Il ruolo delle piattaforme on line nel Digital Single Market: opportunità e sfide per l’Europa

Articolo blog
Bruno ZAMBARDINO

social mediaNel pacchetto di provvedimenti presentato dalla Commissione europea lo scorso 25 maggio, accanto alla proposta di nuova Direttiva Servizi Media Audiovisivi di cui abbiamo già dato conto, figura anche una Comunicazione che ci informa sulle prossime intenzioni di policy in materia di sviluppo di piattaforme on line, guardando sia alle opportunità di innovazione sia alle sfide normative poste da tali soggetti.

Ricordiamo infatti che tra gli impegni assunti nel quadro della strategia per il mercato unico digitale varata l’anno scorso, la Commissione si era impegnata a eseguire una valutazione globale del ruolo delle piattaforme (anche nell’ambito dell’economia collaborativa) e degli intermediari online. Tale analisi è poi sfociata in una serie di workshop e studi e soprattutto in un’ampia consultazione pubblica che ha registrato una grande partecipazione tra gli stakholders.

Nella premessa del documento si tenta una perimetrazione delle piattaforme online pur consapevoli delle diverse forme e dimensioni che possono assumere e del ritmo con cui si evolvono Attualmente, esse coprono una vasta gamma di attività, tra cui piattaforme pubblicitarie online, mercati, motori di ricerca, social media e punti vendita di contenuti creativi, piattaforme di distribuzione di applicazioni, servizi di comunicazione, sistemi di pagamento e piattaforme per l’economia collaborativa. Tra gli esempi citati (elenco non esaustivo) troviamo soggetti come AdSense di Google, DoubleClick, eBay e Amazon, Google e Bing Search, Facebook e YouTube, Google Play e App Store, Facebook Messenger, PayPal, Zalando e Uber. Apprezzabile lo sforzo di individuare alcune caratteristiche specifiche comuni:

– creano e formano nuovi mercati, fare concorrenza a quelli tradizionali e organizzare nuove forme di partecipazione o di esercizio di attività economiche basate sulla raccolta, sul trattamento e sulla modifica di grandi quantità di dati;

– operano all’interno di mercati multilaterali, ma con gradi di controllo variabili sulle interazioni dirette tra gruppi di utenti;

– beneficiano degli “effetti di rete“, in virtù dei quali, generalmente, il valore del servizio aumenta con l’aumentare degli utenti;

– spesso si basano sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per raggiungere i propri utenti in modo istantaneo e con facilità;

– svolgono un ruolo chiave nella creazione di valore digitale, in particolare intercettando tale valore in modo rilevante (anche attraverso l’accumulo di dati), agevolando nuove iniziative imprenditoriali e creando nuove dipendenze strategiche.

Se è vero che alcune piattaforme competitive a livello mondiale sono nate in Europa, per esempio Skyscanner e BlaBlaCar, nel complesso l’UE contribuisce solo al 4% della capitalizzazione totale del mercato delle maggiori piattaforme online, la stragrande maggioranza delle quali ha avuto origine negli Stati Uniti e in Asia. Per questa ragione occorre adottare politiche volte ad incoraggiare e sosterne lo sviluppo tra gli Stati Membri.

E’ noto come l’economia delle piattaforme offra alle nuove imprese europee grandi opportunità di innovazione e presenta, anche per operatori di mercato affermati, la possibilità di sviluppare nuovi modelli aziendali, prodotti e servizi. L’Europa vanta una comunità prospera di start-up con imprenditori dinamici a caccia di nuove opportunità nell’economia collaborativa e in settori come quello dell’energia, della sanità, delle banche, dei contenuti creativi e non solo. A titolo illustrativo, le applicazioni realizzate da sviluppatori europei contribuiscono per il 30% alle entrate complessive per quanto riguarda le principali piattaforme di distribuzione.

Creare le condizioni generali giuste e l’ambiente giusto è dunque fondamentale per trattenere in Europa le piattaforme online esistenti e incrementare e incentivare l’affermarsi di nuove piattaforme.

Come intende procedere la Commissione europea ?

In primo luogo, affinché l’Europa possa sfruttare appieno i vantaggi dell’economia delle piattaforme e stimolare la crescita delle start-up europee del settore, è evidente che il primo ostacolo da rimuovere nella direzione del mercato unico è rappresentato dai 28 diversi quadri normativi in materia di piattaforme online. La presenza di norme differenti a livello nazionale (o addirittura locale) in materia di piattaforme online crea incertezza per gli operatori economici, limita la disponibilità dei servizi digitali e ingenera confusione negli utenti e nelle aziende. La presenza di norme armonizzate a livello UE, quali il regolamento generale sulla protezione dei dati recentemente adottato e la direttiva sulla sicurezza delle reti e dell’informazione, risulta importante per agevolare la crescita e la rapida evoluzione di piattaforme innovative.

