Perché il gas naturale rappresenta l’energia di domani. La versione di Gianni Bessi

Articolo
Gianni Bessi

Pubblichiamo un estratto del libro dal titolo “Gas naturale. L’energia di domani” edito da StartMag e scritto dal consigliere regionale dell’Emilia-Romagna ed esperto di energia Gianni Bessi, con prefazione dello storico ed economista Giulio Sapelli.

 

Gianni Bessi

Nell’immediato futuro, come e da che fonti dovremo produrre l’energia in modo sostenibile per l’ambiente e allo stesso tempo per l’economia e l’occupazione? Cosa ci aspetta e come dobbiamo muoverci se vogliamo assicurare un futuro energetico al nostro Paese? Un ragionamento che ha come punto di partenza inevitabile ciò che è stato fatto, le “case di ferro” che avevano colpito la mia immaginazione di bambino. Insomma, la storia energetica dell’Italia ci aiuta a comprendere perché continuiamo a essere uno degli attori di primo piano di questo settore che definire strategico è sicuramente riduttivo.

Una storia che ha nomi importanti, a cominciare ovviamente da quello di Enrico Mattei, il padre della politica energetica e industriale italiana. Una storia che è parte insostituibile della rinascita di una nazione piegata da una guerra che aveva lasciato dietro di sé più macerie che altro. I protagonisti sono gli stessi personaggi di oggi, le imprese quelle su cui si è incardinato lo sviluppo industriale italiano – come l’Eni, l’Agip, la Saipem, la Snam, l’Enel, le municipalizzate – e le infrastrutture quelle senza le quali tutto ciò non sarebbe stato possibile.

Non dobbiamo costruire il futuro dal nulla, ma da grandi eccellenze che abbiamo realizzato con fatica e di cui dobbiamo essere orgogliosi. In un discorso del 4 dicembre 1961, Enrico Mattei disse che “Quando ci siamo messi al lavoro siamo stati derisi, perché dicevano che noi italiani non avevamo né le capacità né le qualità per conseguire il successo. Eravamo quasi disposti a crederlo perché, da ragazzi, ci avevano insegnato queste cose. Io proprio vorrei che gli uomini responsabili della cultura e dell’insegnamento ricordassero che noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci avevano insegnato.” Ricordare, coltivare la memoria è importante. Sono le nostre radici.

Ce lo siamo tolto di dosso il complesso di inferiorità, ma adesso è il momento di agire perché non ritorni. E una delle occasioni che abbiamo per difendere il ruolo che ci siamo guadagnati tra i Paesi più industrializzati è avere una strategia energetica di largo respiro. E qui il confronto passa dal cosa fare a come farlo: a me interessa proporre una mia ipotesi, che certamente non è la soluzione inattaccabile – non esistono bacchette magiche in economia – da molti sognata e proposta, ma che è realizzabile e, soprattutto, modificabile e non monolitica. Chiedo solo di essere d’accordo su un punto di partenza: quello energetico è uno dei settori nei quali il nostro Paese ha sempre detenuto un prestigio internazionale e, quindi, può essere una delle risposte più efficaci per fare ripartire la nostra economia. Io ne sono convinto.

Esiste la possibilità di costruire un progetto virtuoso per il settore energetico-industriale del nostro Paese: sarebbe sufficiente non lasciarsi trascinare, come è accaduto diverse volte anche nel recente passato quando si è trattato di decidere su questioni di interesse generale, da atteggiamenti intransigenti, precostituiti e massimalisti, cioè in una sola parola ideologici. Oppure che non si ceda alla facile tentazione di nascondersi dietro posizioni che gli anglosassoni chiamano nimby, acronimo di Not In My Back Yard, cioè mi va bene tutto basta che non lo si faccia dove vivo io.

