La trasformazione necessaria del trasporto pubblico locale. Dossier Legambiente

Articolo
Eleonora Mazzoni

Il 2018 è stato l’ennesimo anno da codice rosso per la qualità dell’aria, segnato anche dal deferimento dell’Italia alla Corte di giustizia europea per la ripetuta violazione dei limiti Ue per il particolato Pm10. Quello che emerge dal dossier di Legambiente sull’inquinamento atmosferico nelle città italiane è un quadro certamente critico.

Le auto private nel nostro Paese sono 38 milioni e il superamento dei limiti giornalieri per le polveri sottili e per l’ozono c’è stato nel 2018 in ben 55 capoluoghi di provincia. Percorriamo circa 700 miliardi di km/passeggero all’anno con autoveicoli a combustibili fossili che in media hanno solamente 1,5 persone a bordo. Con il 65,3% degli spostamenti che avviene in auto il nostro Paese è uno di quelli a più alto tasso di motorizzazione tra i Paesi europei. Solo il 17,1% degli spostamenti avviene a piedi e il 3,3% in bici, mentre la percentuale residua combina mezzi diversi tra cui moto e scooter, trasporto pubblico, pullman e treno. Oltre al caso particolare di Venezia e Genova che registrano un tasso inferiore alle 50 auto per 100 abitanti, sono 74 le città che superano le 60 auto ogni 100 abitanti. In buona sostanza i due terzi della domanda di mobilità in Italia sono soddisfatti dalle automobili.

L’associazione di categoria delle imprese di trasporto pubblico locale, Asstra, rileva il sotto-investimento italiano nelle infrastrutture per il trasporto pubblico urbano e pendolare. La rete ferroviaria suburbana e metropolitana in Italia dispone di 41 linee ferroviarie contro le 81 della Germania e le 68 del Regno Unito. Le linee di metropolitana sono invece 14, contro le 44 della Germania, le 30 spagnole e le 27 francesi. Gli autobus diventano allora il principale mezzo di trasporto collettivo. Del parco mezzi circolante, secondo i dati Ispra, solo il 55% ha standard emissivi inferiori all’Euro4 e i comuni investono ancora in mezzi alimentati con fonti fossili invece che nella mobilità elettrica.

Sebbene il quadro possa sembrare desolante, molte città italiane cominciano a discutere dei nuovi Pums ossia i “Piani Urbani della Mobilità Sostenibile”. Strumenti di pianificazione strategica con un orizzonte di medio lungo-periodo e l’obiettivo di mettere nero su bianco una visione di sistema della mobilità urbana e degli obiettivi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica da raggiungere e monitorare. Insomma, le misure nelle città italiane sono principalmente costruite dal basso: le persone iniziano ad utilizzare mezzi e metodi di spostamento alternativi e a creare la necessità per le amministrazioni locali di rispondere alla domanda emergente di servizi di mobilità diversi. Ognuno di noi diventa sempre più spesso “multimodale”. Usiamo l’auto per parcheggiarla al capolinea, prendiamo l’autobus o il treno, facciamo un pezzo di strada a piedi o in bicicletta. Già questa c.d. intermodalità riduce il numero di automobili private necessarie, aumenta la possibilità di usarne a noleggio o in sharing, aumenta il numero di mezzi leggeri acquistati e utilizzati. Sta alle amministrazioni locali cercare di surfare il cambiamento trovando risposte che possano fargli da volano.

Secondo Legambiente per far uscire l’Italia dall’emergenza cronica dello smog occorre però realizzare un Piano Nazionale contro l’inquinamento che contenga misure strutturali ed economiche di ampio respiro ripensando l’uso di strade, piazze e spazi pubblici delle città e agendo per ridurre drasticamente il tasso di motorizzazione.

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