Gli effetti collaterali della pandemia sulle madri italiane

Approfondimento
Maria Vittoria Di Sangro
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Proprio in questi giorni, in cui tanto si discute di maternità e lavoro, sorge spontaneo chiedersi quale sia la reale situazione delle madri lavoratrici in Italia. Per rispondere a questa domanda, Save The Children ha diffuso un report redatto in collaborazione con l’Istat intitolato “Le equilibriste: la maternità in Italia nel 2021“.

Secondo lo studio, le donne italiane scelgono di diventare madri sempre più tardi e meno frequentemente. L’età media è arrivata a 32,4 anni e il numero di figli è di 1,25 ciascuna. Ogni anno nel nostro Paese le nascite continuano il loro stabile calo tanto che nel 2021, per la prima volta dall’Unità d’Italia, sono scese sotto a quota 400.000 con una diminuzione dell’1,3% rispetto all’anno precedente e quasi del 31% se la confrontiamo con il 2008. Si tratta di dati che sembrano confermare il monito che aveva lanciato l’Istat all’inizio della pandemia: in un Paese come l’Italia (in cui la denatalità è un fenomeno strutturale) l’accelerazione del calo delle nascite dovuta all’emergenza da Covid-19 avrebbe dovuto costituire un elemento decisivo nella scelta delle misure da adottare.

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Fonte: Istat

La decisione di avere figli o meno è molto personale e dipende da numerose variabili come le politiche pubbliche, le dinamiche del mondo del lavoro e la disponibilità di servizi accessibili e di qualità, che possono giocare un ruolo determinante.

Prima tra tutte le criticità è la differenza salariale tra uomini e donne, una questione esistente già prima della decisione di avere figli o meno. Sotto questo profilo, basti pensare che per le ragazze appena diplomate il reddito mensile lordo medio stimato è di 415 euro, mentre per i ragazzi ammonta a 557 euro. Nell’anno successivo al diploma, in cui i lavori cominciano a essere più stabili, la media sale rispettivamente a 716 euro contro 921. E le cose non cambiano al raggiungimento dei 30 anni di età, dove la traiettoria salariale per gli uomini è ancora in crescita e, al contrario, per le donne si appiattisce. Inoltre, alla prima stipula di un contratto di lavoro, solo il 14,5% delle donne ottiene un indeterminato rispetto al 18% degli uomini. Se contestualizziamo queste differenze all’interno delle dinamiche di una famiglia, diventa comprensibile la scelta delle donne di sacrificare il proprio salario.

Si genera così un circolo vizioso che favorisce l’esclusione femminile dal mercato del lavoro. E il Covid-19 non ha certo aiutato. Nel 2020, l’Inps ha registrato 42.000 dimissioni volontarie, di cui circa il 77% è stato presentato da donne impossibilitate a conciliare le necessità private con quelle lavorative. Basti pensare che solo il 14,7% dei bambini fino ai due anni ha avuto accesso a servizi di asilo finanziati dal comune. In generale, nel passaggio tra il 2019 e il 2020, il tasso di occupazione totale dei genitori di bambini e ragazzi è calato dal 72,2 al 71,6%. Tra questi, però, ci sono anche coloro che hanno perso il lavoro, con conseguenze drammatiche per l’economia familiare. Oltre 4 su 10 (il 43,6%, pari a 199.000) sono genitori di figli minorenni.

Riguardo le tipologie contrattuali, il rapporto sottolinea come anche le mamme che sono riuscite a conservare la propria attività lavorativa abbiano dovuto fare i conti con la difficoltà di conciliarla con le necessità della famiglia, optando per contratti con un monte ore inferiore. Nel 2020 tre contratti part-time su quattro sono al femminile. Tra le mamme di figli minorenni che lavorano, il 38% ha un contratto part time a fronte del 5,6% dei papà nella stessa condizione. E non solo, all’aumentare del numero di figli minorenni a carico, il tasso d’occupazione dei padri incrementa, mentre quello delle madri diminuisce.

