Informazione corretta e nuovi farmaci: le armi contro l’antibiotico resistenza

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Cinzia ARU

aifa_campagna_antibiotici_2014Il corso di formazione professionale per giornalisti, dal titolo “Batteri e antibiotici: scenari di un conflitto permanente” promosso dal master “La Scienza nella pratica giornalistica”, ha rappresentato un’importante occasione per riportare in luce il problema dell’antibiotico resistenza. Durante l’incontro, promosso dall’Università Sapienza di Roma il 10 maggio 2016, sono stati posti in risalto sia il problema dell’utilizzo inappropriato degli antibiotici, sia la necessità di introdurre sul mercato nuovi medicinali che siano in grado di eliminare i ceppi resistenti[1].

La situazione italiana: I dati OSMED indicano una tendenza positiva, mostrando una diminuzione dei consumi per questa categoria di farmaci, ma le disparità regionali rimangono notevoli. La spesa è infatti passata dai 14,5 euro pro-capite del 2010 ai 10,8 euro del 2015 mentre il consumo di antibiotici somministrati a carico del SSN è passato da 24,6 dosi ogni 1000 abitanti (2010) alle 23 dosi ogni 1000 abitanti (2015). Le differenze tra nord e sud del Paese si fanno però sentire, passando dalle 14,4 dosi giornaliere ogni mille abitanti della Provincia Autonoma di Bolzano alle 32,7 DDD/1000 ab die della Campania[2].

A livello europeo l’Italia rappresenta il Paese con le percentuali di resistenza agli antibiotici più elevate che, in certi casi, arrivano fino al 50% e la metà dei farmaci usati contro i batteri, compresi alcuni degli antibiotici più diffusi, risultano ormai inefficaci[3].

Comportamenti a rischio: Secondo quanto riportato da AIFA il 9% degli italiani utilizzerebbe gli antibiotici senza ricorrere ad una prescrizione medica, evidenziando inoltre che nell’87% dei casi verrebbero utilizzate le rimanenze delle confezioni di antibiotico. Lo studio ARNA, dal quale provengono questi dati, finanziato dall’UE e condotto da un team di ricerca olandese, mostra dunque come una delle principali cause dell’antibiotico resistenza sia dovuta ai cosiddetti left-overs, ovvero a “quelle dosi che superano il numero di quelle prescritte dal medico curante e che rimangono nella disponibilità dei pazienti” (AIFA).

Ricordiamo inoltre che, come riportato su Il Sole 24 Ore Sanità, dal 7% al 10% dei pazienti contrae ogni anno un’infezione batterica multiresistente nel nostro Paese e che le infezioni correlate all’assistenza (ICA) colpiscono circa 284.000 pazienti, dando origine a 4.500-7.000 decessi.

Soluzioni: Pazienti e personale sanitario, come abbiamo potuto osservare, svolgono un ruolo importante sia nella limitazione dei ceppi resistenti, sia nella loro diffusione. Un utilizzo degli antibiotici rispettoso delle regole dettate dal medico prescrittore da parte del paziente, il ricorso a stringenti disposizioni, come da protocollo, per ridurre le ICA da parte del personale sanitario in ospedali e residenze sanitarie, costituiscono importanti armi nella lotta contro queste infezioni. Una migliore informazione e formazione per pazienti e personale sanitario costituisce la base sulla quale sarà possibile diffondere un corretto comportamento che, unito agli investimenti in ricerca e all’utilizzo di nuovi farmaci rivolti contro i ceppi resistenti, consentirà di arrestare la diffusione dei “superbatteri”. Ricordiamo infatti che l’arrivo di nuovi farmaci, come un nuovo oxazolidinone (tedizolid, efficace contro lo stafilococco meticillino resistente) o la cefalosporina di nuova generazione (ceftolozane-tazobactam, attiva contro Ps.aeruginosa) contenente anche un inibitore delle beta lattamasi, aumenteranno le probabilità di guarigione dalle infezioni di cute e tessuti molli, infezioni complicate addominali, delle vie urinarie e dalle polmoniti nosocomiali: scoperte molto importanti vista la previsione di circa 10 milioni di decessi l’anno che saranno dovuti ad infezioni batteriche nel 2050.

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