L’impatto della pandemia sui sistemi produttivi regionali

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Domenico Salerno
impatto

Nonostante la pandemia di Covid-19 abbia colpito indiscriminatamente tutte le aziende italiane, risulta evidente come l’impatto abbia avuto intensità e durata differenti a seconda del settore produttivo e del mercato di riferimento dell’impresa. Se il primo lockdown istituito a marzo 2020 ha coinvolto indistintamente tutto il Paese, a partire dall’autunno le misure governative sono state applicate su base regionale, con provvedimenti diversificati in termini di chiusura o riduzione temporale delle attività e di restrizioni nei movimenti.

Le diverse regioni italiane hanno quindi subito un impatto negativo differente derivante principalmente dalla dipendenza economica dai settori maggiormente colpiti dalla crisi (un esempio di ciò sono le aree del Paese che vivono di turismo), dalle dimensioni medie delle imprese presenti sul territorio e dal grado di internazionalizzazione e di specializzazione delle stesse. I comparti che hanno registrato le perdite maggiori sono quello del tessile e dell’abbigliamento, duramente colpiti dal crollo della domanda sia interna che estera, quello delle attività legate al turismo, la ristorazione, il commercio al dettaglio e l’intrattenimento. Ovvero tutte le attività su cui hanno impattato direttamente i provvedimenti amministrativi e le regole di distanziamento sociale.

I dati Istat evidenziano come il fatturato del terziario nel 2020 sia crollato del 12,1%, la flessione più ampia da quando si misura tale indicatore. Tra i settori citati precedentemente possiamo notare come le attività legate siano quelle che hanno subito l’impatto più duro. Infatti, le agenzie di viaggio hanno perso il 76,3% dei ricavi rispetto all’anno precedente, il trasporto aereo il 60,5% e gli alberghi e la ristorazione il 42,5. Per quanto riguarda la filiera tessile-abbigliamento-pelli il calo del fatturato nel corso del 2020 ha oscillato a seconda dei periodi tra il -16 e il -25% rispetto all’anno precedente.

Nell’ultima versione del “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi” l’Istat ha analizzato i vari sistemi economici regionali per comprendere quali sono soggetti ad un profilo di rischio più alto in relazione all’impatto del Covid-19. Dallo studio è emerso che la concentrazione più elevata delle attività turistiche è riscontrabile, nell’ordine, nella Provincia autonoma di Bolzano, in Valle d’Aosta e nella Provincia autonoma di Trento e in Sardegna. La Toscana, le Marche, l’Umbria e il Veneto sono invece i territori con la maggiore presenza di industrie appartenenti al settore tessile. Infine, Calabria e Sicilia sono le regioni maggiormente dipendenti dal commercio e la ristorazione.

Un altro dei fattori che determinano una maggiore o minore esposizione territoriale è l’apertura al commercio estero e l’internazionalizzazione. In una prima fase le regioni con un tessuto produttivo più orientato agli scambi con l’estero sono state più esposte allo shock economico dovuto al rallentamento degli scambi. La ripartenza dell’economia cinese e la conseguente ripresa della domanda estera però potrebbero trainare le economie regionali più internazionali fuori dalla crisi prima di quelle più legate alla domanda interna. Un esempio di ciò proviene dal dato sulle esportazioni italiane verso la Cina che a febbraio 2021 sono cresciute del 54% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. D’altro canto, all’epoca, la Cina era in pieno lockdown.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Nato ad Avellino nel 1990. Ha conseguito una laurea triennale in “Economia e gestione delle aziende e dei servizi sanitari” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e successivamente una laurea magistrale in “International Management” presso la LUISS Guido Carli. Al termine del percorso accademico ha frequentato un master in “Export Management & International Business” presso la business school del Sole 24 Ore.