La gig economy a caccia di diritti

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Eleonora MAZZONI

Il Tribunale del lavoro di Torino ha respinto il ricorso dei sei fattorini che avevano intentato una causa contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro con la società tedesca di food delivery Foodora, in seguito alle mobilitazioni del 2016 per ottenere un giusto trattamento economico e normativo. Il tribunale ha stabilito che i fattorini sono collaboratori autonomi con un rapporto di lavoro non assimilabile a quello subordinato e che, pertanto, l’azienda può decidere in ogni momento di rinunciare ai loro servizi. Al di là del caso particolare, la sentenza è tornata a far discutere della regolamentazione della cosiddetta gig economy (o anche economia delle piattaforme), termine recente nato dalla creazione di applicazioni e siti che offrono la possibilità di lavorare “on demand” e che nasce all’interno dello stesso contesto della sharing economy, in cui le possibilità di guadagno si creano grazie alle potenzialità della rete.

Anche se il numero di persone coinvolte in queste forme di lavoro (il cosiddetto crowd working) è davvero difficile da stimare, secondo i dati riportati dall’ILO (International Labour Organization) solo le 11 delle piattaforme online più diffuse nel mondo impiegherebbero circa 21 milioni di persone. Le forme di lavoro figlie della rivoluzione tecnologica sono principalmente caratterizzate dalla disintermediazione dei tempi e degli spazi, facendo venire meno le categorie su cui sino ad oggi si sono retti i rapporti di lavoro dentro e fuori le aziende. Se da un lato i benefici legati alle prestazioni freelance della gig economy derivano dalla creazione di occupazione anche in zone deindustrializzate, dalla possibilità di lavorare conciliando tempi di vita e lavoro e di sviluppare servizi di utilità sociale (si pensi ad esempio alle piattaforme digitali di gestione pubblica), dall’altro i modelli di business all’interno dei quali vengono svolte sono ancora poco compresi e regolati, e creano molte opportunità per lo sfruttamento della forza lavoro e l’abuso dei diritti dei lavoratori.

In Italia il dibattito è ancora all’inizio perché queste aziende sono entrate nel mercato da pochi anni. Nonostante ciò, una ricerca pubblicata nel 2017 dalla FEPS (Foundation for European Progressive Studies) stima che il 22% della popolazione italiana sia coinvolta in una qualche forma di crowd working. Anche se la percentuale è più elevata rispetto agli altri paesi oggetto dello studio, solo il 5,1% di questi lavoratori dichiara di trarre più della metà del suo reddito da questo tipo di attività.

Il problema, ovviamente, si è posto anche nel resto del mondo e mentre in alcuni Paese sta prendendo piede una classificazione di questa organizzazione del lavoro distinta sia dal lavoro subordinato che dal lavoro autonomo, in altri si osserva la creazione delle cosiddette umbrella companies, società che offrono al lavoratore della gig economy il servizio di riscossione dei compensi e la possibilità di attivare una propria posizione previdenziale, attraverso la simulazione di un rapporto di lavoro alle loro dipendenze prevalentemente con contratti di lavoro intermittente.

Oggi questo in Italia non sarebbe possibile, dato lo spazio strettissimo entro il quale questa forma contrattuale è utilizzabile. Nel 2017 è stato dunque presentato in Senato un disegno di legge volto a favorire la nascita di iniziative simili e con la previsione che i compensi del lavoratore “da piattaforma” che non si avvalga di tali società saranno versati mediante una piattaforma Inps istituita ad hoc, con garanzia di una retribuzione minima e dell’assicurazione pensionistica e de antinfortunistica. Nel frattempo, poiché il tribunale di Torino ha riconosciuto ai fattorini lo status di “lavoratori autonomi”, si attendono le motivazioni della sentenza che daranno i dettagli di un caso destinato a fare scuola in campo giuslavoristico.