Assistenza sanitaria universalistica sì o no? Non scopriamolo “solo” vivendo

Le tappe istituzionali per l’approvazione definitiva della Legge di Stabilità impongono di procedere a passi sempre più serrati, entro fine anno. Per la Sanità le contraddizioni che si sono palesate nel confronto fra gli obiettivi di programmazione individuati nel Patto per la Salute siglato a luglio e il testo della Legge di Stabilità 2015 non si sono dileguate, anzi sembra sempre più evidente l’urgenza di sciogliere alcuni nodi in fretta. In alcuni passi di un intervista rilasciata qualche giorno fa a Quotidiano Sanità, il Presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino manifestava, tra l’altro, l’esigenza di chiarire alcuni aspetti che rendono scivoloso il terreno di convergenza tra lo Stato e le Regioni, soprattutto alla luce di alcune indicazioni – e scadenze – che proprio il Patto per la Salute aveva fissato per questi mesi.

Un esempio è la proposta congiunta per la riforma del sistema dei ticket, che doveva essere pronta per il 30 novembre. Su questo argomento Chiamparino ha ammesso che il dibattito è in corso, ma mancano ancora proposte “più concrete” per centrare l’obiettivo di garantire la sostenibilità dell’assistenza sanitaria universalistica “cercando di non pesare sulle fasce più deboli”. Come già sottolineato in altre occasioni, pesa molto l’incongruenza tra il mantenimento della quota di FSN indicata dal Patto per la Salute per il 2015 e la Sanità come possibile bacino di recupero della riduzione di gettito prevista per le Regioni a statuto ordinario. Qualche settimana fa, nel pieno della polemica tra il premier Renzi e alcuni presidenti di Regione, tra cui lo stesso Chiamparino, era comunque anche emersa la volontà di ragionare sulla migliore revisione di spesa possibile, sia per le Regioni che per lo Stato.

Il sistema universalistico non sarà minacciato, lo dicono e lo ripetono tutti, ma bisogna sia fatto guardando alla sostenibilità e all’efficacia, altrimenti sarà impresa ardua. La voce della politica però non sempre coincide con la percezione dei cittadini, anzi ultimamente sembra che questi, anche in veste di utenti-pazienti del Ssn, siano in grado di guardare ben più in là di quanto gli si attribuisca. Per esempio, non sfugge che la congiuntura economica e le dinamiche socio-demografiche rischiano di aumentare la povertà sanitaria e impedire sempre più nel tempo l’accesso a prestazioni sanitarie essenziali. Non è un caso che, differentemente da qualche anno fa, sempre più lavoratori italiani (il 48% circa), abbiano preso informazioni sulle misure integrative di copertura sanitaria previste nei propri contratti di lavoro e non solo, che la polizza sanitaria è il benefit più diffuso (64%) e forse, il più gradito.

Questo è quanto rivela un sondaggio dell’Osservatorio Sanità di UniSalute (Unipol), che mostra cifre significative sull’approccio degli italiani alla sanità integrativa, soprattutto rispetto a quelle del 2011. Ancora più significativi sono i desiderata degli intervistati, che dichiarano di guardare con un certo interesse a una copertura per le spese di non autosufficienza e assistenza domiciliare, non solo da lavoratori (44%) ma soprattutto da futuri pensionati (49%). I risultati di questo sondaggio, incrociati con altrettanto recenti indagini che continuano a mettere in luce gli effetti dei tagli passati sull’assistenza sia in ospedale che sul territorio, mostrano che nessuno più dei cittadini stessi ha il polso della situazione in cui versa anche la Sanità del nostro Paese. Forse sarà difficile poter mantenere uno status quo che le evidenze smentiscono e un’altra delle prossime scommesse sarà saper ascoltare il Paese reale.

Public Affairs e Comunicazione dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata in Scienze Politiche all’Università La Sapienza di Roma, ha lavorato come redattrice per l’agenzia Axia curando approfondimenti e articoli per i mensili Technet ed Atlante su temi di sviluppo sostenibile, responsabilità sociale d’impresa, finanza etica, terzo settore e nuove tecnologie.

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