Come cambia il lavoro in Italia. La fotografia dell’Istat (e le difficoltà del Mezzogiorno)

Articolo
Michele Masulli

Il dibattito sul futuro del lavoro è tra quelli che coinvolgono l’accademia, i policy makers e gli esperti a vario titolo. L’avanzamento dei tassi di specializzazione, le formidabili applicazioni del digitale, la riorganizzazione dei processi produttivi cambiano contenuti, mansioni, funzioni, tempi del lavoro, aprono la strada a profili occupazionali inediti e causano la sostituzione di altri. Per la rilevanza che il lavoro assume nella vita delle persone, è fondamentale monitorare andamento e sbocchi di questo processo.

L’Istat, nell’ambito del suo impegno di sperimentazione statistica, ha lanciato uno strumento interessante che prova a individuare la qualificazione del lavoro a partire dalla professione esercitata dagli occupati. Servendosi di questa proxy, è possibile analizzare il cambiamento in atto nella struttura dell’occupazione e le trasformazioni del sistema produttivo. La metodologia Istat assembla le unità di base (categorie e/o unità) delle classificazioni delle professioni pubblicate dal 1991 in una dimensione concettuale basata su sette modalità di qualificazione del lavoro svolto. Si prende in esame un arco temporale che ha conosciuto una gravissima crisi economica e che ha scaricato parte importante delle sue conseguenze sul mercato del lavoro. Al 2017, i livelli occupazionali pre-crisi non erano ancora stati recuperati. A farne le spese sono stati soprattutto gli uomini e i giovani mentre l’occupazione femminile e quella over 35 sono cresciute tra il 2008 e il 2017. Saldi negativi si sono registrati sia per il lavoro dipendente a tempo indeterminato, sia per quello autonomo. Guardando le attività economiche, sono numerosi i settori colpiti: dall’edilizia alla manifattura, dall’agroalimentare al commercio, dai trasporti alle assicurazioni. Stesso quadro, ma con cifre peggiori, nel Mezzogiorno d’Italia.

Tuttavia, se nel decennio scorso abbiamo assistito al boom di crisi industriali, in base ai dati Istat emerge come la riduzione dello stock di lavoro operaio e artigiano sia un fenomeno risalente almeno alla fine degli anni Novanta ed evidente su scala internazionale. Tra il 1998 e il 2017, seppure l’occupazione complessiva sia aumentata, la quota delle professioni artigiane e operaie è passata dal 19,1 al 13,1% in Italia e dal 15,6 al 10,6 nell’Unione europea. Queste evidenze vengono associate all’espulsione o alla mancata sostituzione di forza lavoro a seguito di processi di riorganizzazione aziendale e di automazione della produzione. Più in generale si segnalano un cambio di paradigma del consumo e della produzione industriale di massa e i conseguenti adattamenti assunti dalle imprese. Le conseguenze di questo fenomeno sono, da un lato, lo spostamento di masse di lavoratori verso impieghi non qualificati (in particolare nei servizi) e nella crescita del rischio di precarietà e disoccupazione e, dall’altro, l’ampliarsi della fascia di funzioni a qualificazione medio-alta e alta, proprie delle società avanzate.

Dall’analisi Istat, si riscontra l’azione di due componenti principali nel mercato del lavoro italiano. La prima ha contribuito in misura negativa e ha ridotto di un lavoratore ogni cinque lo stock di occupati. Parliamo del lavoro manuale qualificato, l’operaio della piccola e media impresa italiana, a cui si aggiunge il lavoro manuale a qualificazione medio bassa e bassa, quello tipico del manovale. Allo stesso tempo, si evidenzia una riduzione consistente – ma meno accentuata – del numero degli imprenditori piccoli e grandi, delle attività commerciali e degli artigiani e dei lavoratori in proprio. Al contrario, effetti positivi sull’occupazione sono stati prodotti dalla componente costituita dal lavoro a qualificazione medio-alta e alta e da quello non manuale a media e a medio-bassa e bassa qualificazione.

Tuttavia permangono chiare differenze regionali: nel Mezzogiorno il contributo all’occupazione del lavoro a qualificazione medio-alta e alta risulta meno di un terzo rispetto alla media nazionale. Nel complesso, se consideriamo le qualificazioni, l’Istat fa notare come nel Sud Italia la trasformazione della struttura occupazionale si differenzi in modo significativo se comparata con quella che coinvolge l’intero Paese. Nel Meridione, infatti, si registrano dinamiche meno pronunciate nello sviluppo del lavoro a medio-alta e alta qualificazione e del lavoro non manuale a medio bassa e bassa qualificazione. Si ridimensionano invece, a ritmo più contenuto, le componenti operaie qualificate. Sono tendenze che si confermano anche se guardiamo solo al comparto manifatturiero. Tale divario risulta definito su un arco temporale ampio e rappresenta uno dei punti deboli del gap che segna il sistema nazionale del lavoro, oltre che uno dei fattori che alimenta il ritardo, rispetto al resto del Paese, del Sud Italia. Quest’ultimo, già segnato da un problema strutturale di inoccupazione, soffre quindi anche di una crescita stentata degli occupati a più alta qualificazione. Sostenere la specializzazione della forza lavoro e parallelamente investire sulla modernizzazione del sistema produttivo sono leve imprescindibili e da azionare in modo simultaneo per favorire il recupero del ritardo meridionale.

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