È una tesi forte o almeno questa è la sua intenzione: per far ripartire la nostra economia in modo non effimero, il pilastro – o uno dei pilastri – è il rilancio del settore energetico nazionale che, se fosse messo nelle condizioni di potere sfruttare i cospicui giacimenti di gas naturale disponibili sul nostro territorio, una fonte a chilometro zero quindi, con appropriati investimenti, potrebbe diventare uno strumento formidabile, da una parte per sostenere la crescita e l’occupazione e dall’altra per costruire il futuro energetico italiano.

Sia ben chiaro che stiamo parlando di un settore industriale che non va costruito o ricostruito dal nulla, oppure sviluppato a partire da alcune realtà. Al contrario, nel nostro Paese operano imprese che sono fra le più avanzate a livello mondiale e che contribuiscono a formare la spina dorsale di quella che chiamo “l’Italia che non ti aspetti”. Un’Italia che non compare sempre in televisione, di cui i giornali non parlano spesso – quando capita, lo fanno solo per un evento negativo – ma che è composta da persone che propongono idee e portano avanti progetti, da imprese che muovono l’economia e sostengono la società. Ebbene sì, esiste un’Italia diversa da quell’immagine un po’ folkloristica – e sminuente – con cui troppe volte viene rappresentata, anche per colpa nostra.

Questo futuro energetico non è quindi un obiettivo che pecca di troppa ambizione, ma può essere costruito a partire da oggi. Ovviamente deve essere coerente con gli obiettivi indicati nel documento finale della COP21 di Parigi, la Conferenza durante la quale gli esperti ambientali e i politici di 196 Paesi hanno raggiunto un accordo globale per contenere gli effetti dei cambiamenti climatici del pianeta. Il documento indica un percorso che punti a una produzione di energia ottenuta con un mix energetico in cui le rinnovabili abbiano una quota sempre maggiore e solo la restante parte dev’essere assicurata dalla fonte fossile, il più possibile pulita. Ciò significa, per noi in Italia, il gas naturale. È questa l’unica strada per arrivare, in breve tempo, a costruire una transizione energetica che sia anche un nuovo paradigma di sviluppo. Il nucleo di questa transizione dev’essere un sistema di produzione di energia che integri rinnovabili e gas naturale: solo così potremo affrancarci, in un futuro che può e deve essere vicino, dalle fonti fossili e quindi produrre energia in modo efficiente e sostenibile. Il punto di arrivo è la costruzione di un nuova visione energetica che nasca da un profondo cambio di scelta del criterio con cui pensiamo alla produzione di energia, diventando la traccia su cui costruire il rilancio anche degli altri settori industriali. Non si tratta solo di costruire nuove strategie industriali o di compiere scelte legislative, ma di fondare una nuova etica dell’energia che da una parte ovviamente coinvolga l’attività e l’efficienza produttiva – e le leggi che le debbono regolare – e dall’altra il rapporto che come cittadini abbiamo nei confronti del consumo energetico. Chiaramente vanno pure sviluppate buone prassi che permettano di risparmiare energia. Penso ai comportamenti quotidiani di ognuno di noi, ma anche a investimenti nella ricerca per realizzare dispositivi che consumino sempre meno elettricità. Come in ogni fase di transizione, il passaggio non è unicamente economico o tecnologico, ma anche culturale. Ciò che fa la differenza è il modo in cui noi pensiamo all’energia, l’utilizzo che ne facciamo quotidianamente o il modo in cui viene prodotta: la consapevolezza è ovviamente conoscenza e la conoscenza serve a compiere le scelte più efficaci.

