Quale ruolo per i giovani nell’Italia di domani? Intervista ad Andrea Chiappetta

Articolo
Giulia Palocci
Italia
Credit: Pixabay
Andrea Chiappetta

“Per l’Italia di domani e per la nostra generazione serve un piano ragionato e, soprattutto, condiviso. Ma il problema è che al momento non si vede alcuna strategia in tal senso“. Parola di Andrea Chiappetta, Ceo di Aspisec, che in questa conversazione con l’Istituto per la Competitività (I-Com) ha parlato del suo nuovo libro dal titolo “Italia.Next. Innovazione e creatività, il ruolo dei giovani per l’Italia di domani“, edito da Rubbettino. Un vademecum per le nuove generazioni che ha l’obiettivo di stimolare i ragazzi a uscire fuori dal guscio della propria zona di comfort.

Il filo rosso di “Italia.Next” è l’innovazione. Secondo lei, perché è così importante per l’Italia del presente, ma anche per quella del futuro?

Essere al passo con i tempi è ovviamente una necessità. L’esperienza che abbiamo vissuto negli ultimi mesi ci ha fatto capire che, al di là del mondo fisico, il digitale è un percorso senza ritorno. Un chiaro esempio è lo smart working: gli uffici (come li abbiamo intesi fino a poco tempo fa) nel lungo termine spariranno o quasi e ci sarà solo qualche momento di incontro. E il discorso vale chiaramente non solo per le imprese, ma anche per la pubblica amministrazione. Oggi si deve puntare a utilizzare la tecnologia per unire, ma soprattutto per snellire.

A che punto è l’Italia da questo punto di vista?

Abbiamo tanti buoni propositi. Guardi il caso del ministero per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, il solo che fatto che sia stato istituito è un segnale importante per il nostro Paese, ma se poi non gli vengono riconosciute pari risorse e dignità degli altri ministeri rischia di diventare l’ennesimo specchietto per le allodole. Innovare non vuol dire esclusivamente soddisfare un bisogno. La visione è giusta, ma si deve trasformare in qualcosa di concreto. E per farlo c’è bisogno di un cambio di rotta: dagli annunci si deve passare alla strategia.

A questo proposito, la semplificazione amministrativa rappresenta da lungo una priorità, che poi nella pratica si fatica a realizzare. Perché secondo lei?

Mi sento di dire che la colpa non è esclusivamente dei governanti, chiunque essi siano. Il nostro è un sistema costruito per affidare responsabilità. Mi riferisco, ad esempio, alla nota questione del cosiddetto sciopero della firma da parte di alcuni dirigenti pubblici, ossia la paura di siglare documenti e autorizzazioni. Un fenomeno che ci fa capire che occorrono prima di tutto una riorganizzazione e una ridefinizione dei ruoli. Il processo di sburocratizzazione è più che necessario perché servirà a snellire il rapporto tra cittadini e Stato.

Lei stesso definisce il suo libro un decalogo per il post-Covid. Quali sono le principali sfide che il nostro Paese dovrà affrontare?

Innanzitutto abbiamo capito che l’Italia si è adagiata fin troppo sugli allori in passato e non ha saputo né innovare né cogliere le opportunità che gli si sono presentate. Quello che ho suggerito nel libro è una botta di orgoglio, che ci renda in grado di valorizzare e premiare le risorse eccellenti.

Come può essere colmata la distanza tra i programmi d’istruzione ministeriali e le richieste del mondo del lavoro?

Il concetto principale è sempre lo stesso: dobbiamo capire oggi quello che ci servirà domani. Il tempismo è fondamentale. Va bene formare ragazzi, ad esempio, in economia o giurisprudenza, ma se non gli diamo gli elementi dell’innovazione, dell’open innovation, del crowdfunding e tutti quegli aspetti che ormai fanno parte della vita quotidiana di qualsiasi Paese che si rispetti, questo divario non sarà mai colmato. Solo una forte sinergia tra mondo pubblico e privato, con il puntuale coinvolgimento degli atenei, può colmare il divario, ovvero l’elevato skill shortage, e far fronte alle crescenti richieste di avere figure professionali qualificate. E qui arriviamo al concetto di start-up.

Proprio a proposito di start-up, qual è secondo lei la ricetta per favorirne lo sviluppo e la crescita nel nostro Paese?

In Italia diamo (e giustamente aggiungo) una serie di incentivi e agevolazioni, ad esempio, ai giovani agricoltori che hanno deciso di dedicarsi alla terra invece di svolgere un lavoro dipendente. Tenendo presente l’alta percentuale di giovani senza lavoro, sarebbe consigliabile applicare anche al settore delle start-up innovative la fiscalità che la legge di Bilancio 2020 ha riservato agli imprenditori agricoli: essa prevede un’esenzione Irpef totale per un triennio e l’esonero biennale al 100% del carico contributivo per i soggetti con età inferiore a 40 anni che si iscrivono alla relativa gestione previdenziale. Con tale misura, il rischio di impresa per i giovani innovatori sarebbe limitato alle spese vive della gestione aziendale e a pochi adempimenti amministrativi (Partita Iva, Camera di Commercio), di importo totale ben inferiore ai 1.000 auro annui.

Quindi, a suo avviso, le start-up dovrebbero essere trattate allo stesso modo?

Esattamente. Il Fondo nazionale innovazione o il Fondo italiano d’investimento possono essere sicuramente un volano. Non devono, però, trasformarsi in contributi a pioggia, diretti a tutti. Piuttosto sarebbe opportuno selezionare e sostenere aziende con idee innovative che potrebbero poi essere applicate su vasta scala. Anche dando vita a un ecosistema virtuoso che consenta a piccole realtà con competenze qualificate di costruire valore insieme a strutture complesse che, per dimensioni o limitata snellezza, non possono avviare percorsi di open innovation.

Che ruolo dovrebbe giocare a suo avviso il settore pubblico?

Banalmente servirebbe una partnership tra settore pubblico e quello privato per esaltare le proposte innovative e dirompenti dei giovani in grado di fungere da fattore abilitante. Se non dettiamo una linea d’azione, rischiamo di fare tantissime proposte interessanti, che però nessuno metterà in campo. Meglio scegliere poche cose, ma che vadano nella direzione giusta. Il tutto non perdendo di vista due elementi, a mio avviso, fondamentali: l’innovazione e i giovani.

Quindi innovazione e uomo al centro. Ma come bilanciare il rapporto tra tecnologia da un lato e valori umani dall’altro?

Nel mio libro parlo del concetto di Nuovo umanesimo perché oggi ho la sensazione che vediamo le persone come se fossero oggetti, computer. Invece, dobbiamo riconoscergli il valore che hanno e considerarlo come asset fondamentale di un percorso di crescita. In pratica, dobbiamo tornare al centro e non essere il contorno. Solo in questo modo si potrà stabilire un equilibrio tra innovazione e uomo. La tecnologia da sola è evidente che non funzioni mentre l’uomo da solo sì.

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