Se è vero che la pandemia ci ha fatto conoscere i vantaggi dello smart working e del lavoro digitale, ha anche acuito la difficoltà nel separare l’ambito professionale da quello familiare. Secondo l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, sono proprio le madri a pagare il prezzo maggiore, dovendo interrompere la propria attività molto più spesso rispetto ai papà per poter rispondere alle esigenze dei bambini in casa. Conferma questo trend anche un’indagine condotta da Eurofund a luglio 2020 in cui una mamma su tre ha dichiarato di avere grandi difficoltà a concentrarsi sul lavoro a causa degli impegni familiari, a fronte di un padre su dieci.

Come se non bastasse, le donne possono sperimentare decrementi del proprio reddito associati alla maternità, che vengono definiti “child penalty” o “motherhood penalty” (dato che si tratta di un fenomeno tutto al femminile). In Italia, secondo quanto osservato dalle analisi dell’Inps, questa penalità è molto pronunciata nel breve periodo e permane anche a diversi anni di distanza dalla nascita. Ad esempio, a quindici anni dalla maternità, i salari lordi annuali delle madri sono di 5.700 euro inferiori a quelli delle donne senza figli.

Per l’occasione, sulla scia del “Mother Index International“, l’Istat ha elaborato un indice volto a misurare un quadro complesso come quello dei diritti delle madri in Italia. L’indice composito è formato da tre diversi domini: cura, lavoro e servizi. L’anno base scelto è il 2004 con un punteggio di 100. Per gli anni successivi, valori superiori al 100 rappresentano una condizione più favorevole, mentre punteggi inferiori rappresentano un peggioramento. Il valore rilevato per l’Italia è aumentato stabilmente fino al 2012, arrivando a 102,53 per poi decrescere fino al 2018 (98,32). Nel 2019 si è registrata una lieve ripresa (99,41) ma nel 2020 il nostro punteggio è sceso nuovamente a 98,96.

Se guardiamo nello specifico alle regioni, nel 2020 sono state quelle del Nord a guidare la classifica italiana. Le province autonome di Trento e Bolzano sono state le capofila con rispettivamente 115 e 113 punti, seguite da Val D’Aosta, Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia. Risulta evidente come in queste regioni, e in generale nel Nord della penisola, ci sia una maggiore attenzione volta ad assicurare e a conservare una più elevata qualità delle condizioni socio-economiche delle donne grazie a investimenti di carattere strutturale nel welfare sociale. Fanalino di coda, invece, le regioni del Sud. Le peggiori performance sono state registrate dalla Calabria e dalla Campania, che si sono fermate intorno agli 80 punti.

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Nel 2016 la Commissione europea ha posto un obiettivo per tutti i Paesi membri, cioè portare al 75% l’occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni. Questo implica che ogni donna dovrebbe avere accesso a un sostegno nella conciliazione tra carichi di lavoro e cura. In questo ambito giocano sicuramente un ruolo centrale le politiche pubbliche, che devono essere accompagnate però da un cambio di paradigma culturale e valoriale.

Nel tempo sono state attuate diverse misure di sostegno (ne sono un esempio il bonus bebè, il bonus asilo nido, l’assegno familiare), che però hanno scontato il fatto di essere state inserite in un contesto estremamente frammentato, poco chiaro e soggetto a variabilità nel tempo. Altri interventi, invece, come il Reddito di Cittadinanza o il Reddito di Emergenza non tengono in considerazione (né con benefici maggiorati né con canali preferenziali) la presenza di bambini, la grandezza del nucleo familiare o la monogenitorialità.

Il benessere di una famiglia e, di conseguenza, la fertilità dipendono da un ecosistema complesso. Dal sostegno al reddito, alle politiche fiscali, all’offerta di un’infrastruttura di servizi, alla qualità del sistema scolastico, tutto influisce. Ma un elemento chiave, assolutamente non prescindibile, è il cambiamento culturale. In un’ottica di sostenibilità e sviluppo, un’economia non può rinunciare alle competenze, al talento e alle energie delle donne. E non sostenere la natalità sta bloccando la crescita economica di molti Paesi, tra cui l’Italia.

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