La scarsa efficacia delle direttive sull’efficienza

La piena implementazione della Direttiva sull’efficienza energetica (2012/27/CE – EED) è fondamentale per raggiungere l’obiettivo di risparmio energetico del 20% entro il 2020 e spianare la strada per successivi ulteriori risparmi. L’importanza di tale proposito è stata recentemente ribadita sia dal Consiglio europeo che dalla Commissione. Quest’ultima, infatti, in una Comunicazione[1] dello scorso anno ha affermato che la realizzazione del quadro legislativo europeo sul tema è piuttosto in ritardo, ma nonostante ciò se tutti gli Stati si impegnassero nell’attuazione di quanto concordato, il target potrebbe essere raggiunto senza la necessità di misure aggiuntive.

All’interno dell’ultimo Rapporto della Coalition for energy savings – organizzazione che riunisce numerose associazioni e gruppi a livello comunitario – vengono analizzati i piani degli Stati membri in relazione all’attuazione di uno specifico articolo delle direttiva che impone di rinnovare annualmente il 3% della superficie degli edifici pubblici a partire dal 2014 (art. 5 – Ruolo esemplare degli edifici degli enti pubblici).

La Pubblica Amministrazione può rappresentare il driver per stimolare il mercato verso prodotti, servizi ed edifici più efficienti, agevolando l’individuazione e la promozione di best practice da replicare a tutti i livelli.

Visto il basso tasso di riqualificazione energetica degli edifici nell’Unione (secondo il Fraunhofer Institute nel 2009 era pari all’1%), in un’ottica di accelerazione verso il 2020, l’articolo 5 della Direttiva pone come obiettivo prioritario il potenziamento, almeno nel settore pubblico, dei lavori di ristrutturazione degli edifici. Tali iniziative del Governo centrale dovrebbero dare l’esempio per i Governi regionali e locali, come anche nel settore residenziale e commerciale. In altre parole, l’efficientamento degli edifici della Pubblica Amministrazione rappresenterebbe un laboratorio di apprendimento per (ri)lanciare il mercato.

Inoltre, è necessario considerare che l’attuazione di questo articolo rappresenta una vera prova di impegno degli Stati nei confronti dell’efficienza energetica. Essendo i Governi stessi pienamente responsabili per gli edifici di loro proprietà (o che semplicemente occupano), la non completa attuazione di tale obbligo potrebbe esser interpretata come l’assenza della volontà politica di far progredire rapidamente l’efficienza energetica.

Gli autori ritengono che le azioni programmate e intraprese finora a livello nazionale dalla maggior parte degli Stati siano insufficienti e che siano necessarie ulteriori iniziative da parte della Commissione. Ai sensi dell’articolo 5, tutti i Paesi hanno reso disponibile un inventario degli edifici pubblici che necessitano di interventi e/o descritto il loro approccio all’interno dei Piani d’Azione Nazionali per l’Efficienza Energetica (NEEAP). Dei 28 Stati 11 hanno optato per l’approccio di default, mentre 17 – tra cui Francia, Germania, Italia e Regno Unito – hanno scelto l’approccio alternativo[2]. Dal documento emergono profonde lacune nella trasmissione delle informazioni, degli obiettivi che si è scelto di perseguire e delle modalità per farlo. La Commissione sembra esser sulla stessa lunghezza d’onda degli autori, infatti, tra il 2014 e il 2015 ha avviato diverse procedure di messa in mora per incorretta o incompleta trasposizione della direttiva in questione negli ordinamenti nazionali.


[1] Comunicazione sull’efficienza energetica e il suo contributo a favore della sicurezza energetica e del quadro 2030 in materia di clima ed energia (COM (2014) 520).

[2] Altre misure efficaci, comprese le ristrutturazioni profonde e le misure tese a modificare il comportamento degli occupanti per raggiungere al 2020 almeno un risparmio energetico almeno equivalente a quello che si otterrebbe in caso di ristrutturazione del 3% degli edifici governativi su base annua.

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