Pasticcio canoni frequenze: una modesta proposta per sbrogliare la matassa

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Bruno ZAMBARDINO

La bocciatura dell’emendamento del governo al Milleproroghe in discussione alla Camera fa nuovamente tirare un sospiro di sollievo a Rai e Mediaset in merito alla disputa relativa ai canoni per l’utilizzo delle frequenze. Questione che ha assunto risvolti politici legati alla contestuale rottura del patto del Nazareno.

Dal canto suo, il Governo rilancia annunciando un provvedimento organico e ribadendo che la riforma del sistema di pagamento dei canoni delle frequenze garantirà un gettito per le casse dello Stato pari a quello raccolto con il precedente sistema (circa 50 milioni di euro).

Il nuovo criterio sancito da una delibera dell’Agcom il 30 settembre scorso (in applicazione ad un legge del 2012 del governo Monti) prevede che a pagare siano gli operatori che gestiscono la rete e non più i gruppi industriali di cui fanno parte attraverso un canone pari all’1% del fatturato.

Uno dei tanti effetti del passaggio definitivo dall’analogico al digitale che in questo caso sta sollevando non poche proteste tra gli operatori minori come ad esempio Persidera (Espresso/Telecom) che a regime si troverà a pagare lo stesso canone di Rai e Mediaset e che sarà costretta inevitabilmente ad aumentare i relativi canoni di affitto a chi non dispone di una propria rete (come Discovery), per non parlare del sofferente mondo delle tv locali. Per quest’ultimo il nuovo meccanismo di pagamento significherebbe un colpo mortale.

I calcoli sono semplici: Rai e Mediaset non pagherebbero più rispettivamente 26,3 e 17,7 milioni di euro come nel 2013 (su questi importi è stato già versato un acconto del 40% per complessivi 18 milioni di euro) ma 3,3 in capo a RaiWay nel frattempo parzialmente privatizzata) e 3,3 in capo a Ei Towers. Nel primo anno. A regime si salirà fino a 13 milioni circa per entrambi.

Pare che l’emendamento – che dovrebbe essere comunque riproposto – sia saltato per la non ammissibilità del passaggio di competenze dall’Authority al Ministero dello Sviluppo economico. Ministero che con un decreto a fine anno aveva di fatto “bloccato” la delibera Agcom che prevedeva e chiede agli operatori televisivi un acconto (versato) del 40% su quanto dovuto prima della delibera.

Fin qui la cronaca. Ma se davvero le intenzioni del Governo sono quelle di mettere mano ad una profonda riforma dell’assetto normativo che regola il sistema radio-televisivo (Rai ovviamente inclusa) a dieci anni dalla Legge Gasparri, una prima soluzione per uscire da questa situazione potrebbe essere la creazione di un fondo ad hoc alimentato con le risorse già affluite nelle casse dello Stato derivanti dal versamento dell’acconto. Un mini-tesoretto di circa 20 milioni di euro che –in caso di passaggio al nuovo sistema – potrebbe essere sì restituito agli operatori ma al tempo stesso vincolato ad alcune finalità specifiche. Una su tutte, l’investimento in produzioni audiovisive originali che in questi anni è in deciso calo, complice la prolungata crisi della raccolta pubblicitaria (dal 2008 al 2013 sono sfumati circa 1,3 miliardi di euro). Troppo spesso infatti, presi dall’euforia del digitale e della banda larga, ci si dimentica che accanto agli ingenti investimenti in reti e infrastrutture occorre garantire anche un adeguato un flusso di contenuti di qualità per rafforzare la domanda e allargare il mercato rendendolo più competitivo. Una dimostrazione di quanto il tema della gestione delle frequenze non sia prioritario in questo momento per il mercato e di come concretamente si può stimolare il mercato dei consumi audiovisivi ? Tra meno di due mesi sarà lanciata l’offerta di tv via internet in fibra ottica che vede per la prima volta sancita una alleanza strategica ed industriale tra il principale operatore di tlc italiano (Telecom) e il primo operatore televisivo nazionale almeno come fatturato (Sky).

Si tratterebbe di un bel segnale di discontinuità e di attenzione al mondo della creatività, facendo leva su un bene pubblico per eccellenza.

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