Ma perché partire proprio dal settore energetico? Perché l’Italia possiede competenze di profilo internazionale, che insieme alla possibilità di sfruttare giacimenti di gas naturale permetterebbero investimenti dell’ordine di decine di miliardi di euro. Alberto Brambilla, sul quotidiano Il Foglio del 14 dicembre 2017, scrive che «il settore estrattivo è un pezzo importante dell’industria e dell’economia italiana: fornisce parte delle risorse energetiche necessarie perché genera crescita, occupazione ed entrate fiscali. Gli idrocarburi prodotti soddisfano il fabbisogno nazionale al 10 per cento per il gas [naturale] e al 7 per cento per il petrolio». Più avanti Brambilla entra nello specifico della possibilità di sfruttare i giacimenti italiani: “Se si considerano il potenziale di riserve inesplorato, il benchmark con altri Paesi produttori in Europa e i risultati di numerose ricerche, si può affermare la possibilità di raddoppiare la produzione nazionale di idrocarburi in dieci anni – lo diceva la Strategia energetica nazionale del 2013 – con effetti diretti sulle casse pubbliche (crescerebbe per esempio il gettito delle royalties), sull’occupazione e soprattutto sugli investimenti (stimati in circa 15 miliardi di euro aggiuntivi), con ulteriori ricadute sui territori ospitanti e con un risparmio sulla bolletta energetica di circa 5 miliardi di euro l’anno”. A sostegno di ciò, Fernando Soto su Startmag.it – in un articolo del 14 marzo 2018 inerente al seminario organizzato dall’Aspen Institute dal titolo “Massimizzare il potenziale energetico nazionale nelle scenario di transizione” – scrive che “sfruttare le riserve nazionali di idrocarburi si tradurrebbe in un aumento secco del Pil dello 0,5 per cento”. Senza contare che contribuirebbe a ridurre parte del debito pubblico.

Dove è la maggior parte di questo potenziale di gas naturale? È l’Adriatico il luogo privilegiato per il futuro energetico italiano perché ha le carte in regola per diventare la palestra dove sperimentare il nuovo paradigma energetico italiano e iniziare il processo di transizione verso il mix gas naturale-rinnovabili.

Il futuro dell’energia e, quindi, della società passa dalla nostra capacità di pensare al domani cominciando a costruirlo adesso. In un recente convegno organizzato da NE Nomisma Energia, il professore e imprenditore olandese Ad van Wijk ha spiegato come cambierà a suo parere il mercato energetico mondiale: “La vera transizione avverrà quando le fonti rinnovabili (idroelettrico, eolico, solare, geotermico e biomasse) produrranno energia elettrica in eccesso e questo eccesso sarà convertito in un combustibile (idealmente l’idrogeno) in grado poi di essere facilmente trasportato e utilizzato in numerosi settori, primi tra tutti quello dei trasporti.”.

La parola chiave del suo ragionamento è, guarda caso, proprio “transizione”. Ed è su questo concetto che ci dobbiamo concentrare se vogliamo costruire un futuro alimentato da fonti solari, eoliche, geotermiche e idroelettriche. Nel senso che natura non facit saltus, cioè la “natura non fa salti” – concetto espresso dal filosofo Gottfried Leibniz, oggi utilizzato per affermare che in natura tutto è progressivo e ordinato – e ogni traguardo va raggiunto gradualmente. Per ogni elemento che andiamo a sostituire dobbiamo avere pronto quello che lo sostituirà, altrimenti si creano lacune difficili da colmare. La transizione o, meglio, il nuovo paradigma, deve prevedere l’utilizzo in contemporanea delle fonti rinnovabili e della fonte fossile più pulita: il gas naturale.

Non posso concludere il ragionamento senza fare un cenno a un altro argomento che approfondirò in seguito: gli obiettivi che ho riassunto non possono essere centrati senza un cambio di atteggiamento e, continuo a insistere su questo concetto, anche di cultura della politica. Nel senso che oggi il confronto appare un po’ schematico e basato su schieramenti contrapposti. L’esempio più coerente con i contenuti di questo libro è quello di chi contrappone le rinnovabili al gas naturale, come se in ogni momento esistesse sempre una e soltanto una scelta e mai la possibilità di prendere decisioni complesse e strutturate. Non sussiste un conflitto tra rinnovabili e gas naturale, anzi è proprio da un utilizzo integrato di entrambe le fonti che può e deve nascere una politica energetica seria.

