Ecco come gli investimenti in infrastrutture possono rilanciare l’economia italiana. Le proposte Assonime

Articolo
Giulia Palocci

Negli ultimi dieci anni la spesa in investimenti pubblici in Italia ha subito una riduzione pesantissima: dai 47 miliardi di euro del 2007 siamo sprofondati ai 34 del 2018. E’ questo il dato che emerge dal rapporto di Assonime dal titolo “Politica delle infrastrutture e degli investimenti: come migliorare il contesto italiano“. Lo studio – condotto dal gruppo di lavoro della Giunta Assonime – è stato coordinato da Gaetano Maccaferri e si concentra sul ruolo che gli investimenti nelle infrastrutture ricoprono da un lato nel rilancio dell’economia e della competitività del Paese e dall’altro nel miglioramento della qualità della vita dei cittadini.

L’ANDAMENTO DEGLI INVESTIMENTI IN ITALIA

La crisi economica ha certamente contribuito alla riduzione degli investimenti pubblici e privati in infrastrutture. E’ vero soprattutto per l’Italia che, rispetto agli altri Paesi della zona euro, ha subito una contrazione della percentuale di investimenti rispetto al prodotto interno lordo. In termini assoluti, dal 2007 al 2016, sono scesi da 47 a 36 miliardi di euro, fino a toccare 34 miliardi nel 2018, con una riduzione complessiva del 27%.

I FATTORI CHE DISINCENTIVANO GLI INVESTIMENTI

In questo quadro già così complesso, si inseriscono poi fattori che senza dubbio disincentivano gli investimenti in questo settore: i ritardi nei pagamenti, il divario abissale tra fondi stanziati e risorse effettivamente spese, i tempi lunghissimi di realizzazione delle opere. Innanzitutto, da questo punto di vista, bisogna sottolineare come la pubblica amministrazione impieghi in media 55 giorni per saldare i suoi creditori (in base ai dati che risultano dalla piattaforma dei crediti commerciali presso il ministero dell’Economia e delle Finanze), nonostante le disposizioni europee impongano un termine di pagamento fissato a 30 giorni. Inoltre lo studio evidenzia come a partire dalla legge di bilancio del 2016 il piano investimenti abbia previsto risorse fino a 140 miliardi di euro che però sono state spese in percentuale che definire minima è poco: L’Ance stima che rispetto ai fondi stanziati solo il 4% sia stato effettivamente utilizzato. Non da ultimo, i tempi di realizzazione delle opere: la ricerca rivela che in media i progetti con un valore inferiore a 100.000 euro giungono a compimento in 2,6 anni mentre quelli di valore superiore addirittura entro i 15,7 anni.

LE PROPOSTE DI ASSONIME

L’identificazione delle priorità di investimento, l’allocazione delle risorse e la realizzazione dei progetti diventano quindi obiettivi strategici per rilanciare l’economia italiana: la promozione di interventi di manutenzione sulle opere già esistenti e la chiusura di cantieri già avviati (a prescindere dall’imponenza del progetto) contribuirebbero ad assicurare la velocità di realizzazione delle opere e lo sviluppo di una strategia per il Paese. Nella seconda parte lo studio si concentra sui principali blocchi che impediscono il miglioramento del comparto delle infrastrutture e suggerisce l’adozione di una serie di strumenti in grado di rimuoverli e di favorire il rilancio degli investimenti nel settore.

IL RUOLO DEL CIPE E IL QUADRO DELLE COMPETENZE

Il rapporto sottolinea come il ruolo del Comitato interministeriale per la politica economica (Cipe) – a cui sono attribuiti rilevanti compiti in merito agli investimenti pubblici in infrastrutture – costituisca un importante fattore di rallentamento nella fase di avvio delle opere infrastrutturali. Una delle proposte avanzate dal Gruppo di lavoro prevede la possibilità di aumentare il numero minimo delle riunioni annuali del comitato (da 2 a 6), di intervenire sull’iter procedurale in modo da accorciare i tempi tra la delibera del Cipe e il controllo della Corte dei Conti e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale e, infine, di limitare la sua attività alla sola valutazione dei documenti di pianificazione e programmazione. Un altro “blocco” su cui si concentra lo studio riguarda la mancanza di una chiara definizione delle competenze: spesso uno dei problemi più sentiti nella gestione e attuazione delle politiche relative agli investimenti in Italia è la continua sovrapposizione di ruoli e una generale mancanza di coordinamento tra i soggetti pubblici coinvolti. A tal proposito la proposta di Assonime prevede di intervenire con una modifica dell’articolo 117 della Costituzione in modo da attribuire allo Stato la competenza legislativa in materia di infrastrutture di interesse nazionale. Al tempo stesso sarebbe opportuno ridurre il numero di amministrazioni che partecipano alla Conferenza dei servizi e prevedere nuovi meccanismi in grado di gestire le possibili forme di dissenso al suo interno, garantire il dibattito pubblico e prevedere che venga portata avanti un’analisi preventiva dell’impatto economico della decisione.

LA REVISIONE DEL CODICE DEI CONTRATTI PUBBLICI

La revisione del Codice dei contratti pubblici continua a essere identificata come un’azione quanto più necessaria per snellire e semplificare le procedure che interessano la progettazione e la costruzione delle opere infrastrutturali in Italia. “Il nostro obiettivo è rimuovere il gold plating, le norme sovrabbondanti rispetto alle direttive europee che creano altri rallentamenti” ha detto Maccaferri in una recente intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore. Sarebbe necessario, secondo il Gruppo di lavoro, redigere un testo unico in grado di raccogliere tutte le norme vincolanti di fonte secondaria ed evitare interpretazioni estensive dell’ambito di applicazione del Codice.

LA QUALITA’ DEI PROGETTI E LA DISCREZIONALITA’ AMMINISTRATIVA

Il miglioramento della qualità dei progetti sarebbe la risposta a una criticità che da tempo interessa questo settore. In questo caso, Maccaferri sottolinea il necessario rafforzamento dell’assistenza tecnica alla progettazione. Lo studio inoltre si occupa dei temi della discrezionalità amministrativa e del sistema dei controlli. Nel primo caso è stata rilevata la tendenza dei funzionari pubblici a non esercitare la loro discrezionalità amministrativa per il timore che possano incorrere in azioni di responsabilità per danno erariale. Ciò comporta quella che nello studio viene definita “deresponsabilizzazione delle amministrazioni” che (spesso) preferiscono i rinvii o forme di vigilanza collaborativa chiedendo all’Anac di verificare in via preventiva le scelte. Nella stessa intervista, Maccaferri ha dichiarato che “il rapporto propone di rivedere il sistema dei controlli. Su Anac l’idea è di separare i compiti di prevenzione della corruzione da quelli relativi alla governance dei contratti pubblici”. Per la Corte dei Conti vale lo stesso discorso. “Il rapporto suggerisce di definire a livello normativo una serie di ipotesi tipizzate in cui si presume che l’amministrazione che segue canoni di buona gestione non ricada nella responsabilità erariale per colpa grave, così da delimitare meglio i confini della responsabilità degli amministratori” ha concluso Maccaferri.

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