Lo streaming rappresenta la più importante – se non l’unica nell’attuale contesto – opportunità di generare utili importanti nel settore della musica. Secondo la Recording Industry Association of America (Riaa), nel 2013 negli USA piattaforme come Spotify e Pandora hanno prodotto utili per 1,4 miliardi di dollari (considerando abbonamenti, pubblicità e ricavi da licenze) con un incremento del 39% rispetto al 2012. La stessa tendenza è stata rilevata a livello mondiale dalla International Federation of the Phonographic Industry (Ifpi) secondo cui a fronte di una contrazione del 2,1% dei download, i ricavi da musica in streaming hanno registrato un incremento del 51%.
Le straordinarie potenzialità di sviluppo della musica in streaming non sono chiaramente sfuggite a YouTube, colosso del web che sui video online e sulla condivisione degli stessi ha concentrato il proprio business. È imminente, infatti, il lancio da parte di YouTube del nuovo servizio di musica a pagamento molto probabilmente denominato “YouTube Music Pass” che consentirà agli utenti, dietro pagamento di un abbonamento mensile, di ascoltare musica e guardare video senza interruzioni pubblicitarie su qualsiasi dispositivo anche senza connessione internet. Tale servizio consentirà, dunque, agli appassionati, di beneficiare delle opportunità connesse alla mobilità assicurata da smartphone e tablet e di scaricare ed ascoltare musica senza le interruzioni pubblicitarie oggi presenti nella fruizione del sito.
In vista del lancio di questo nuovo servizio sono state avviate le procedure per la stipula di accordi di licenza con le etichette rappresentative del mondo musicale. Nonostante siano già stati raggiunti accordi con circa il 95% di esse, non sono mancate etichette indipendenti ed artisti che hanno contestato e rifiutato i nuovi termini. È altamente probabile, dunque, che i video relativi a tali etichette ed artisti, non essendo presenti nel sistema a pagamento, vengano bloccati anche nella piattaforma gratuita. Tale oscuramento, è chiaro, rischia di cagionare un importante pregiudizio economico agli artisti ed etichette esclusi dall’accordo che resterebbero fuori dal principale canale di diffusione. E non si tratta necessariamente di artisti di nicchia – la cui arte meriterebbe comunque la dovuta attenzione e valorizzazione – ma anche di cantanti di primaria importanza nel panorama musicale mondiale. C’è chi ha rilevato come tale situazione esponga YouTube al rischio di veder migrare parte degli utenti verso servizi come Spotify o Deezer, suoi concorrenti diretti. Considerata però la potenza di questo colosso e la circostanza che la stragrande maggioranza delle etichette ha già raggiunto un accordo con esso, si tratta forse di una possibilità che non desta così tanta preoccupazione.
Le etichette indipendenti sembrano, dunque, pronte a battagliare sia in Europa che negli Stati Uniti asserendo l’esistenza di un abuso di posizione dominante. Sul punto, tuttavia, è necessario tenere in considerazione che per configurarsi un abuso di posizione dominante non è sufficiente che l’impresa abbia la capacità di imporre specifiche condizioni nell’ambito di un determinato rapporto contrattuale – in tal caso potrebbe, in astratto, configurarsi un abuso di dipendenza economica qualora si realizzi un eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi – ma, al contrario, è necessario che l’impresa sfrutti la proprio posizione dominante a danno dei consumatori ovvero impedisca ai concorrenti di operare sul mercato determinando, di conseguenza, un pregiudizio ai consumatori. Non resta ora che stare a guardare le iniziative che verranno prese dalle etichette indipendenti ed attendere la pronuncia delle competenti autorità.




