Il boom di Sanremo, il ruolo del canone Rai e lo stato di salute del mercato televisivo

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Bruno ZAMBARDINO, Monica SARDELLI

Festival di Sanremo 2018, prima serataSi sono spenti da poco i riflettori del teatro Ariston ed è già tempo di bilanci. Sanremo è un programma di servizio pubblico? Sì, considerata la vasta platea a cui si rivolge. In tal caso, sono giustificati gli altri compensi di conduttori e direttore artistico? A giudicare dagli ascolti, share medio del 52,27% per 10,92 milioni di spettatori a serata, sembrerebbe che i vertici Rai abbiano puntato sul “cavallo” vincente. Qualche cifra. Ricavi stimati pari a circa 26 milioni a cui vanno associati 1 milione di ricavi commerciali inerenti la vendita dei biglietti, il televoto e l’uso del marchio: introiti a fronte di una spesa che si aggirerebbe intorno ai 16,5 milioni (inclusa la convenzione con il Comune di Sanremo pari a 5 milioni), per un utile pari a 6,5 milioni netti, e singoli spot – definiti da Superbowl – venduti da 251 a 260mila euro dimostrerebbero che il Festival di Sanremo forse si finanzia da sé, senza scomodare il canone, tornato al centro del dibattitto politico. Fini osservatori hanno svolto un esame attento del fenomeno Sanremo 2018 evidenziando punti di forza e di debolezza del servizio pubblico e indicando alcune strade per il prossimo futuro.

Insomma un successo senza eguali per la concessionaria di servizio pubblico, che, puntando sulla qualità, sta ricevendo grandi soddisfazioni in termini di ascolti anche tra i giovani, al punto tale che molti addetti ai lavori parlano di un inaspettato rilancio della tanto vituperata tv generalista.

Non a caso l’ultimo episodio del sempreverde Montalbano ha battuto se stesso con 11 milioni 386 mila spettatori, vale a dire il 45,1% di share e programmi a stampo documentaristico, un tempo riservati a nicchie di spettatori, come “Meraviglie – La penisola dei tesori” di Alberto Angela, oggi risultano seguitissimi. Insomma si sfata definitivamente il luogo comune per cui un programma di qualità e di servizio pubblico debba necessariamente essere noioso e rivolto a nicchie di pubblico.

Nelle settimane scorse si è molto discusso – anche con toni polemici – della proposta avanzata dal Segretario del PD Renzi di abolire il canone Rai coprendolo con la fiscalità generale e modificare i tetti pubblicitari più gravosi per la concessionaria del servizio pubblico rispetto alle tv commerciali. Una proposta che non risulta coerente con la riforma varata due anni fa dallo stesso governo Renzi che ha abbassato il costo del canone per i cittadini (da 113 a 90 euro, il più basso in Europa) inserendone il pagamento all’interno delle bollette elettriche, in modo da ridurre l’elevato ed iniquo tasso di evasione che nel nostro Paese aveva raggiunto il 25%.

Al di là dei commenti e delle reazioni inevitabilmente condizionate dal clima sempre più rovente della campagna elettorale può essere utile approfondire il tema del sistema di finanziamento della tv collocandolo nel più ampio contesto dello stato di salute del settore. Ci vengono in soccorso, a tal proposito, i recenti dati rilasciati da uno studio condotto da R&S Mediobanca.

Lo studio traccia le dinamiche dei cinque maggiori operatori televisivi italiani attraverso l’analisi dei bilanci del periodo 2012-2016, e un aggiornamento sul 2017. Ne emerge che il mezzo televisivo – all’interno del sistema dell’informazione – gioca ancora un ruolo centrale sia per numero di fruitori (25 milioni di famiglie raggiunte dalla tv in chiaro cui si aggiungono 9 milioni di famiglie che hanno accesso alla pay-tv) che per gli introiti generati.

