L’Italia raccontata dagli ambasciatori. Ecco come sarà il diplomatico del futuro

Articolo
Giulia Palocci

Un format televisivo di successo che, grazie alla volontà dell’editore Jean Luc Umberto Bertoni, è diventato un libro. Immigrazione, politica estera e sicurezza. Ma anche le sfide della globalizzazione e la percezione del nostro Paese all’estero: ecco alcuni temi di discussione che il giornalista e direttore di ReteSole Marco Finelli ha affrontato nel suo libro dal titolo “Ambasciatori a Roma“, edito da Bertonieditore. Quattordici interviste ad ambasciatori accreditati presso lo Stato italiano che ci consentono di comprendere le trasformazioni in corso e la necessità di una rilettura del ruolo della diplomazia. “Il diplomatico del futuro – scrive nella prefazione David Sassoli, vicepresidente del Parlamento europeo – dovrà necessariamente diversificare le fonti delle proprie analisi, conoscere sempre di più i diversi contesti […]. Dovrà essere un eccellente negoziatore, ma anche un promotore di pace e di comprensione tra i popoli“. Lo stesso esponente del Partito Democratico ha partecipato alla presentazione del volume che si è svolta lo scorso 18 marzo presso la Sala della Piccola Promoteca del Campidoglio. Hanno partecipato al dibattito anche il consigliere di Roma Capitale Andrea De Priamo, l’ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian Mammad Ahmadzada, l’ambasciatrice della Repubblica del Kosovo Alma Lama, il rettore di Unipegaso Alessandro Bianchi, l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano e il presidente di Corecom Lazio Michele Petrucci.

Vista la sua storia e la sua posizione geografica proiettata nel Mediterraneo, l’Italia è un Paese strategico per gli altri Stati europei e non solo. Nello specifico Roma è sempre stata uno snodo fondamentale, un crocevia globale che mette in contatto l’Oriente con l’Occidente, il continente europeo con quello africano. La città che ospita il Vaticano e la Santa Sede, la capitale delle doppie ambasciate.

Che ruolo ha la diplomazia in questa città?

Gli ambasciatori hanno contezza dell’importanza della città di Roma, sanno che l’Italia ha un ruolo strategico nello scacchiere internazionale, ma proprio per questo non si espongono. La diplomazia ha regole ferree ed è difficile entrare in questi schemi. Ogni ambasciatore poi ragiona con due cervelli: il suo, quello personale, e quello che si rifà alla linea di pensiero del governo – o del Regno in alcuni casi – di cui è rappresentante. Prevale sempre questa forma di riservatezza insomma, tipica della professione del diplomatico. La caratteristica comune è la discrezione e il rispetto dell’etichetta, venuta meno su argomenti più “leggeri”.

A tal proposito, che percezione hanno del nostro Paese?

Tutti riconoscono l’importanza della nostra cultura. Per non parlare del grande potenziale turistico – tanto che alcuni parlano di “industria del turismo” – e della cucina nostrana. Sicuramente c’è chi apprezza più di altri il nostro modo di fare, il nostro spirito e l’entusiasmo che ci contraddistingue.

Si parla sempre di più di “diplomazia digitale”. E’ cambiato il modo di “essere diplomatico” oggi?

Il tema è centrale. Oggi c’è grande attenzione alla rete, alle sue potenzialità e alle sue minacce. L’ambasciatore sa che se prima un suo comportamento poteva passare inosservato, adesso di fatto è sempre sotto i riflettori. Ed ecco che si spiega anche questa sorta di rigidità nei suoi comportamenti. Ciò è molto più sentito in alcune ambasciate piuttosto che in altre: in tutte mi è stata riservata un’accoglienza molto calda, ma in alcuni casi, per esempio, si percepisce un’attitudine e un approccio più formale, a tratti rigido. Quindi rispetto al diplomatico del passato, in cui il cervello della persona coincideva con quello dell’ambasciatore, quello di oggi è continuamente sottoposto a un’attenzione mediatica molto più alta. La naturale conseguenza è una più acuta sensibilità al tema delle fake news. Tutti ne percepiscono la pericolosità.

Nelle interviste si è parlato molto delle attuali sfide globali come, per esempio, l’immigrazione. Che quadro hanno tracciato gli ambasciatori che ha intervistato?

Tutti hanno esaltato il modello di accoglienza e l’indole ad aiutare il prossimo dell’Italia. Poi ovviamente la visione di ogni singolo Paese sulla questione migratoria dipende molto dalla percezione che si ha di essa. Ci sono Stati più rigidi mentre altri spingono per una maggiore apertura, e per questo è difficile raccogliere in un’unica battuta il pensiero di quattordici Paesi. La caratteristica comune che ho riscontrato è l’esaltazione dell’accoglienza italiana e il riconoscimento di quanto l’Italia sia stata lasciata sola nell’affrontare questa emergenza.

Tra le conversazioni di maggior interesse quella con l’ambasciatrice inglese Jill Morris, la prima donna a rappresentare il Regno Unito in Italia e a San Marino. Che impressione le ha fatto?

Ecco, io vorrei esaltare il ruolo di questa donna: è davvero da ammirare, ha una personalità molto forte e una proprietà di linguaggio in italiano impressionante, considerato che l’intervista è stata fatta pochi mesi dopo il suo insediamento. Al momento del nostro incontro la Brexit era appena stata votata e rappresentava un elemento di novità sia per lei che per me. Forse è proprio per questo che io ho notato una certa tranquillità sul tema, oltre al rispetto per la decisione sovrana del popolo.

In conclusione, qual è il valore storico-politico di questo libro?

Questo volume è nato come un esperimento giornalistico: l’obiettivo era capire come è percepito il nostro Paese all’estero. E’ un libro fatto da tanti pareri e altrettanti spunti di riflessione che arrivano da diversi continenti. E’ proprio questa imparzialità che lo rende uno strumento utile per capire meglio come alcune situazioni vengono interpretate ma, soprattutto, per capirsi vicendevolmente. Il lettore è posto davanti a opinioni e pareri (spesso frutto di percezioni) che gli consentono di capire come vengono letti da diversi punti di vista i principali fatti di attualità.

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