La dura vita delle imprese individuali italiane. Il commento del prof. Amedeo Lepore

Articolo
Giulia Palocci

Forte scossone quello subito dalle imprese italiane negli ultimi 5 anni. Il tessuto imprenditoriale del nostro Paese continua ad essere oggetto di grandi cambiamenti. Complici la globalizzazione e i recenti sviluppi che hanno trasformato in profondità l’economia globale, i problemi strutturali che caratterizzano l’Italia scoraggiano l’apertura di nuove imprese e rendono difficile la tenuta di quelle già esistenti. La fotografia, messa a fuoco da un recente studio di Unioncamere e InfoCamere, mostra un tessuto economico indebolito, in cui solo 3 imprese individuali su 5 riescono a superare i 5 anni di vita. “Questi dati – ha commentato il professor Amedeo Lepore, docente di Storia economica all’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli – mettono in evidenza una debolezza strutturale da parte delle imprese più piccole. Se pensiamo che il 55% delle cessazioni avviene addirittura nei primi due anni, appare evidente che la prospettiva è delimitata“.

I NUMERI DEL RAPPORTO

I dati contenuti nel rapporto danno prova della fragilità delle nostre aziende. In meno di 5 anni – dal 2014 al 2018 – oltre 88.000 imprese individuali hanno chiuso i battenti. Di queste, 48.377 sono quelle che hanno cessato qualsiasi tipo di attività entro il 2015. Addirittura 20.538 sono scomparse nel 2014. Numeri poco incoraggianti dietro i quali si nasconde non solo il clima di insicurezza in cui agiscono gli operatori economici, ma anche la proliferazione di quelle che la Guardia di Finanza ha soprannominato “imprese apri e chiudi“. Attività che nascono e muoiono nell’arco di un periodo di tempo molto ristretto e che, nella maggior parte dei casi, operano ai limiti della legalità. Tra i più colpiti in termini percentuali c’è il settore del turismo. Ben 9.955 imprese – pari al 43,5% del totale – hanno abbassato definitivamente le saracinesche. Seguono, con numeri altrettanto elevati, le attività che offrono servizi alle imprese (10.705 aziende che hanno abbandonato la loro quota di mercato), quelle che si occupano di assicurazioni e credito (con cifre che sfiorano le 3.000 aziende) ed, infine, quelle legate alle attività manifatturiere, edili e commerciali.

LE REGIONI PIU’ COLPITE

Un’emorragia che ha colpito maggiormente le regioni che, per tradizione, hanno una più alta presenza di imprese sul territorio. Emilia Romagna, Toscana e Piemonte hanno perso rispettivamente il 40%, il 39,9% e il 39,5%, per un totale di 53.794 imprese in meno. Più virtuose invece la Basilicata, che ha perso 1.785 imprese, la Sardegna, che ne ha perse 6.424 e il Trentino Alto Adige con 3.812 aziende individuali in meno rispetto al 2014. Resistono le regioni del Sud, con performance superiori alla media nazionale e meno chiusure registrate. “Due sono le ragioni che spiegano questo dato – ha precisato il professor LeporeDa un lato, nelle regioni meridionali c’è una maggiore resistenza alla chiusura a causa delle scarse opportunità alternative. Dall’altro, il sistema del Sud è molto più articolato di quello del Nord. Le micro-imprese sono molto diffuse. Questo ci fa riflettere su un aspetto: mentre il primo elemento è un sintomo di vitalità e di reazione ad un contesto poco favorevole, il secondo dimostra semplicemente che il sistema fatica ad integrarsi e a crescere. Qui l’intervento istituzionale è fondamentale. C’è bisogno di politiche di aggregazione/integrazione che valorizzino le interdipendenze“, ha concluso il professore.

PICCOLO NON E’ BELLO

Un esperimento riuscito è quello dei settori delle cosiddette ‘4A’ (automotive, agroalimentare, aerospaziale e abbigliamento) e del settore farmaceutico,ha commentato ancora Lepore. Che poi ha spiegato: “L’interdipendenza settoriale ha rafforzato questi settori e li ha fatti crescere in termini di competitività e produzione. Sono state create vere e proprie filiere produttive, indispensabili per il futuro dell’intero Paese, ma ancor di più per il tessuto produttivo del Mezzogiorno. L’interdipendenza non dovrebbe riguardare una singola regione, ma una dimensione più vasta che renda le imprese del sud complementari a quelle del Nord“. L’auspicio di Lepore è di “riuscire ad allontanarsi definitivamente da un’ottica secondo la quale il piccolo è bello. Le nuove imprese, quelle individuali e le start-up, hanno un senso se resistono alle sfide del contesto esterno. Se invece vengono fatte proliferare e poi non superano la prova, è ovvio che rappresentano un forte elemento di debolezza“.

IL TASSO DELLE RIAPERTURE

Da sottolineare anche i dati relativi alla percentuale delle riaperture. Solo il 5,2% delle imprese vengono riaperte. E ciò accade soprattutto al Nord, mentre nelle regioni meridionali le chiusure sono per lo più definitive. I casi da questo punto di vista più virtuosi sono rappresentati da Valle D’Aosta, Lombardia e Veneto in cui rispettivamente il 9,8%, l’8,2% e il 7,1% degli imprenditori decide di rimettersi in gioco dopo una chiusura

Inoltre, il rapporto analizza il tasso di chiusura delle aziende straniere. Tra le imprese più colpite ci sono quelle cinesi. Il 47,7% ha cessato ogni tipo di attività entro i primi 5 anni. Seguono quelle con titolari indiani (44,1%) e rumeni (42,3%). Nonostante l’alto numero di imprese che chiudono, gli imprenditori cinesi sono tra i meno scoraggiati. Nel 15% dei casi, infatti, decidono di rigiocarsi la carta dell’imprenditorialità con nuove attività. Primi fra tutti, però, i pakistani, con il 18,8% dei titolari che hanno deciso di riaprire un’impresa individuale.

QUALI STRATEGIE ADOTTARE

Questi dati dovrebbero indurre una riflessione sulle strategie da adottare nei confronti delle imprese individuali e del sistema produttivo in generale. Ci sono due strade: la prima è di favorire l’integrazione tra le imprese attraverso elementi di complementarietà che si adattino alla nuova concezione della digitalizzazione e della rete telematica. L’obiettivo è consentire al sistema delle piccole e medie imprese di fare massa critica mettendosi insieme. E’ necessaria però una guida: politiche, interventi e provvedimenti. Ad esempio, in Campania c’è stato una bando di grande successo che offriva la possibilità, per le imprese artigiane, di fare rete tra loro. Era un modo per far nascere un vero e proprio sistema di imprese. La seconda strada – ha aggiunto il professor Leporeè di erigere le grandi imprese a guida delle più piccole. Bisogna creare le condizioni affinché si formino delle integrazioni“. Il professore si è invece dichiarato critico invece nei confronti delle politiche di reindirizzamento degli investimenti verso le piccole e medie imprese: “Hanno sempre avuto scarse possibilità di riuscita in un sistema frammentato come quello italiano“.

Nata a Roma nel 1992, Giulia Palocci si è laureata con il voto di 110 e lode in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’università Luiss Guido Carli con una tesi sul contrasto al finanziamento del terrorismo nei Paesi del Sud-est asiatico.

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