Il mercato televisivo nazionale nel 2016 vale infatti 9 miliardi di euro, registrando una crescita del +6,5% sul 2015. Il peso della nostra industria a livello europeo è pari a circa un decimo considerando che in Europa occidentale il giro d’affari nel 2016 ha sfiorato i 99,4 miliardi di euro. I ricavi generati dalle tv italiane incidono per lo 0,5% del PIL nazionale. Gli introiti maggiori derivano ancora dalla tv in chiaro circa 5 miliardi di euro (+9,8%). Più contenuta la crescita della pay-tv con 3,4 miliardi (+2,6%) e dalla radio con 0,6 miliardi (+3,2%). Nonostante il dinamismo di alcuni nuovi soggetti il mercato resta molto concentrato, con i tre operatori principali, Mediaset, Rai e Sky che assorbono insieme quasi il 90% dei ricavi totali televisivi nazionali.

L’aspetto più interessante è legato proprio alla riforma del canone citata in premessa che, incrementando le risorse provenienti dai cittadini (+16,7%), ha trainato la crescita complessiva del mercato e dunque di pubblicità (+4,2%) e pay-tv (+2,8%). Tra i vari soggetti, quello che cresce maggiormente è Discovery Italia (+22,1% sul 2015), mentre Mediaset – unico Gruppo a respiro internazionale – nel 2016 ha realizzato quasi un terzo dei propri ricavi all’estero, soprattutto in Spagna. Risulta quindi primo per fatturato totale con oltre 3,6 miliardi di euro, mentre Rai ha superato Sky Italia posizionandosi al secondo posto grazie alle maggiori entrate derivanti dal canone (poco più di 1,9 miliardi) pagato non solo dalle famiglie, ma anche da bar, ristoranti, hotel, aziende e studi professionali (il cosiddetto canone speciale).

Rai è il primo operatore nazionale nel 2016, ma verrà surclassato da Sky Italia secondo le stime 2017.

L’analisi di Mediobanca include un interessante confronto fra il gruppo Rai e le principali televisioni pubbliche europee che ci offre ulteriori spunti di riflessione. Tra i maggiori gruppi europei del servizio pubblico spiccano la britannica BBC con un giro d’affari di 5,8 miliardi e la tedesca ARD con 5,6 miliardi: nel 2016 hanno registrato circa il doppio dei ricavi di Rai (2,8€ mld) e di France Télévisions (3 miliardi); ultima la spagnola RTVE (1 miliardo). Rispetto al 2015, a crescere maggiormente sono Rai (+12,9%) e RTVE (+11,6%), mentre risultano in contrazione i ricavi di ARD (-1,1%). La Rai pur registrando il tasso di crescita maggiore incassa – grazie alla riforma già evocata – un abbonamento da canone con il valore unitario più basso.

Nel 2016 (primo anno di applicazione del canone in bolletta) gli italiani hanno pagato 100 euro a testa, alla Rai ne sono rimasti 83 (il resto trattenuto dallo Stato come extra gettito); nel 2017 abbiamo versato 90 euro e 74 sono rimasti alla Rai. In Francia il canone è di 136 euro, nel Regno Unito di 169,9 euro e in Germania di 215,8 euro. La Rai ha però la pubblicità, assente sulle reti BBC e RTVE, e limitata per quantità e fasce orarie in Francia e Germania.

Non solo. In base ai dati analizzati da Mediobanca – la Rai è la tv pubblica che vanta il primato degli indici d’ascolto sebbene si assista ad una lenta ma progressiva ridistribuzione delle quote di ascolto dalle reti generaliste verso i canali tematici. Tra il 2012 e il 2016 il divario di audience fra i principali cinque gruppi televisivi italiani si è ridotto, ma il ruolo di Rai e Mediaset rimane significativo, rispettivamente con il 36,7% e il 31,6% di quote di ascolto nel giorno medio. Seppur distanziati mostrano tassi di crescita positivi sia Sky che Discovery che sfiorano rispettivamente l’8% e 7%.

Anche alla luce di dati sopra illustrati la riforma del canone in bolletta sta generando effetti positivi per il mercato televisivo e interromperne in questa fase i meccanismi sottostanti potrebbe essere rischioso. Poter contare su un finanziamento pubblico certo, fondato su un principio di maggiore equità e quantificato in un valore contenuto (sotto i 100 euro) rappresenta un elemento di garanzia per investire in programmi di qualità, funzione primaria del servizio pubblico. Programmi che possono anche fare il 50 % di share !

Scritto in collaborazione con Monica Sardelli

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