Istat: se l’aumento dell’aspettativa di vita si accompagna al rischio denatalità

Articolo blog
Eleonora MAZZONI

Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Istituto nazionale di statistica, l’Italia è un paese sempre più anziano. Sono diversi gli indicatori demografici che preoccupano e che potrebbero continuare a mettere a rischio la sostenibilità del nostro sistema sanitario e, più in generale, di welfare. Al primo gennaio 2017 gli over 65 superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione italiana; solo gli individui di 80 anni e più sono l’8% del totale. In linea con l’invecchiamento della popolazione i decessi continuano ad aumentare, mentre il tasso di natalità segue a ridursi: il livello minimo delle nascite del 2015 è già stato superato nel 2016 con 474 mila nascite, 12 mila in meno in un solo anno. A livello nazionale questa riduzione vale il 2,4% ed interessa tutti i territori, ad unica eccezione della Provincia di Bolzano che registra un incremento del 3,2%.

Ne consegue che il saldo naturale, nascite meno decessi, assume nel 2016 un valore negativo (- 134 mila) e rappresenta il secondo maggior calo di sempre dopo il 2015. Anche il tasso di fecondità si riduce ancora, restando ben al di sotto della cosiddetta “soglia di sostituzione” (2,1 figli per donna). Si passa da 1,35 figli per donna nel 2015 a 1,34 nel 2016 e, sottolinea l’Istat, la costante riduzione di questo indicatore non è dovuta ad una reale riduzione della propensione ad avere figli, quanto piuttosto alla riduzione delle donne in età feconda. Se si guardano le sole cittadine italiane il tasso di fecondità è ancora inferiore (1,27 figli per donna), ed è invariato dal 2015. In questo contesto migliora l’aspettativa di vita media, raggiungendo per gli uomini 80,6 anni e per le donne 85,1, entrambe in aumento rispetto all’anno precedente.

Il fattore determinante per l’incremento della popolazione anziana, segue l’Istat, è naturalmente l’abbassamento del rischio di morte a tutte le età e in particolare quello conseguito nelle età anziane. Questo risultato è legato ad una combinazione di fattori, tra cui i trattamenti medico-ospedalieri, la qualità dei servizi di prevenzione, le condizioni di vita072736563-5cd4c840-78f7-4f10-a459-d0ef97c30f4e degli anziani e gli stili di vita in termini nutrizionali, abitativi e di contrasto ai fattori di rischio. Tuttavia, all’interno del quadro presentato non si può, come si vorrebbe, dare a questo dato un’interpretazione univocamente positiva.

Già nel rapporto OASI 2016, di cui si parlava a gennaio in un articolo di questo blog, si sottolineava come l’assistenza agli anziani rappresenti sempre più una voce di spesa importante, visto anche il correlato aumento di pazienti affetti da malattie croniche. Inoltre, l’attuale denatalità e la bassa soglia di sostituzione nella popolazione non consentono di fornire un ricambio generazionale. La combinazione tra il continuo calo delle nascite ed il progressivo aumento dell’aspettativa di vita portano a stimare che nel 2050 la popolazione inattiva sarà pari all’84% di quella attiva. Questo fenomeno metterà a dura prova la disponibilità di risorse in grado di sostenere l’attuale sistema sanitario e di welfare.

Anche se la correlazione diretta tra tasso di fecondità e crescita economica del nostro paese sembra essere diventata più debole a partire agli anni ’70, l’invecchiamento della popolazione unito al costante calo delle nascite rischiano in futuro di rendere vani gli attuali sforzi economici rivolti alla cura e al miglioramento delle condizioni di salute e di vita della popolazione anziana. La popolazione attiva e le forze lavoro potrebbero cioè non essere sufficienti a generare risorse tali da poter sostenere il peso, economico, sanitario e sociale, delle coorti più anziane.

Direttore Area Innovazione dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata in Economia Politica presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza, con una tesi sperimentale sulla scomposizione statistica del differenziale salariale tra cittadini stranieri ed italiani.

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