Lobbying, come procede l’esame alla Camera?

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Gabriele Ferrara
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Credit: Pixabay/Free-Photos

In questi giorni si sta svolgendo un ciclo di audizioni alla Camera in relazione alla proposta di legge sulla regolamentazione delle attività di lobbying. Attualmente sono tre i testi presi in esame: quello firmato dall’esponente del Movimento cinque stelle Francesco Silvestri, quello dell’ex ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione Marianna Madia (Pd) e, infine, la proposta di legge della deputata di Italia viva Silvia Fregolent. L’intenzione è quella di accorparli, motivo per cui l’esame – iniziato lo scorso 11 dicembre – dei rispettivi atti si sta svolgendo congiuntamente, con la deputata Roberta Alaimo (M5s) come unica relatrice.

L’attività di lobbying è intesa come l’insieme dei seguenti aspetti: richieste di incontro, presentazione di proposte, studi, ricerche, analisi, documenti, suggerimenti e altre attività volte a concorrere alla formazione della decisione pubblica. L’ordinamento italiano riconosce la legittimità della rappresentanza di interessi dal 1974 grazie ad alcune sentenze della Corte Costituzionale che hanno stabilito che influenzare i decisori pubblici è un diritto in conformità con gli articoli 2, 3 e 18 della Costituzione. Ciò nonostante, a differenza del contesto europeo, dove esiste un registro pubblico – che riguarda la Commissione e il Parlamento – e un sistema di rendicontazione da parte della stessa Commissione rispetto alle sue attività, il mestiere del lobbista non è stato ancora regolamentato in Italia.

L’obiettivo dei disegni di legge è dunque quello di colmare il vuoto normativo sul lobbying. In particolare, si vuole garantire la trasparenza dei processi decisionali, agevolare l’individuazione delle responsabilità delle decisioni assunte e favorire la partecipazione ai processi decisionali da parte dei cittadini e delle rappresentanze degli interessi. Prima di tutto, si chiede l’istituzione del cosiddetto registro per la trasparenza. La proposta del Movimento cinque stelle prevede che sia istituito presso l’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), quella del Partito democratico lo vorrebbe presso la Presidenza del Consiglio dei ministri (in particolare, presso il Dipartimento affari giuridici e legislativi) mentre Italia viva opterebbe per l’Autorità Nazionale Anticorruzione. In tale registro, ogni rappresentante di interessi dovrebbe inserire e aggiornare l’agenda dei propri incontri con i decisori pubblici.

È previsto anche un codice deontologico, in cui sono stabilite le modalità di comportamento cui devono attenersi tutti coloro che svolgono l’attività di lobbying. Tra le norme di condotta, c’è l’impossibilità di erogare somme di denaro a rappresentanti del governo, partiti, movimenti e gruppi politici o loro esponenti. Gli iscritti al registro sarebbero sottoposti a obblighi di pubblicità per rendicontare la natura dei loro rapporti con i decisori, che a loro volta, secondo il disegno di legge Madia, dovranno pubblicare una volta al mese la loro agenda degli incontri. La proposta di Silvestri stabilisce che ci sia un aggiornamento quotidiano sugli incontri svolti e una relazione annuale (da presentare entro il 31 gennaio) sul lavoro fatto, segnalando le attività, le risorse economiche impegnate e i decisori consultati. Mentre il disegno di legge Fregolent prevede solamente la relazione annuale (sempre entro il 31 gennaio), con i medesimi dettagli previsti dalla proposta a firma M5s.

Se i lobbisti dovessero violare alcune delle norme previste, potrebbero vedersi comminate sanzioni quali la censura, la sospensione e la cancellazione dall’iscrizione nel registro. In tal senso, occorre rilevare che il disegno di legge Fregolent è quello che prevede le sanzioni economicamente più severe.

Per quanto riguarda i vantaggi legati all’iscrizione al registro per chi svolge l’attività di lobbying, il disegno di legge Madia non ne prevede mentre quello a firma Silvestri garantisce la possibilità di partecipare alle consultazioni pubbliche indette dai decisori. Il disegno di legge Fregolent, da parte sua, ne suggerisce tre: accesso alle sedi istituzionali, la contribuzione all’AIR (Analisi di Impatto della Regolamentazione) e alla VIR (Valutazione di Impatto della Regolamentazione) e la presentazione di documenti e domande da sottoporre ai decisori.

Nel frattempo, prima di procedere con le ulteriori fasi dell’iter legislativo, continua il ciclo di audizioni con i professionisti del settore. Ne giorni scorsi sono stati sentiti anche l’amministratore delegato di Reti Giusi Gallotto, il presidente dell’Associazione Il Chiostro Giuseppe Mazzei e il direttore dell’area Istituzioni dell’Istituto per la Competitività (I-Com) e professore di Global media alla New York University of Florence, Gianluca Sgueo. Durante l’audizione dello scorso 16 giugno presso la commissione Affari costituzionali Sgueo ha sottolineato quanto sia importante “approvare un sistema di regole che non si esaurisca necessariamente nella figura del registro per la trasparenza. Questo – ha specificato – è uno degli strumenti che consente a un sistema più ampio di regole di transitare verso una maggiore trasparenza”. A suo giudizio, è essenziale “rendersi conto del perimetro e del livello di trasparenza che il registro può garantire”. Come pure l’agenda pubblica degli incontri di un ministro o di un sottosegretario, in grado di apportare un grande valore aggiunto. Sarebbe opportuno, inoltre, valutare l’opportunità di inserire il legislative footprint, ovvero “la possibilità di dare contezza del momento cronologico nel quale l’interazione tra i due soggetti è avvenuta”.

Per quanto riguarda la rendicontazione orizzontale, invece, Sgueo ha suggerito di monitorare le interazioni tra i gruppi di esperti – per esempio quelli che fanno parte delle task force – e i portatori di interesse con i quali i primi sono chiamati a interagire, rimarcando la necessità di incentivare i lobbisti a iscriversi al registro. Secondo il professore, un esempio da seguire potrebbe essere la pratica statunitense del naming shaming, ovvero “la pubblicazione dei nominativi di quei soggetti che per una determinata ragione hanno contravvenuto ad alcune regole. L’informazione arriva sia all’opinione pubblica che agli eventuali clienti, che valuteranno quel soggetto e l’eventualità o meno di sottoscrivere con lui un contratto”.

Non sono ancora note le tempistiche dell’iter legislativo di questi provvedimenti. Considerando che nei prossimi mesi il dibattito parlamentare sarà dominato dal decreto Rilancio e dal decreto Semplificazioni – che deve ancora arrivare in Consiglio dei ministri – appare comunque difficile pensare che ci possano essere sviluppi significativi sulla regolamentazione del lobbying prima dell’inizio dell’autunno. Almeno.

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