Brexit: le implicazioni per il settore energetico

immagineLa Brexit esce dalle urne con un risultato favorevole che ha sollevato non poco stupore. C’è chi afferma che questa sia l’alba di un Regno Unito indipendente, ma intanto le Borse crollano. E c’è chi si è domandato cosa ne sarà del mercato energetico. Michael Grubb – Professore di politiche energetiche internazionali presso l’UCL Institute of Sustainable Resources – e Stephen Tindale – Direttore dell’Alvin Weinberg Foundation – hanno provato a prevedere le possibili implicazioni in termini di costi, sicurezza degli approvvigionamenti e tutela ambientale.

Nel breve periodo non ci si attende grosse conseguenze – grazie all’acquis communautaire che, durante la fase di negoziato, rimarrebbe in vigore – sebbene sia plausibile ipotizzare un rallentamento nello sviluppo delle energie rinnovabili, dovuto da un lato alle minori pressioni da parte dell’UE sul raggiungimento degli obiettivi al 2020, dall’altro al maggiore livello di incertezza regolatoria che tenderà ad aumentare il costo degli investimenti.

Nel lungo termine, tuttavia, le cose cambiano. Nello studio vengono esaminati tre possibili scenari: a) continuare a far parte dell’Area Economica Europea (EEA); b) aderire ad un’unione doganale; c) negoziare un accordo di libero scambio (FTA).

Nella prima ipotesi, il Regno Unito resterebbe comunque vincolato alle regole europee, in particolare alle cosiddette “four freedoms” (libertà di movimento di beni, persone, servizi e capitali) nonché agli standard previsti dall’UE per poter avere accesso al Mercato Unico, perdendo invece ogni ruolo e diritto di voto nella fase di introduzione di tali regole – che diventa, in questo scenario, la vera conseguenza per il Regno Unito.

L’ipotesi b) potrebbe costituire una via di mezzo in cui, in cambio dell’accettazione dell’acquis communautaire – in toto o in parte, non è ancora chiaro – i termini dello scambio energetico per il Regno Unito potrebbero rimanere invariate. Tuttavia, due effetti negativi si manifesterebbero certamente in questo caso. In primis, il Paese perderebbe il diritto a ricevere i fondi europei per le interconnessioni elettriche ed eventuali nuovi progetti di investimento in questo ambito[1] si troverebbero a competere con progetti finanziati dall’UE. Questo, unito ai maggiori costi di investimento, produrrà una riduzione nella capacità di interconnessione elettrica, con una conseguente riduzione in termini sia di benefici per la popolazione che di sicurezza degli approvvigionamenti. Secondo punto, e strettamente legato alla questione della sicurezza energetica, è l’inaccessibilità – che, al di fuori dell’Unione Energetica, il Regno Unito incontrerebbe – al cosiddetto meccanismo di solidarietà (attualmente in fase di negoziazione all’interno dell’UE), secondo cui, in casi di emergenza, i Paesi UE sono tenuti a correre in sostegno degli altri Stati Membri, prioritariamente rispetto ai Paesi non-UE. Questo secondo punto non mette necessariamente a rischio la sicurezza energetica del Regno Unito, ma la rende certamente più costosa in quanto, non potendo beneficiare di tale meccanismo di solidarietà, il Paese è chiamato ad investire più risorse in capacità di riserva.

Infine, lo scenario c) sarebbe quello più estremo ma anche quello con le più dure conseguenze: l’ipotesi di un accordo di libero scambio, infatti, ripristinerebbe la completa sovranità del Regno Unito sulle relazioni commerciali, il che non implica di per sé una cessazione dei rapporti commerciali tra Regno Unito e UE – che resterebbero comunque necessari e vantaggiosi per entrambe le parti –  ma la dipendenza energetica dai Paesi UE/EEA conferirebbe al Regno Unito uno scarso potere contrattuale nella negoziazione delle condizioni commerciali. In questa terza ipotesi, alle due (già importanti) conseguenze rilevate nell’ipotesi di un’unione doganale, si aggiungerebbe l’uscita dal Mercato Interno dell’Energia (IEM), con le implicazioni che ne deriverebbero in termini di maggiori oneri e standard più stringenti che l’UE potrebbe applicare ai Paesi esterni all’EEA.

Quest’analisi delle potenziali implicazioni di una Brexit per il settore energetico britannico mostra molto chiaramente come la questione fosse non tanto il “dentro o fuori l’UE” quanto piuttosto una (ragionata) scelta tra i benefici economici, ambientali ed internazionali di un’integrazione e l’opzione politicamente più accattivante di una separazione. Esiste – è evidente – un imprescindibile trade-off tra benefici economici e “gradimento politico”: la prima opzione, di un’adesione all’EEA, sarebbe sicuramente preferibile dal punto di vista sia economico che ambientale, ma meno dal punto di vista politico; viceversa per l’ipotesi di un accordo di libero scambio, che lascerebbe più “libertà” politiche ma potrebbe portarsi dietro una scia di conseguenze economiche ed ambientali da non sottovalutare. L’adesione ad un’unione doganale potrebbe rappresentare un valido bilanciamento dei due interessi, sebbene anch’essa, come descritto, non sia esente da conseguenze e rappresenti, in genere, un’opzione che si concede ad un Paese che intenda entrare a far parte dell’Unione – e non uscirne.

Oramai il dado è tratto, la Brexit è una realtà e non resta che stare a vedere come reagirà il mondo politico (ricordiamo che sarà necessaria la ratifica del Parlamento britannico per ufficializzare l’uscita) e come si svolgeranno i negoziati  che dovranno concludersi entro due anni – al momento, infatti, non pare possibile che l’UE conceda deroghe.

L’articolo è stato modificato in data 24/06/2016.


[1] Il segretario di Stato Amber Rudd ha recentemente annunciato l’intenzione di raddoppiare la capacità di importazione dell’energia elettrica, attraverso nuovi progetti di interconnessione elettrica, che avrebbero già ricevuto approvazione, con un risparmio per le famiglie britanniche stimato in circa 12 miliardi di sterline nell’arco dei prossimi due decenni.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata all’Università Commerciale L. Bocconi in Economia, con una tesi sperimentale sull’innovazione e le determinanti della sopravvivenza delle imprese nel settore delle telecomunicazioni.

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