La responsabilità della politica è rimettere a dritta la barra del Paese: le scelte energetiche lungimiranti debbono costituire una parte sostanziosa di questo processo, perché sono in grado di essere fonte di investimenti, di produrre nuova occupazione e di dare respiro alla nostra bilancia dei pagamenti, costantemente sotto stress per l’alta incidenza dell’acquisto di materie prime.

Il tema dell’occupazione è centrale e proprio il binomio imprese e territorio è uno dei punti di forza del mio contributo. Ritengo che discutere oggi di energia significhi anche parlare di futuro industriale ed economico italiano, affinché non venga coinvolto solo il settore energetico con le sue migliaia di imprese e centinaia di migliaia di lavoratori.

Ma c’è un altro aspetto di cui tenere conto quando ci si confronta con quali scelte la politica deve compiere per ottemperare al dovere di fare crescere il nostro Paese: quello della sicurezza. Utilizzo il termine nel suo significato più ampio e più sensibile, cioè quello di sicurezza nazionale. L’energia non fa funzionare solo le fabbriche o le abitazioni, ma anche gli ospedali, gli aeroporti e i computer che gestiscono l’intelligence. La nostra vita, la nostra incolumità e anche il nostro benessere sono protetti da una serie di strumenti che hanno costante bisogno di energia, che non possono smettere di funzionare nemmeno un attimo se non si vogliono affrontare emergenze o crisi.

Lo scenario su cui ci stiamo confrontando è quello della quarta rivoluzione industriale, quella digitale, che ha come corollario una crescita quantitativa ma anche una razionalizzazione qualitativa (smart energy) del consumo di energia, oltre a quello di essere una sfida non da poco sulla quale ognuno deve prendere posizione. All’energia è infatti collegato il funzionamento dei circuiti miniaturizzati, dei blockchaine di tutte le tecnologie che forse ancora non esistono, ma che presto arriveranno e modificheranno le modalità di lavoro, da quelle delle imprese tradizionali a quelle della finanza.

Di questo futuro, anzi di questo presente in evoluzione e di come rispondere alla domanda energetica, si è parlato al REM 2018 di Ravenna (Renewable Energy Mediterranean Conference & Exhibition del 14-15 marzo 2018), l’evento dedicato alle rinnovabili. Uno degli argomenti del confronto è stata la realtà assodata di molte scelte geopolitiche che hanno come elemento sotteso proprio le modalità dell’approvvigionamento energetico.

Troppo spesso si parla di energia, della disputa rinnovabili contro fossili o, in alcuni casi, fossili contro fossili oppure, addirittura, rinnovabili contro rinnovabili, limitandola a una ricognizione settoriale. Invece è necessario utilizzarla come chiave per definire quale debba essere una strategia di lungo periodo del Paese, che abbia come elementi fondanti la scuola, la formazione e l’educazione. L’investimento sull’educazione è fondamentale, poiché senza questa i risultati eventualmente raggiunti sarebbero comunque precari. Dobbiamo aderire a un paradigma di sviluppo che si basi su alcuni pilastri insostituibili: la ricerca tecnologica e l’innovazione che ne consegue, le politiche che favoriscono gli investimenti, la formazione scolastica e universitaria. E accanto a questi il concetto a cui ho accennato in precedenza, cioè una nuova etica. Ci aspettano scelte coerenti e consapevoli per definire il quadro di sviluppo dell’Italia nel quale uno dei protagonisti assoluti, pena il fallimento, deve essere il settore energetico. Ecco allora che le istituzioni, intese nel significato più ampio possibile, cioè tutto il sistema Paese, devono agire per creare le condizioni che permettano al settore di svilupparsi concretizzando idee forti.

L’importante è passare dalle parole e dalle idee ai fatti, perché il futuro, il futuro di tutti, ha bisogno di energia.

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