Certamente ha inciso negativamente la soppressione del Dipartimento per l’Innovazione che nel 2009 aveva stipulato il contratto con Poste Italiane e Telecom ed il mancato avvio della seconda fase del predetto contratto da parte delle società contraenti. A ciò deve sicuramente aggiungersi, da un lato, la circostanza che al momento del lancio della Cec-Pac molti degli enti locali avevano già avviato forme di comunicazione digitale mediante i propri portali istituzionali, dall’altro, le ritrosie da parte di alcune amministrazioni ad implementare forme di comunicazione digitale. Né può essere sottovalutato, nell’ambito di un’analisi che cerchi di comprendere le ragioni del mancato decollo del progetto, la ridotta alfabetizzazione informatica dei cittadini italiani per i quali la Cec-Pec ha spesso rappresentato uno strumento difficile da utilizzare e dai benefici non troppo chiari.

Considerata la situazione è stata da alcuni proposta la soppressione del servizio. L’effetto che si produrrebbe sulle regole che oggi disciplinano l’amministrazione digitale sarebbe però assolutamente dirompente e certamente non auspicabile; all’implementazione della Cec-Pac, infatti, sono strettamente collegate le previsioni concernenti l’identità digitale, la normativa afferente l’elezione di domicilio per le comunicazioni con la P.A. e, in generale, gli obblighi della P.A. in materia di comunicazione elettronica. In caso di soppressione del servizio verrebbero meno tutte le opportunità per le amministrazioni in termini di semplificazione delle comunicazioni e riduzione dei costi e, nell’immaginario collettivo, si rafforzerebbe l’idea – già peraltro piuttosto radicata – di vivere in un Paese incapace di sostenere la transizione all’amministrazione digitale e, in generale, di essere all’altezza delle iniziative intraprese negli altri Paesi UE.

È dunque auspicabile la conservazione del progetto e, al fine di sostenere quel processo di cambiamento della P.A. che, seppur lentamente, sembra essere in atto, è indispensabile l’adozione di una serie di iniziative tese a rivitalizzarlo. È necessario diffondere nelle amministrazioni la conoscenza dello strumento e delle enormi potenzialità che ad esso si accompagnano in termini di riduzione dei costi, domiciliazione ed identificazione dei cittadini, così come è indispensabile che i cittadini siano resi edotti delle possibilità di semplificazione e velocizzazione nei rapporti con la P.A. che tale strumento, una volta a regime, potrebbe consentire.

In un momento in cui si registra la crescita della domanda di servizi digitali da parte dei cittadini e in cui è prioritaria l’adozione di strategie tese ad assicurare una semplificazione dei processi ed una riduzione dei costi, la cancellazione del servizio potrebbe dunque ulteriormente indebolire il già fragile sistema di e-gov italiano e rappresentare un’altra occasione fallita per il nostro Paese.

 

Vicepresidente dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Tor Vergata nel 2006 ha partecipato, nel 2009, al master di II Livello in “Antitrust e Regolazione dei Mercati” presso la facoltà di Economia della medesima università conseguendo il relativo titolo nel 2010, anno in cui ha conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione forense.

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