Occorre inoltre tener conto che esistono norme UE che disciplinano le piattaforme online in ambiti come la concorrenza, la tutela dei consumatori, la protezione dei dati personali e le libertà del mercato unico. La conformità a tali norme da parte di tutti, piattaforme comprese, è allora essenziale per garantire che tutti gli operatori possano competere in condizioni di concorrenza equa e leale. Ciò creerà un clima di fiducia che permetterà sia alle aziende che al pubblico in generale di interagire senza timori con le piattaforme online.

In terzo luogo, la necessità di favorire il ruolo innovativo delle piattaforme comporta che tutte le misure normative future proposte a livello di UE dovranno trattare soltanto problemi chiaramente circoscritti relativi a un tipo specifico di piattaforme online o a un’attività specifica che queste svolgono, conformemente ai principi della qualità della regolamentazione. Il punto di partenza per l’adozione di un approccio di questo tipo, basato sui problemi, dovrebbe essere una valutazione volta a stabilire se il quadro esistente sia ancora adeguato.

Infine, possono svolgere un ruolo importante le misure di auto-regolamentazione e co-regolamentazione basate su principi di riferimento, compresi gli strumenti del settore idonei a garantire l’applicazione dei requisiti legali nonché adeguati meccanismi di monitoraggio. Con l’aiuto di tali meccanismi, queste misure possono conseguire il giusto equilibrio tra le esigenze di prevedibilità, flessibilità ed efficienza e la necessità di sviluppare soluzioni “future proof”.

In questo scenario la Commissione fissa 4 principali ambiti di policy a loro volta articolati in varie misure di intervento:

1) pari condizioni concorrenziali per servizi digitali comparabili;

2) condotta responsabile da parte delle piattaforme online a tutela dei valori fondamentali;

3) trasparenza e correttezza per conservare la fiducia degli utenti e salvaguardare l’innovazione;

4) mercati aperti e non discriminatori nel quadro di un’economia fondata sui dati.

La sfida ora è come tradurre questi principi in programmi politici pertinenti che consentano agli Stati membri di adottare misure comuni dato la natura trasfrontaliera di questi soggetti. Prendiamo il secondo punto, cruciale per lo sviluppo dell’economia digitale, ovvero il regime di responsabilità delle piattaforme online connesso alla tutela dei minori e più in generale a quella dei consumatori. I dati riportati dalla Commissione sono molto eloquenti: un utente di Internet su tre è un bambino. Rispetto al 2010, il rischio che i minori di età compresa tra 11 e 16 anni siano esposti a messaggi di incitamento all’odio è aumentato del 20%. Inoltre, i bambini sono più esposti ai contenuti online riservati agli adulti, che spesso non hanno limitazioni di accesso (23 dei 25 principali siti web per adulti visitati da utenti britannici di Internet forniscono un accesso istantaneo, gratuito e illimitato a video pornografici hard core). Nel solo 2015, la Internet Watch Foundation del Regno Unito ha identificato 68 092 URL unici contenenti abusi sessuali su minori, ospitati su server sparsi in tutto il mondo. Circa tre quarti di tutti i partecipanti alla consultazione pubblica e la maggioranza dei consumatori, dei cittadini e delle aziende hanno richiesto una maggiore trasparenza per quanto riguarda le politiche in materia di contenuti adottate dalle piattaforme. Secondo il parere di più di due terzi dei partecipanti, per categorie di contenuti illegali diverse sono necessari approcci strategici diversi a livello di procedure di segnalazione e intervento. Nel luglio 2015 sono state caricate su YouTube oltre 400 ore di contenuti video al minuto.

Come sottolineato dalla studio legale Portolano Cavallo, la posizione della Commissione su questo tema appare ferma: “the Commission will maintain the existing intermediary liability regime while implementing a sectorial, problem-driven approach to regulation”. Si opta pertanto per il varo di iniziative specifiche basate sulle singole problematiche piuttosto che per una estensione dell’ambito di responsabilità degli intermediari fissato dalla direttiva 2000/31/CE. Un primo esempio giunge proprio dalla proposta di nuova Direttiva Servizi Media Audiovisivi che – ferme restando le previsioni della Direttiva e-commerce in materia di responsabilità degli internet service provider – prevede l’obbligo per gli Stati membri di introdurre misure finalizzate alla tutela dei minori e contro l’incitamento all’odio e alla violenza nel contesto delle piattaforme di condivisione video online, possibilmente tramite il metodo della co-regolamentazione. Sembra che questo approccio abbia già dato alcuni frutti. Il 31 maggio scorso infatti, la stessa Commissione europea ha presentato insieme a Facebook, Twitter, YouTube e Microsoft, un codice di condotta con un elenco di impegni per combattere la diffusione dell’hate speech, ovvero l’incitamento all’odio online in Europa.