Per tornare a crescere non è più il tempo delle ragioni del cuore

Articolo blog
Stefano DA EMPOLI

Alcuni commentatori hanno notato come, dopo la breve pausa estiva, Matteo Renzi abbia iniziato un bombardamento di annunci sulle future mosse del Governo, affidandosi agli strumenti più disparati, da quello che predilige maggiormente, Twitter, all’armamentario old politics delle lettere ai compagni di partito. D’altronde ci si sarebbe stupiti del contrario, vista la situazione economica del Paese e l’inizio ormai imminente della lunga e difficile cavalcata dei 1000 giorni. E d’altronde in fatto di dichiarazioni il Premier non si è certo risparmiato granché nei precedenti 5 mesi.

Piuttosto, la differenza tra prima e dopo l’estate più fredda degli ultimi anni (non solo in senso termico) è che agli annunci debba necessariamente seguire qualcosa di molto concreto, in una situazione peraltro resa ancor più difficile dai vincoli di finanza pubblica. A questo proposito, chissà se il premier stia rimpiangendo il famoso bonus di ottanta euro, che ha probabilmente contribuito non poco al trionfo delle Europee ma ha occupato come un ospite esageratamente ingombrante i pochi spazi lasciati liberi dalla spending review in fieri.

Ora che si sta discutendo di riforme che in un modo o nell’altro richiedono un qualche investimento iniziale per funzionare davvero (si pensi agli incentivi al merito nella scuola o più in generale nella PA, alla digitalizzazione della giustizia, alle risorse per importanti infrastrutture) rischiamo di doverle depotenziare perché la cassa è stata svuotata prima che fosse riempita. Senza parlare del fatto che anziché scegliere un meccanismo indiretto (ma elettoralmente molto più fruttuoso) per far ripartire la macchina produttiva del Paese (via consumi), si sarebbe potuto decidere di destinare gran parte se non tutte le risorse a disposizione alle imprese. Che loro malgrado si trovano in cima alle classifiche internazionali per tax rate complessivo (che “brucia” il 65,8% dei profitti contro il 49,4% della Germania e il 34,0% del Regno Unito, fonte Banca Mondiale) in cambio di servizi mediocri su quasi tutto il territorio nazionale per non dire largamente insufficienti in alcune aree del Paese (nel Mezzogiorno ma non solo).

Se il Governo non affronterà in maniera decisiva i termini di questo scambio, tra tasse pagate allo Stato e servizi erogati alle imprese, la competitività dell’Italia non potrà mai risalire a un punto sufficiente da rimettere in carreggiata la nostra economia e dunque realizzare le aspettative di un largo numero di italiani. Lavorare quindi sulla pubblica amministrazione, sulla giustizia, sulle infrastrutture, sulla scuola (ma anche sull’università e sulla ricerca, ambiti a mio modo di vedere per ora colpevolmente trascurati dal Governo) è fondamentale nella misura in cui migliori uno dei due termini dello scambio, in questo caso i servizi che le unità produttive ricevono in cambio delle tasse. In questo senso, con tutto il rispetto per situazioni di disagio certamente presenti, sembrerebbe più prioritario aggiungere ponti tra scuola e mondo del lavoro e individuare criteri e risorse per premiare il merito piuttosto che regolarizzare i precari della scuola. Oppure accelerare lo smaltimento dell’arretrato e l’implementazione del processo telematico partendo dai tribunali d’impresa e intervenire radicalmente anche sulla giustizia amministrativa (tema per le aziende almeno altrettanto importante della giustizia civile e certamente più della giustizia penale data la pervasività della regolazione in tutti gli ambiti d’impresa, come testimonia un recente studio Amcham sulla base di una survey delle aziende americane operanti in Italia).

Se però il criterio di selezione degli interventi di policy da effettuare rientra nella logica di rivolgersi alla platea più ampia di potenziali elettori piuttosto che alla stima dei potenziali benefici economici di breve ma soprattutto di medio e lungo periodo è evidente come l’insuccesso sia dietro l’angolo (e alla lunga finisca per minare anche il futuro politico di Renzi). Non è più il tempo di miracoli né di policy legate alle ragioni del cuore ma di azioni razionali mirate a massimizzare il potenziale di crescita dell’economia date le risorse a disposizione.

Senza dimenticarsi che, per quanto bene si potrà fare nel migliorare i servizi resi dal pubblico, occorre agire, e il più possibile in fretta, anche sull’altro termine dello scambio, le imposte pagate dalle imprese. Infatti non si può immaginare che due interventi importanti ma pari complessivamente a circa 5 miliardi di euro (riduzione del 10% dell’IRAP e alleggerimento degli oneri di sistema sulle bollette elettriche) siano sufficienti a risolvere il problema delle oneri fiscali o parafiscali sostenuti dalle imprese, decisamente maggiori che altrove.

Nessuno immagina che l’Italia debba o possa fare come l’Irlanda, dove il total tax rate per le imprese non va oltre il 25,7%, ma almeno avvicinarsi e in prospettiva porsi l’obiettivo di fare meglio della Germania sì. Tenuto anche conto che Paesi che non stanno molto meglio di noi nella classifica stilata dalla Banca Mondiale, Francia (64,7%) e Spagna (58,6%), hanno già annunciato interventi significativi di sgravio fiscale per le imprese nei prossimi anni. Va bene redistribuire la ricchezza, e dunque immaginare interventi a favore delle classi più disagiate, ma prima occorre produrla (e mantenerla o possibilmente aumentarla nel tempo). E a farlo, giorno dopo giorno, sono le imprese, insieme ai loro collaboratori. Con il cuore ma soprattutto con la testa.

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