La manifattura italiana al giro di boa. La luce in fondo al tunnel della crisi

Articolo blog
Michele MASULLI

Il 2017 si è rivelato un anno particolarmente positivo per il comparto manifatturiero del nostro Paese. L’industria italiana ha registrato un aumento del valore dei fatturati del 4,3% (il 2,9% a prezzi costanti), un incremento che fa dell’anno appena trascorso uno dei migliori del periodo successivo alla crisi economica.

Questo risultato è trainato sia dall’economia nazionale – che segna una ripresa degli investimenti – sia dalla domanda estera, con un’accelerazione delle esportazioni italiane. Questi e altri aspetti sull’andamento dell’industria italiana sono contenuti nel “93° Rapporto Analisi dei Settori Industriali”, elaborato da Intesa San Paolo e Prometeia. All’interno dell’analisi, i due istituti hanno registrato segnali di rallentamento nella prima parte del 2018. Tuttavia pare che tali esiti negativi non ostacoleranno la prosecuzione di un trend di crescita: al termine del 2019, dopo un recupero lungo 12 anni, l’industria italiana dovrebbe poter agganciare i propri fatturati al livello del 2007.

Il rapporto, inoltre, indica alcuni elementi di cambiamento strutturale del tessuto produttivo del Paese. L’industria, infatti, esce dalla crisi con una base più piccola, ma più forte: minore è il numero delle imprese, ma quelle che hanno superato indenni gli anni della crisi risultano più solide, mediamente più grandi, e maggiormente competitive. Sono imprese stabili dal punto di vista patrimoniale e finanziario e con risultati significativi dal punto di vista della marginalità delle vendite e della produttività del lavoro. Dal processo di rimodellamento innescatosi in risposta alla depressione economica, quindi, scaturisce un’industria vittima di un processo di selezione tranciante, ma in grado di misurarsi maggiormente con i mercati internazionali – lo dimostrano le recenti prestazioni dell’export italiano – e di consolidare l’integrazione dei sistemi digitali nell’attività manifatturiera.

La trasformazione del comparto produttivo implica riflessi sul capitale umano impiegato. Anche la forza lavoro del settore manifatturiero, infatti, risulta soggetta a un cambiamento di struttura: la base occupazionale si riposiziona verso funzioni maggiormente qualificate e a più alta richiesta di competenze. Secondo Intesa San Paolo e Prometeia, questo è particolarmente evidente in settori quali l’automotive, sempre più in linea con i comparti corrispondenti di Francia e Germania e anche con la meccanica, l’elettrotecnica e gli elettrodomestici. È proprio l’investimento in competenze a costituire ancora un discrimine importante tra la struttura produttiva italiana e quella tedesca: il numero di addetti in ricerca e sviluppo, la quota di professioni intellettuali e scientifiche impiegate, la specializzazione del tessuto operaio mostrano un gap evidente. Soprattutto alla luce del fenomeno globale di digitalizzazione della produzione e della necessità di investire in modo crescente in Ict e attività immateriali, la valorizzazione del capitale umano si pone come una priorità per il sistema Italia.

A guardare, inoltre, le prospettive di sviluppo dei singoli settori produttivi, dal rapporto emerge il protagonismo dell’industria meccanica. Un tasso di crescita dei fatturati ben superiore alla media (+4,2% nel 2018) e performance dell’export estremamente positive ne fanno il settore più dinamico. In particolare, riguardo alle esportazioni, la meccanica contribuisce da sola per il 44% all’incremento del saldo commerciale. Per aumento dei fatturati, inoltre, seguono il largo consumo (+2,6% all’anno nel periodo 2018-2022), e settori a più elevato contenuto tecnologico, quali gli autoveicoli e le moto (+2,3%) e la farmaceutica e l’elettrotecnica, entrambe al 2,2%.

Più in difficoltà rispetto alla media del manifatturiero, sono i comparti caratterizzanti il Made in Italy: i settori della moda, dei mobili e dell’alimentare dovranno essere in grado di cavalcare la crescita della domanda mondiale dei beni di consumo di alta gamma, valorizzando i fattori competitivi della tradizione italiana, dal design alla lavorazione ad hoc, alla capacità di introdursi nelle filiere produttive territoriali e internazionali. Per Intesa San Paolo e Prometeia, infine, l’elettrotecnica e gli elettrodomestici saranno i settori più penalizzati: soffrono, infatti, di una base produttiva gravemente provata dalla crisi e di una concorrenza globale agguerrita.