Cosa cambia dopo la decisione del Qatar di abbandonare l’Opec. Rischi e scenari

Articolo
Giulia Palocci

A una settimana ormai dalla decisione del Qatar di abbandonare l’Opec, cominciano a delinearsi i primi scenari che determineranno l’attività dell’organizzazione nei prossimi mesi. L’abbandono del Qatar “non complica in alcun modo quello che stiamo facendo”. Con queste parole il presidente dell’Opec, Suhail Al Mazrouei, ha tenuto a tranquillizzare chi temeva che, a seguito di quanto avvenuto una settimana fa, potesse esserci una scia di defezioni dall’organizzazione di cui fanno parte i principali Paesi produttori di petrolio. La notizia ha colto di sorpresa molti, considerato che nessun membro mai prima d’ora aveva optato per una decisione di questo genere.

L’ABBANDONO DEL QATAR

Il 3 dicembre scorso il ministro dell’Energia del Qatar, Saad Sherida al-Kaabi, ha annunciato che l’Emirato uscirà dal cartello del petrolio tra poco meno di un mese (per vedere il video dell’annuncio clicca qui). Ovvero, a gennaio 2019. La notizia è arrivata a pochi giorni dal meeting annuale che si è svolto nei giorni scorsi a Vienna nel quale i membri dell’organizzazione hanno deciso di tagliare la produzione del petrolio di 1,2 milioni di barili al giorno. Secondo quanto riportato da Agi, “l’ammontare, ha spiegato il ministro del Petrolio iracheno Thamer Abbas al-Ghadhban, equivale a circa l’1% della produzione totale, sarà di competenza per 800.000 barili al giorno dell’Opec e per 400.000 della Russia e dei suoi partner. I 14 paesi Opec (Algeria, Angola, Ecuador, Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Venezuela) e i 10 non Opec (Russia, Azerbaijan, Bahrain, Brunei, Kazakhstan, Malesia, Messico, Oman, Sudan, Sud Sudan) che insieme rappresentano la metà della produzione globale, hanno deciso di ridurre le estrazioni a causa dell’eccesso di offerta sul mercato che ha fatto crollare i prezzi di oltre il 30% in due mesi” (per leggere l’intero articolo clicca qui).

I MOTIVI DELLA DECISIONE

La scelta di abbandonare l’Opec, di cui il Qatar fa parte dal 1961, ha una duplice ragione. “Non abbiamo un grande potenziale petrolifero – ha detto il ministro al-Kaabisiamo molto realisti. Il nostro potenziale è nel gas“. Bisogna considerare che l’Emirato è uno dei Paesi dell’organizzazione che contribuisce di meno alla produzione di petrolio (circa 600.000 barili al giorno, ossia il 2% del totale), ma allo stesso tempo detiene pure il primato per la produzione di gas naturale liquefatto (Lng). Secondo gli analisti, sarebbe questa la ragione di fondo che avrebbe spinto il ministro a includere nella strategia per il rafforzamento dell’economia qatarina l’obiettivo di imporsi come leader della regione in questo mercato. La produzione del gas passerà quindi da 77 a 110 milioni di tonnellate negli anni a venire. Da non sottovalutare inoltre il potenziale strategico del Paese: secondo quanto riportato da Formiche.net, “in primo luogo, i qatarioti sono, probabilmente, i cittadini più ricchi del mondo. Se poniamo il reddito medio degli americani a 100, quello dei cittadini del Qatar vale 187,4. Appena più piccolo delle Isole Falkland, l’Emirato ha 1,9 milioni di residenti, con una quota di immigrati elevatissima e sempre in crescita. E anche l’economia lo è: l’Emirato è cresciuto di una media del 12,9% annuo, ogni anno, dal 2000 al 2010. La crescita futura, fino al 2022, si prevede essere del 18% maggiore di quella attuale. Vi è poi un segnale geopolitico interessante: il Qatar ha partecipato con grande impegno alle operazioni occidentali contro Gheddafi, sostenendo in particolare il mercato nero dei petroli della Cirenaica, insieme ai Servizi turchi. Ma Doha poi sostiene anche alcuni gruppi “ribelli” jihadisti siriani contro Assad, facendo così un mezzo favore agli alleati Usa; il tutto mentre ospita, fin dal 2013, un ufficio di rappresentanza dei Taliban afghani, ufficio ben conosciuto e frequentato anche dagli operativi dei Servizi Usa. Gli investimenti industriali e finanziari globali del Qatar sono comunque numerosissimi“. Dall’altro lato, ci sono anche motivi di natura geopolitica. Tra questi, il peggioramento dei rapporti con i Paesi vicini sembra essere il principale: dal 5 giugno 2017, infatti, il Qatar è sottoposto a un blocco commerciale da parte di Arabia Saudita, Egitto, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti a causa di presunti legami con il terrorismo internazionale.

LE PROSPETTIVE FUTURE

La decisione arriva in un periodo di forte fermento a livello internazionale in cui il prezzo del petrolio è oggetto di continue oscillazioni. E l’annuncio di al-Kaabi ha causato un modesto aumento del suo prezzo. Secondo quanto riferito da Askanews, “sui mercati asiatici i future sul Light crude Wti (West Texas Intermediate) crescono a 53,5 dollari, quelli sul Brent a 62,16 dollari. A trainare il rimbalzo, dopo i recenti crolli, la notizia che Russia e Arabia Saudita sono d’accordo nell’estendere fino al 2019 il loro accordo per gestire il mercato petrolifero“. Nonostante l’annuncio non comprometta il sistema di pesi e contrappesi che ha garantito l’equilibrio – seppur precario – tra i membri dell’organizzazione negli ultimi decenni, non è escluso che la decisione di Doha possa aprire a una delle più gravi crisi che l’Opec abbia mai affrontato. In questo senso non bisogna sottovalutare come il piccolo Paese del Golfo abbia esercitato fin qui una significativa influenza politica all’interno dell’Opec: è stato il principale promotore dei primi colloqui da cui sarebbe poi scaturita la futura intesa tra l’Opec e la Russia. “L’attuale operazione di Doha presuppone una scelta strategica di qui a poco, che potrebbe essere o la creazione di una “Opec del gas” con Russia e Iran, in vista di un raddoppio nel 2019 dei prezzi del gas di petrolio liquefatti, con la Cina che diviene il primo consumatore mondiale di Gpl e gli Usa il primo estrattore di petrolio al mondo, sia pure con le nuove e costose tecniche dello shale, che generano utili solo con alti prezzi del barile. Oppure, una alleanza economica e finanziaria tra Doha, la Cina, il Giappone e la Russia, che potrebbe marginalizzare l’area del dollaro riducendola al petrolio“, si legge su Formiche.net.

L’OPEC

Fondata nel 1960, l’Opec oggi è costituita da quindici Paesi – compreso il Qatar che, come detto, lascerà l’organizzazione da gennaio – e rappresenta una sorta di cartello economico per negoziare con le compagnie petrolifere gli aspetti relativi alla produzione di petrolio, ai prezzi e alle concessioni. La sede, inizialmente stabilita a Ginevra, è stata trasferita a Vienna nel 1965. Gli Stati membri dell’Opec controllano il 78% delle riserve mondiali di petrolio e il 50% di quelle di gas naturale. Inoltre forniscono circa il 42% della produzione mondiale di petrolio e il 17% di quella di gas.

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